Un carisma “di punta”

Universalità e "trasversalità vocazionale" caratterizzano il carisma di Chiara. Un caso unico oppure una profezia anticipatrice di un fenomeno sempre più diffuso nella Chiesa di oggi?
Pentecoste 1998
I carismi di fondazione, quei doni attraverso i quali lo Spirito Santo arricchisce la Chiesa distribuendoli dove, quando e a chi vuole (cf. LG 12), sono elargiti seguendo lo stesso modello che è proprio di Cristo: in forma incarnata, ossia attraverso una persona concreta, in un tempo e in un luogo determinati. Essi diventano via via storia viva di salvezza, mediante la vita e l’opera di un uomo o di una donna particolari. 
 

La vocazione universale dei carismi

 

Allo stesso tempo questi carismi hanno una portata e un destino che oltrepassa ampiamente il contesto particolare all’interno del quale sorgono. La loro ripercussione è transtemporale, trans-geografica e trans-culturale. Sono caratterizzati intrinsecamente da una vocazione universale.

 

Oggi questo è un dato che si considera quasi come scontato. È infatti patrimonio comune pensare che, per esempio, Francesco d’Assisi non sia solo “dei” o “per” i suoi eredi, le Famiglie francescane, ma sia “di” e “per” tutta la Chiesa. Anzi, non mi sembra nemmeno esagerato affermare che, almeno sotto certi aspetti, Francesco sia diventato un patrimonio di tutta l’umanità.

 

Non sempre però è stata in vigore questa prospettiva. Per secoli, forse con l’intento di difendere la propria identità carismatica, la tendenza dominante era quella di racchiudere questi grandi uomini e donne nel “recinto” limitato dei loro eredi spirituali, preservando gelosamente da interessi estranei le proprie Costituzioni e le tradizioni proprie degli Istituti. A volte, sviluppando un atteggiamento di esoterismo e di opacità istituzionale che oggi ai nostri occhi risulta quantomeno inadeguato e anacronistico, anzi, fonte di sospetti infondati. Bisogna dire però che questo atteggiamento non è ancora del tutto scomparso nella Chiesa.

 

Attualmente, grazie al Vaticano II, la prospettiva è diversa. Tuttavia, non si è ancora approfondito sufficientemente questo orizzonte universale dei carismi. In parte, perché questa teologia è piuttosto recente. Il suo punto di partenza si può ritrovare nei testi conciliari e nella Evangelica testificatio di Paolo VI (1971). Ma non è stato uno dei temi più analizzati ed approfonditi né dai teologi della vita consacrata né dal Magistero ecclesiale.

 

Durante il rinnovamento postconciliare della vita religiosa, altre tematiche ed altre categorie ebbero maggiore successo e diffusione: consacrazione, sequela radicale, radicalismo profetico, testimonianza per il Regno, opzione per i poveri , la vita come parabola del Regno, ecc.

 

Queste prospettive occuparono il panorama teologico per diversi anni, lasciando così nella penombra quell’impulso dato da Paolo VI, che incontrò una certa eco soltanto successivamente nel documento Mutuae relationis del 1978.

 

Tuttavia l’apparizione nella Chiesa dei nuovi carismi e Movimenti, in cui tratti come l’universalità e la “trasversalità vocazionale” acquistano una sempre maggiore importanza, sta riproponendo alla riflessione teologica uno studio più attento e una valorizzazione più precisa delle radici teologiche e del significato ecclesiale di questi aspetti.

 

Le domande si moltiplicano: Da dove proviene questa universalità, capace di oltrepassare frontiere prima insuperabili? Come si pone in relazione con la sua radice cristologico-trinitaria? A cosa si deve questa comunicazione trasversale tra le diverse vocazioni? L’universalità carismatica deve limitarsi alla Chiesa cattolica o può superare le barriere confessionali? È una caratteristica eccezionale di alcuni carismi o è una vocazione comune a tutti? Su quale base si può impostare la prospettiva che l’universalità di un carisma abbia le stesse dimensioni dell’umanità?

