Un sepolcro che profuma di pane

È quello del ricco panettiere Marco Virgilio Eurisace, “er mejo fornaro de Roma”: una struttura singolare, unica fra tutti i monumenti funebri noti dell’antichità romana.

Ogni volta che mi trovo a passare da Porta Maggiore, in una zona anticamente fuori le mura di Roma alla confluenza dalle vie Prenestina e Labicana, nota come ad Spem Veterem (presso il vetusto tempio della Speranza), lo sguardo è immancabilmente attratto da un sepolcro in candida pietra tiburtina addossato all’acquedotto di Claudio, lì in piedi da oltre duemila anni. Un sepolcro atipico a motivo delle curiose aperture circolari disposte in tre ordini e degli altrettanto insoliti elementi cilindrici che caratterizzano, rispettivamente, le facciate e il basamento.

Fu fatto realizzare intorno al 30 a. C. da Marco Virgilio Eurisace, forse un liberto di area greca, per sé e per la moglie Atistia, a perenne ricordo della sua fortunata attività di panificatore (pistor), di appaltatore di pubbliche forniture (redemptor) e di assistente (apparitor) di qualche magistrato responsabile dell’annona: così recita l’epigrafe funeraria ripetuta pressoché identica sui tre lati superstiti del monumento. In effetti il fregio continuo che ne decora la sommità, in parte perduto, illustra a rilievo l’intero ciclo di lavorazione del pane a cui attendono schiavi in tunichetta sotto la sorveglianza dello stesso Eurisace. Quanto alle cavità circolari e ai piloni cilindrici (non colonne, perché privi di basi e capitelli), sembrano alludere entrambi alle impastatrici utilizzate nei forni, disposte orizzontalmente nella fascia superiore, in modo da mostrare l’apertura, e verticalmente in quella inferiore: elementi che compaiono anche nel fregio. Insieme alla facciata orientale è andato del tutto perduto il coronamento, probabilmente piramidale.

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Un monumento, dunque, elevato a sé stesso e al pane: l’alimento principale anche dei meno abbienti, che insieme ad un pugno di olive e ad un pezzo di formaggio formava il frugale vitto quotidiano della plebe. Se poi si considera che lì nei pressi Eurisace doveva avere anche il suo pistrinum, ovvero il panificio dove schiavi e asini giravano le pesanti mole per macinare il grano, mentre altri impastavano e altri ancora sudavano davanti ai forni, non sembra esagerato immaginare che la fragranza del pane appena cotto (di svariati tipi, dai più raffinati ai più rustici, come quello al farro), spargendosi per largo raggio, giungeva fino al singolare e vistoso mausoleo destinato ad accogliere il proprietario dopo la consorte, come risulta dall’epigrafe dedicatale dallo stesso Eurisace: «Atistia fu mia moglie, visse come eccellente donna le cui spoglie riposano in questo paniere (panarium, ossia l’urna a forma di canestro per il pane)».

Eretto lungo la via Prenestina quasi al bivio con la Labicana accanto ad altri monumenti funebri che ne avevano determinato la pianta irregolare, il sepolcro del facoltoso panettiere fu risparmiato, circa un secolo dopo, dalla costruzione delle possenti arcate dell’acquedotto dell’Acqua Claudia e dell’Aniene Nuovo, ma coinvolto nel III secolo d. C. nella costruzione delle mura Aureliane. Definitivamente inglobato, agli inizi del V, in una delle torri realizzate da Onorio per rafforzare la cinta muraria, rivide la luce nel 1838, in seguito alla demolizione voluta papa Gregorio XVI delle strutture pertinenti alla porta intitolata alle due importanti arterie.

Accennò alla scoperta con un pizzico di umorismo il grande scrittore russo Gogol’, a Roma in quegli anni, in una lettera del 7 novembre 1838 ad un’amica pietroburghese: «È stata rinvenuta presso Porta Maggiore la tomba di un fornaio (come spiega il fornaio in persona nell’iscrizione fatta da lui stesso), tomba che egli eresse per sé e per la moglie. Il monumento è molto grande (il fornaio era molto vanitoso). Ha un bassorilievo: sul bassorilievo è raffigurata la cottura del pane, con la moglie che impasta la pasta».

È merito invece di Luigi Canina, l’archeologo e architetto piemontese che tanto operò a Roma e dintorni in qualità di commissario alle antichità, aver fornito al riguardo il più completo resoconto. Veniamo così informati, tra l’altro, che nelle cavità circolari interpretate come mortai (se ne calcolano 48, compresi quelli del lato mancante) vennero rinvenuti alcuni globi in travertino che, simulando una superficie spugnosa, rappresentavano evidentemente dei pani lievitati ancora da cuocere. Tra i numerosi reperti marmorei riutilizzati nelle demolite torri onoriane e riferibili alla decorazione del sepolcro figuravano due panaria, uno più grande ed uno di proporzioni minori, cavo, che avrebbe potuto contenere le ceneri di uno dei coniugi. Al dire di Canina, «doveva servire di ornamento finale al medesimo sepolcro quel paniere maggiore [..] perché la sua forma irregolare s’adatta a quella del sepolcro e perché vedesi fatto per semplice decorazione essendo lasciato tutto pieno. Così la parte superiore del sepolcro veniva decorata con ornamenti rappresentanti il pane cotto, mentre nella sottoposta s’impiegarono gli oggetti proprj dell’impasto della farina».

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Altra rilevante scoperta, l’altorilievo scolpito in un unico blocco di marmo pentelico di oltre due tonnellate che decorava il lato orientale della tomba, quello bene in vista per chi entrava in città. Raffigura a grandezza naturale i due sposi, lui drappeggiato in una toga, lei con un ampio mantello sulla tunica e l’acconciatura in voga nel periodo tardo repubblicano: i capelli divisi da una riga centrale in bande laterali e raccolti in un’alta crocchia. Entrambi in posizione frontale, i visi segnati dall’età, ma rivolti l’uno verso l’altra, come ad evidenziare il legame che li univa in vita.

Nell’ambito dell’iniziativa “Capolavori da scoprire” questo gruppo scultoreo, già da decenni nei depositi del Museo archeologico romano, dopo adeguato restauro ha ricevuto ultimamente un nuovo e più degno allestimento nella Centrale Montemartini insieme all’epigrafe dedicata da Eurisace alla moglie premorta e ad un plastico del suo monumento.

E a questo punto ci congediamo dal nostro panettiere, ai suoi tempi forse er mejo fornaro de Roma, di sicuro l’unico che ci abbia trasmesso una così dettagliata illustrazione (e glorificazione) della professione che gli aveva procurato notorietà e ricchezza.

 

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