Si è conclusa la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, un’edizione segnata da un clima di profonda incertezza sul futuro delle relazioni transatlantiche, in un mondo che il rapporto annuale ha icasticamente definito come in demolizione (under destruction). Tra i corridoi dell’Hotel Bayerischer Hof, infatti, il tradizionale ottimismo atlantista ha ceduto il passo al realismo, dove la frammentazione geopolitica e il declino delle istituzioni internazionali sono stati i temi dominanti. Nello stesso rapporto, l’Europa sembra aver finalmente compreso che la propria sopravvivenza dipenderà dalla capacità di diventare un «costruttore più audace» del proprio destino.
A differenza delle tensioni dell’anno precedente, quando il vicepresidente degli Stati Uniti d’America, J. D. Vance, tenne un acceso discorso contro l’Europa, quest’anno l’amministrazione di Donald Trump è stata rappresentata a Monaco da una delegazione guidata dal segretario di stato Marco Rubio, percepito dagli alleati europei come una figura più moderata e pragmatica rispetto ad altri esponenti della cerchia presidenziale. Rubio, infatti, ha cercato di rassicurare i partner europei, affermando che gli Stati Uniti desiderano un’Europa forte e osservando che i destini delle due sponde dell’Atlantico rimangono legati.
Egli ha formulato il suo appello in termini di sangue e terra familiari ai sostenitori di Make America Great Again (MAGA), basandosi su interessi comuni, spesso economici, e non sui valori comuni di democrazia e stato di diritto che avevano tenuto insieme l’Alleanza Atlantica nei decenni passati, osservando che «siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi».
Tuttavia, egli non ha risparmiato critiche alle istituzioni multilaterali, affermando, in particolare, che «le Nazioni Unite hanno ancora un potenziale, ma oggi non hanno risposte sui temi più urgenti e non hanno giocato virtualmente alcun ruolo», citando i conflitti in Ucraina e a Gaza come prove del fallimento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Infine, Rubio ha attaccato duramente quelle che ha definito «politiche energetiche ideologiche» legate al clima, sostenendo che abbiano impoverito l’Occidente a vantaggio dei competitor.
Quest’anno, però, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco erano presenti molti rappresentanti democratici, dal governatore della California Gavin Newsom alla deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez. Nelle loro dichiarazioni pubbliche e nelle conversazioni private, questi hanno provato a rassicurare i partner europei, affermando che la politica di Donald Trump è temporanea, mentre le relazioni transatlantiche sono permanenti.
La risposta dei leader europei non si è fatta attendere. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha stigmatizzato il fatto che l’ordine che abbiamo conosciuto non esista più e lanciato un monito severo, riconoscendo che «l’Europa ha concluso la sua lunga vacanza dalla storia mondiale». Se è vero, dunque, che la dipendenza unilaterale dalla protezione statunitense non esiste più, è anche necessario che l’Unione Europea (Ue) e gli Stati Uniti continuino a collaborare. Egli ci ha tenuto a mostrare che le due sponde dell’Atlantico siano ormai separate da una frattura valoriale oltre che geopolitica, osservando che «il vicepresidente JD Vance aveva ragione», poiché «la lotta culturale del movimento Maga non è la nostra» e che «la libertà di parola da noi finisce quando si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione».
Merz ha riconosciuto che «un’Europa sovrana è la nostra migliore risposta alla nuova era», laddove «unire e rafforzare l’Europa è il nostro compito più importante oggi». Inoltre, il cancelliere tedesco ha sottolineato che «la nostra libertà non è più semplicemente scontata, è minacciata», mentre «chiunque voglia difendere la libertà deve essere disposto ad accogliere il cambiamento e anche a fare sacrifici».
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha rincarato la dose, esortando gli alleati alla prontezza operativa, affermando che «dobbiamo essere pronti a combattere e a fare tutto il necessario per difenderci», osservando che «non c’è sicurezza britannica senza l’Europa e non c’è sicurezza europea senza la Gran Bretagna», seppure il rapporto con gli Stati Uniti rimanga buono e si stia collaborando «su difesa, sicurezza e intelligence 24 ore su 24, 7 giorni su 7». Il presidente francese, Emmanuel Macron, che non ha mai menzionato la NATO nel suo discorso, ha dichiarato che «l’Europa deve diventare una potenza geopolitica», accelerando e implementando «tutte le componenti di una potenza geopolitica: difesa, tecnologie e riduzione del rischio da parte di tutte le grandi potenze». Non a caso, Francia, Germania e Svezia hanno avviato dei colloqui preliminari per discutere di come l’arsenale atomico francese potrebbe contribuire alla sicurezza del continente europeo, spinti dalla preoccupazione circa l’inaffidabilità dell’ombrello nucleare statunitense.
Seppure la questione dell’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti non sia stata affrontata, il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha definito «inaccettabile» la continua pressione degli Stati Uniti e ha avvertito che «se un paese della NATO attacca un altro paese della NATO, allora la NATO finisce. Allora è game over».
In questa cornice, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si è detta «molto rassicurata dal discorso del segretario di Stato» americano, definendolo un «buon amico» e un «forte alleato» (ma veramente?) e ha ribadito la necessità di un’Europa più unita e sicura, laddove Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha affermato che «contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire, l’Europa decadente e woke non sta affrontando la cancellazione della civiltà», mentre molti paesi «vogliono ancora unirsi al nostro club – e non solo i nostri concittadini europei». Kallas ha anche dichiarato che la narrazione della Russia come potenza invincibile è un mito, descrivendo invece il Paese come una nazione in difficoltà a causa della guerra in Ucraina, dicendo di temere che possa vincere più al tavolo dei negoziati che sul campo di battaglia.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è tornato a Monaco con una richiesta pressante di garanzie di sicurezza concrete. In risposta alle pressioni statunitensi per un accordo di pace rapido e per lo svolgimento di elezioni entro la metà del 2026, Zelensky ha ribadito che le elezioni si terranno solo dopo un cessate il fuoco, sottolineando che l’Ucraina non accetterà concessioni territoriali senza solide protezioni future.
Oltre ai conflitti tradizionali, il Munich Security Index 2026 ha rivelato un cambiamento nella percezione delle minacce tra i paesi del G7. Per la prima volta, gli attacchi cybernetici, le crisi finanziarie e le campagne di disinformazione sono stati classificati come rischi più gravi rispetto alle minacce militari tradizionali in diversi Stati membri.
I presidenti della Conferenza Episcopale Francese, Card. Jean-Marc Aveline, della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Matteo Maria Zuppi, della Conferenza Episcopale Tedesca, Mons. Georg Bätzing, e della Conferenza Episcopale Polacca, Mons. Tadeusz Wojda, hanno lanciato un appello ai cristiani per l’Europa, sulla forza della speranza e sulla necessità di tessere alleanze. I presuli riconoscono che «l’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori». Al contrario, «nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati». Inoltre, «dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace» e, pertanto, «l’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli».