 

Certo, non sarà possibile rispondere a tutte queste domande. Tuttavia, è possibile dare alcune piste di ricerca significative, a partire dalla riflessione sul carisma dell’unità di Chiara Lubich.

 

Un caso esemplare

 

Affinché la riflessione non sia mera speculazione, bisogna partire dai dati reali, dai fenomeni esistenti. Il carisma del Movimento dei Focolari è, in questo senso, un modello speciale, perchè in esso si trovano questi tratti in forma prototipica. L’universalità geografica e trans-culturale del carisma di Chiara si rende evidente già per la presenza del Movimento in 182 paesi di tutto il mondo, con vari milioni di aderenti.

 

Tuttavia, questo dato è condiviso dalla maggioranza dei carismi ecclesiali, in particolare in questi tempi nei quali la globalizzazione, internet, la facilità di viaggiare e i grandi movimenti migratori stanno riducendo frontiere che un tempo erano assai significative.

 

Più significativo risulta il fatto che questo carisma superi anche le secolari barriere tra le confessioni cristiane. Nel Movimento dei Focolari è infatti possibile incontrare ortodossi, luterani, riformati, anglicani, evangelici di varie denominazioni, membri delle più antiche Chiese orientali, copti, metodisti, ecc., che non smettono, per questo, di appartenere alle loro Chiese. Si mostra così un ecumenismo reale ed efficace che abbraccia tutti: pastori, vescovi, religiosi, fedeli.

 

Ciò che, inoltre, risulta assolutamente inusuale, è il fatto che aderiscano a questo spirito anche fedeli di altre religioni: ebrei, buddisti, musulmani, induisti, sikh, scintoisti, appartenenti alle religioni tradizionali, ecc.

 

Un’adesione speciale, dato che essi mantengono la loro identità religiosa – a nessuno di loro, infatti, si chiede che rinuncino ad essa, essendo fondamentale rispettare la loro libertà di coscienza – vissuta, però, condividendo questo spirito di unità nel quale ciascuno di sente a suo agio, stabilendo legami profondi di fraternità e di amicizia e partecipando con interesse ai momenti nei quali si approfondisce il dialogo interreligioso.

 

Mi sembra molto significativo il fatto che non pochi dei responsabili e capi religiosi di questi gruppi e confessioni abbiano riconosciuto in Chiara un leader spirituale, tanto da invitare i loro seguaci ad accogliere le sue proposte e a farsi guidare da lei nel loro cammino spirituale. Questo è, probabilmente, un dato unico e originalissimo.

 

E il cammino non finisce qui. Questo carisma riesce anche a oltrepassare la barriera della non-credenza. Di fatto, aderiscono anche al Movimento persone che non si identificano con una fede religiosa come il gruppo degli “Amici di convinzioni non religiose”. Con loro si dialoga, si condivide e si lavora insieme per promuovere quei valori umani che credenti e non credenti possono condividere: giustizia, pace, solidarietà, libertà, ecc.

 

Sarà perché si tratta del carisma dell’unità, e l’unità abbraccia tutti, oppure per il timbro mariano che caratterizza questa spiritualità, in ogni caso essa raggiunge proprio tutti, dialoga con tutti, rispetta tutti e riesce a stabilire vincoli di amicizia e di fraternità con ogni tipo di persone.

 

Va detto che questa caratteristica si è resa evidente soltanto a partire dagli anni ’60. Neanche Chiara pensava all’inizio che il carisma potesse avere una vocazione ecumenica,né tanto meno interreligiosa. È stata l’azione dello Spirito che, in modo conforme allo sviluppo del carisma, ha spalancato delle strade nuove. Tuttavia, oggi mi sembra possibile affermare che ci troviamo davanti ad un carisma che, nella sua maturità, riflette concretamente una universalità che non esclude nessuno e che ha le stesse dimensioni dell’umanità: universalità in atto, ossia cattolicità.

