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Mondo > In punta di penna

Torna l’era degli imperatori

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Pensavamo che la stagione dell’oligarchia nella politica mondiale fosse finita, lasciando spazio al multilateralismo. E invece non è così, tornano i “salvatori del mondo” (nell’opinione loro personale e di tanti loro sudditi)

Proteste a San Paolo (Brasile) contro l’intervento americano in Venezuela (EPA/SEBASTIAO MOREIRA)

C’è un’affermazione nell’ultima conferenza stampa di Trump in occasione del cosiddetto arresto (senza mandato giudiziario, quindi si tratta tecnicamente di cattura) del presidente Maduro in Venezuela che non è stata abbastanza sottolineata. Ha detto The Donald: «Abbiamo dimostrato che gli Stati Uniti non tollereranno più regni di terrore nel nostro vicinato. Le grandi nazioni devono avere vicini che rispettano la legge, vicini che sono amici, non nemici che esportano droga e violenza. Se minacci la sovranità americana o la vita degli americani, non avrai un posto dove nasconderti».

Ora, che i vicini debbono essere accomodanti, se non servili, verso le «grandi nazioni» è uno dei pilastri dell’imperialismo, una delle pietre angolari della logica imperiale e della sua sfera d’influenza. In geopolitica, ciò vuol dire che gli Stati confinanti debbono essere in “cuscinetti” o satelliti che devono prioritariamente servire la sicurezza e l’economia della potenza dominante. Ciò porta a una negazione della sovranità reale dei piccoli Stati, subordinati agli interessi del grande Stato vicino.

Se il vicino sceglie una strada diversa, la potenza imperiale si sente legittimata a intervenire per “ripristinare l’amicizia”. L’affermazione di Trump è una riedizione della cosiddetta Dottrina Monroe, del 1823, e del successivo Corollario Roosevelt. Il principio è semplice: l’intero emisfero occidentale è considerato il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Nessun’altra potenza mondiale (Cina, India o Russia, oggi), né tantomeno regionale, può avere influenza nella zona. E gli Stati Uniti si riservano il diritto di agire come “forza di polizia” se un Paese vicino non si comporta secondo gli standard (politici o economici) statunitensi.

C’è di più. Un “vicino amico” spesso garantisce l’accesso alle risorse, di cui la “grande nazione” abbisogna. Nel caso del Venezuela, Trump è stato molto esplicito sul ruolo delle compagnie petrolifere americane. L’imperialismo economico non cerca solo alleati ideologici, ma partner che mantengano un ordine sociale ed economico favorevole ai flussi commerciali della potenza dominante. La logica delle grandi potenze prevede dunque che la sicurezza della grande nazione aumenti se i vicini sono deboli o dipendenti. Mentre il diritto internazionale moderno si basa sull’autodeterminazione dei popoli (ogni Stato è libero a prescindere dalla sua taglia), la visione di Trump recupera la realpolitik del XIX secolo: la geografia è un destino e la vicinanza a una superpotenza impone limiti feroci alla libertà politica di un Paese.

Quando, nel 2014, in Ucraina iniziò il grave turbamento che poi ha portato alle due guerre del Donbass, all’indomani della strage della Maidan mi trovavo a commentare i fatti in quella stessa piazza coll’ambasciatore italiano, il quale mi disse: «La Russia non tollererà che si mettano i piedi nel giardino di casa sua». Proprio gli Stati Uniti, che ora riaffermano la dottrina dei “vicini amici”, avevano infranto il non detto “patto di non belligeranza con la Russia”, finanziando le rivolte che avevano portato alle dimissioni di Yanukovich, l’allora presidente ucraino filorusso.

C’è un “dettaglio” che dovrebbe far pensare: gli Stati Uniti potranno pur essere i più potenti in Occidente, ma certo non nel quadrante asiatico, dove vive più di metà della popolazione mondiale, e che vede la Cina come superpotenza imperiale (le sue mire su Taiwan cosa hanno di diverso da quelle degli Usa per il Venezuela?), e l’India come potenza in ascesa. La Russia in fondo è molto meno influente nella regione, ed anzi sembra essersi “venduta” a Cina e India.

Sta di fatto che gli imperatori “si annusano”, “si riconoscono” e “si rispettano”, ovviamente a scapito dei “vicini amici”. Per questo Trump è tanto irrispettoso con l’Europa e con i Paesi non allineati, per questo i principi democratici – che pur hanno difetti non secondari e che sono sottoposti a forti critiche soprattutto a proposito della crisi della rappresentanza reale dei cittadini – sono in grave pericolo, e con essi il rispetto dei diritti umani e delle libertà, perché la sudditanza genera asservimento e quindi perdita di libertà.

Su questo scenario assai problematico, si aggiunge la questione del “paradigma tecnocratico” (ricordate le ripetute denunce di papa Francesco?), ossia del possesso da parte di privati o di Stati (o di entrambi) delle conoscenze scientifiche congiuntamente alle potenze tecnologiche, in particolare nell’ambito del digitale e dell’intelligenza artificiale, al fine di dominare ancor più il pianeta, con un’alleanza micidiale tra poteri economico, tecnologico e politico. Pensiamo alle decine di migliaia di satelliti che Elon Musk ha lanciato in orbita e che potrebbero diventare strumenti di egemonia dalla potenza straordinaria. Pensiamo alle centinaia di migliaia di ingegneri che in Cina stanno avanzando nell’ambito dell’IA.

Intanto, stiamo a vedere come reagiranno i venezuelani…

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