 

Tutte le vocazioni

 

Un altro tipo di universalità più specifica caratterizza il carisma di Chiara. Fin dalle sue origini, raggiunge tutte le vocazioni cristiane. Appartengono di fatto al Movimento, con una diversità di legami e di forme di adesione, Vescovi, sacerdoti diocesani, diaconi permanenti, membri di Ordini e Congregazioni, Istituti secolari e Società di vita apostolica, sposati, separati, vedovi e vedove, celibi e nubili. Non manca, dunque, nessuno.

 

Comunque, l’aspetto più innovativo di questa universalità è che, vivendo in un contesto di intensa comunione e reciprocità, si produce una comunicazione, quasi un “contagio”, dei tratti specifici che tradizionalmente permettevano di differenziare le fondamentali vocazioni cristiane. Una dimensione che ho chiamato “trasversalità”, perché questi tratti si travasano con facilità da una vocazione ad un’altra.

 

Nel Movimento, i consacrati e le consacrate, che emettono voti privati e vivono in comunità, nella loro grande maggioranza hanno un lavoro secolare nella società, di modo simile agli Istituti secolari. Un buon gruppo di persone sposate si associano a questi, per vivere anche loro una certa forma di consacrazione, ovviamente adeguata al loro stato di vita, vincolandosi strettamente alle loro rispettive comunità, maschili e femminili: sono i focolarini e le focolarine sposati, che fanno parte a pieno diritto della comunità del focolare, senza abbandonare per questo la loro vita matrimoniale e familiare.

 

Ci sono tanti sacerdoti diocesani che si sentono chiamati a vivere in comunità, assimilandosi in certo senso ai chierici regolari, senza lasciare però il loro essere diocesani e ovviamente senza smettere di servire e sostenere la parrocchia nella quale sono stati inviati dal loro Vescovo.

 

Ci sono dei laici che si trasferiscono all’estero per vivere un’esperienza missionaria, come pure intere famiglie che vanno a vivere per alcuni anni in un paese straniero, per sostenere una comunità nascente.

 

Gli stessi laici, sposati o no, che vivono e lavorano nel mondo, si radunano in nuclei, maschili e femminili, i quali si incontrano periodicamente per condividere intensamente la vita spirituale e realizzare un tipo di “promesse” che si avvicinano, in certo modo, agli stessi consigli evangelici.

 

Anche se questi vincoli non hanno formalmente la stessa radicalità, non mancano “volontari” e “volontarie” – così vengono chiamati all’interno del Movimento – che hanno messo in comune tutto quello che possedevano con uno spirito di povertà e di essenzialità davvero sorprendenti.

 

Com’è logico, coloro che sono già membri di altri Istituti hanno un vincolo con il Movimento di carattere essenzialmente spirituale o affettivo. Essi si incontrano regolarmente per vivere in comunione la spiritualità e partecipare alle iniziative del Movimento, senza per questo smettere di appartenere alle loro comunità o di lavorare nella missione loro affidata. La loro partecipazione alla vita del Movimento, infatti, avviene sempre con il consenso dei superiori.

 

Questa comunicazione trasversale degli stili di vita ha suscitato certamente più di una perplessità, e qualche difficoltà di classificazione, a più di un canonista, perché sembra supporre quasi una rivoluzione rispetto ai modi tradizionali di intendere le distinzioni tra gli stati di vita, e si presterebbe ad essere interpretata come una specie di “cerimonia della confusione”.

 

In realtà, tutto questo è frutto dello Spirito Santo. Come testimonia la vita stessa del Movimento, questi “travasi” vocazionali non sono stati programmati a tavolino da qualche “apprendista” nelle cose dello Spirito, o da qualche canonista un po’ troppo originale. Essi sono nati progressivamente come frutti maturi di una vita intensa di comunione e unità, molte volte per un insieme di circostanze assolutamente impreviste e insperate.

 

D’altra parte, non è una caratteristica dello Spirito Santo il suscitare continue novità che infrangono la tendenza umana ad incasellare in schemi a volte troppo rigidi le iniziative di Dio? Chi può pretendere di mettere delle barriere al soffio divino?

 

Un caso unico o la punta di un iceberg?

 

La domanda decisiva che dobbiamo ora affrontare è se questi tratti del carisma di Chiara costituiscano una eccezione alla regola, un caso unico che richieda una considerazione speciale, diversa da tutto il resto. Oppure se, invece, essi siano i segni di una profezia anticipata, un “carisma di punta” che apre nuove vie, una nuova prospettiva capace di mettere in luce e di far maturare caratteristiche che sarebbero comuni con gli altri carismi e che fino ad oggi sarebbero rimaste latenti, quasi sopite. Solo in questo secondo caso potremmo parlare del carisma dell’unità come di un caso prototipico.

 

È certo che in ogni carisma vi sono dimensioni uniche, specifiche, irripetibili, Tuttavia, ci sono dei carismi che offrono prospettive globali, orizzonti di totalità che servono a tutta la Chiesa, e che costituiscono come una nuova fioritura dell’albero secolare della Chiesa. Dice von Balthasar a questo proposito: “considerando il ruolo dello Spirito come espositore della verità… vengono dischiusi sempre nuovi sguardi sull’infinita… totalità, modi di vedere che, se lo Spirito lo vuole, illuminano improvvisamente aspetti sempre nuovi dell’infinita verità e li rendono consapevoli, aspetti che stavano in qualche modo inosservati da sempre sull’orizzonte spirituale della fede e a un tratto, con la nuova luce che cade assurgono finalmente nella coscienza chiara”1 .

 

Ancor più, egli applica questa idea precisamente ai carismi:“Grandi carismi, come quelli di Agostino, Francesco, Ignazio, possono ricevere, donati dallo Spirito, sguardi nel centro della rivelazione, sguardi che arricchiscono la Chiesa in modo quanto mai inaspettato e tuttavia perenne”2.

 

In altre parole, certi grandi carismi hanno la capacità di aprire come una nuova prospettiva con cui guardare la Rivelazione divina, contemplandola così in una forma differente, sapendo che in Cristo “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Col 2, 3). E può darsi che questo fenomeno accada col carisma dell’unità.

 

Oltre a questo dato teologico, è possibile anche rinvenire nella storia della Chiesa alcune piste decisive di questa universalità e di questa trasversalità. Anzitutto si può menzionare l’esenzione canonica. Questo aspetto consolidato nei grandi Ordini ci dice della loro vocazione a lavorare in un ambito che supera la Chiesa locale e che collega direttamente i carismi con il ministero di Pietro, secondo l’idea espressa dal Card. J. Ratzinger, oggi Benedetto XVI, che vincolava strettamente l’universalità del ministero di Pietro con la vocazione universale dei carismi3.

 

Il dato evidente che i carismi siano condivisi ed ereditati da generazioni successive, come è dimostrato dalla loro lunga traiettoria storica, è un segnale inequivocabile che questi doni dello Spirito trascendono il tempo, il luogo e la cultura di origine. Parlano della loro vocazione universale.

 

I dati della trasversalità

 

Nemmeno i dati sulla trasversalità vocazionale mancano di precedenti. La presenza dei “Terz’ordini” attorno ai grandi carismi storici non ci manifesta un desiderio di partecipazione dei laici ai carismi dei consacrati? E qualcosa di simile si può dire anche delle “Congregazioni” o “Arciconfraternite” che sono sorte attorno agli Istituti più moderni. Nemmeno si può dire che le Associazioni di sacerdoti diocesani siano una novità.

 

Ed è anche possibile rinvenire l’influenza

di carismi come quelli di Benedetto da Norcia o di Francesco d’Assisi in altre confessioni cristiane (anglicani, luterani). Si può anche aggiungere il fatto che il Movimento Pentecostale è nato al di fuori della Chiesa cattolica e solo più tardi si è reso presente in essa attraverso il Rinnovamento nello Spirito. Senza dubbio si tratta di segnali forse isolati e insufficienti per sostenere l’idea che sto qui proponendo. Tuttavia, ciò che risulta significativo, è che questi “travasi” ed estensioni del raggio di azione del carisma, si sono moltiplicati esponenzialmente intorno al Concilio Vaticano II.

 

Praticamente non c’è una Congregazione di rilievo, alla quale non si associ un ramo femminile, un Istituto secolare, un gruppo di laici associati, o di volontari, simpatizzanti, amici, facendo sì che si estenda “a macchia d’olio” l’idea della “Famiglia carismatica”. Per non parlare delle Famiglie tanto complesse, ricche ed estese, come ad esempio la Famiglia paolina. Non sono questi dei dati che dicono la vocazione di ogni carisma di poter arricchire tutte le vocazioni?

 

La particolarità dei nuovi Movimenti sta nel fatto che sono carismi di origine più laicale che clericale, invertendo così la tendenza precedente. Desta maggiore sorpresa il fatto che un sacerdote o un religioso si associ a un carisma di origine laicale, piuttosto che il contrario.

 

Proprio in questi nuovi gruppi e comunità si percepisce che questi “travasi” non sono esclusivi dei Focolari. Non sono pochi i gruppi nei quali si associano persone sposate con consacrati (Verbum Dei, Identes); sono molti i gruppi nei quali i laici partecipano della missione, tanto quanto i sacerdoti o i consacrati. L’intensa dinamica comunitaria raggruppa tutte le vocazioni, e così nascono consacrati e gruppi sacerdotali nel seno di gruppi originalmente laici, proliferano nelle Chiese sorelle gruppi che cercano di incarnare nella loro tradizione lo spirito di Francesco, Benedetto o Agostino, e si stabiliscono vincoli di amicizia e di collaborazione con fedeli di altre chiese e religioni (Comunità di Sant’Egidio). Gli esempi potrebbero essere infiniti.

 

Che cosa significa tutto questo? Secondo me, nel contesto di una Chiesa che riconosce l’universale vocazione alla santità, che riconosce se stessa come mistero di comunione e che si apre al dialogo come forma di evangelizzazione, questo si pone come un vero e proprio segno dei tempi.

 

Forse i tempi e il contesto sociale erano maturi per una “rivoluzione” di questo genere, all’interno della quale il carisma dell’unità appare come profezia e “punta avanzata” di ciò che, in molti e variegati modi, si sta verificando e moltiplicando nella Chiesa.

 

Le radici bibliche e teologiche

 

Risulta un chiaro paradosso il fatto che, con tutto il risveglio biblico che ebbe luogo negli anni del post-concilio, non si sia sviluppata in modo altrettanto significativo una consistente teologia dei carismi. Eppure di tutte le categorie-chiave che hanno guidato la riflessione teologica sulla vita consacrata, è quella che vanta la base biblica più consistente.

 

Forse non è stato facile vincolare i fenomeni carismatici che Paolo menziona nella prima lettera ai Corinzi con i carismi di fondazione. In ogni caso, la dottrina è lì, ed è decisiva. Credo che si possa dire che la destinazione ecclesiale dei carismi dello Spirito è una tesi consolidata già nella stessa Scrittura.

 

Paolo afferma infatti: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”(1 Cor 12, 7). E questa destinazione ecclesiale diventa per Paolo un criterio di gerarchizzazione tra i carismi, preferendo quelli che aiutano l’edificazione di tutti a quelli che mancano di questa qualità (cf. 1 Cor 14, 6).

 

Lo stesso Paolo indicò in Rm 12, 6-8 la ragione teologica di questa destinazione ecclesiale dei carismi, vincolandola con la teologia della Chiesa come Corpo di Cristo. I carismi dello Spirito sono concessi in ragione del Corpo, in quanto si forma parte del Corpo, in favore del Corpo.

 

È in questo Corpo che “tutti siamo uno” e siamo resi “gli uni membra degli altri”. Nella generazione cristiana successiva si giunse a formulare quasi un principio basico per quanto riguarda i doni di Dio: “ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10).

 

La destinazione ecclesiale dei carismi è confermata anche da un dato costante della Tradizione: i carismi devono sottomettersi al discernimento e all’approvazione da parte della gerarchia ecclesiale. La storia ci ricorda tutte quelle correnti riformatrici dentro la Chiesa, nate all’origine con una intenzione positiva, che finirono col degenerare e produrre più male che bene, per non aver voluto sottomettersi a questo discernimento. Anche questo è indice evidente della destinazione ecclesiale dei carismi.

 

Oltre le frontiere ecclesiali

 

Più complicato sembra invece voler trovare un fondamento per un’universalità capace di valicare le frontiere ecclesiali. Tuttavia, non mancano piste significative al proposito.

 

Anzitutto nella radice. L’universalità della redenzione qualifica anche l’universalità del dono dello Spirito che agisce anche al di là degli stessi confini ecclesiali. Benché l’ambito normale della sua azione siano le strutture e i sacramenti ecclesiali, non sono le stesse Scritture a testimoniare che lo Spirito non rimane prigioniero di questi limiti (cf. At 10, 47)?4.

 

La stessa Scrittura dimostra che ci sono due passaggi decisivi, che si muovono verso un’identica direzione. Il primo, guardando Gesù, è il passaggio dalla missione destinata solo “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10, 6), al mandato missionario universale post-pasquale “Andate in tutto il mondo…” (Mt 28, 19). Analogamente, la Chiesa primitiva fu chiamata a realizzare il non facile passaggio da un orizzonte che si fermava alla tradizione ebraica ad un orizzonte aperto, invece, anche ai pagani. Questo fu il merito di Paolo.

 

La Chiesa posteriore ha mantenuto per secoli l’idea che fuori della Chiesa non vi fosse salvezza possibile, fino a quando il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che, non senza la grazia divina (cf. LG 16), coloro che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo ricevono dalla Provvidenza gli aiuti necessari per la salvezza. Dunque, l’influsso della grazia non si riduce ai canali ufficiali. Non sarà allora coerente con questo processo uno sguardo sui carismi dello Spirito che non restringa il suo ambito solo ai battezzati e ai credenti?

 

In secondo luogo nella sua sostanza. I carismi sono Vangelo incarnato. Una parola, un atteggiamento o un gesto di Gesù che lo Spirito incarna nella storia, mediante la vita di una persona concreta, in favore di tutti. Fino a formare con questi fondatori e con i loro eredi come un Vangelo vivo dispiegato lungo la storia e attraverso il tempo.

 

La natura evangelica dei carismi fa sì che essi godano di alcune caratteristiche che contraddistinguono la Parola divina. Per esempio, la vocazione alla permanenza, anche nell’escatologia: “… le mie parole non passeranno” (Lc 21, 33). Nell’aldilà spariranno molte mediazioni terrene (sacramenti, fede, speranza, gerarchia, ecc.), ma non la Parola, né le parole incarnate che sono i carismi.

 

Per esempio, la legge evangelica del “tutto in ciascuna delle parti”, nel senso che ogni carisma, pur accentuando un aspetto particolare, contiene in sé tutto il Vangelo. Come avviene per ogni frammento eucaristico. A partire da queste piste credo che si possa evidenziare una vocazione universale dei carismi, chiamati ad arricchire tutti, senza stabilire previamente delle frontiere.

 

Nel caso del carisma dell’unità di Chiara, questo è più evidente, non solo per l’universalità esplicita che viene dalla domanda di Gesù al Padre “che tutti siano uno” (cf. Gv 17, 21), ma anche per il “timbro mariano” che segna l’anima del carisma di Chiara, dato che Maria è la madre di tutti, non solo dei “membri D.O.C.” della Chiesa.

 

Una vita “a Corpo Mistico”

 

La trasversalità non risulta facile da accostare e sostenere fino in fondo, perché sembra essere contrario ad essa il peso della secolare tradizione ecclesiale. Ma il criterio teologico del “Corpo”, che Paolo ha stabilito, ci offre una pista importante per parlare dei “travasi vocazionali”.

 

In effetti, finché fu vigente una configurazione di Chiesa come Corpo, come comunità di vita e di missione, questa trasversalità si mantenne. Questa realtà è percettibile nel-l’attività missionaria di Paolo, il quale associa al suo impegno evangelizzatore ogni tipo di persone: lavoratori, “diaconesse”, famiglie, giovani, ecc., che senza paura egli chiama apostoli o collaboratori nell’opera dell’evangelizzazione.

 

Certamente eravamo ai primi passi della Chiesa, e ancora non si erano profilate nettamente le distinte vocazioni cristiane, per cui parlare di “travasi vocazionali” può risultare eccessivo. Tuttavia, ciò che risulta con chiarezza è una vita di “corpo”, nella quale si compie l’ideale della cattolicità che il Vaticano II descrive: “In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, di maniera che il tutto e le singole parti si accrescono con l’apporto di tutte, che sono in comunione le une con le altre, e coi loro sforzi verso la pienezza dell’unità” (LG 13).

 

Questo ci permette di ipotizzare una costante: quando la dinamica comunitaria ha avuto forza e realtà, e parlare di comunione, reciprocità e interscambio era reale, allora lì la trasversalità appariva; invece, quando comincia ad assumere maggior peso l’organizzazione istituzionale (relazioni di autorità), anche per influenze esterne (il modello sociale feudale), la reciprocità si indebolisce e la comunione si intende soprattutto come sottomissione all’autorità, allora in quel contesto la trasversalità scompare.

 

Mi sembra significativo che questa dimensione sia riaffiorata nella Chiesa quando, grazie alla Mystici Corporis di Pio XII (1943), all’ecclesiologia di comunione del Vaticano II e alla Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II, si sia data priorità al recupero della dimensione comunitaria della fede cristiana. È un fattore comune alla maggioranza dei nuovi Movimenti e Comunità: una vita di comunione intensa, tanto dei beni materiali come di quelli spirituali. Ma l’inerzia secolare di uno stile individualista di spiritualità non si supera certo in un momento. Il cammino sarà ancora lungo.

 

Ci sono molti altri aspetti per cui il carisma di Chiara sembra aprire nuovi cammini per la Chiesa e per la fede: il dialogo interreligioso, oltrepassando barriere che sembravano insuperabili con il mondo musulmano, buddista e induista; l’evangelizzazione del mondo secolarizzato occidentale, mediante le “inondazioni” che raggiungono la politica, l’economia, l’altre, il diritto, la pedagogia, la sanità, l’educazione, la comunicazione, la filosofia (si legga a questo riguardo l’articolo di Nedo Pozzi), … aprendo nuove piste che possono aiutare a sbloccare una pastorale ecclesiale che a volte non sa bene come arrivare a questi mondi, a questi collettivi.

 

Senza dubbio, il carisma di Chiara è una grazia di dimensioni stratosferiche, che provoca ammirazione a chiunque lo voglia guardare oggettivamente. Ma forse il servizio più importante, che ne misura la vera statura, è quello di aiutare a rinverdire i diversi rami dell’albero ecclesiale, di far germogliare nuove gemme e virgulti nelle altre realtà ecclesiali e umane, di indicare un cammino per il futuro della Chiesa. E mi pare che Chiara si sentirebbe al suo agio con questa impostazione.

 

 

 

1 H.U. von Balthasar, Lo Spirito della Verità (Teo-Logica vol. III), Milano,1987, p. 22.

 

2 Ibid.

 

3 Cf. Pontificium Consilium pro Laicis, I Movimenti nella Chiesa. Atti del Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, Città del Vaticano, 1999, pp. 15-19.

 

4 Mi riferisco al fatto che Cornelio riceva lo Spirito Santo prima di essere battezzato.

 

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