La posizione di cristiani e Chiese nella guerra di Gaza

Nella tragedia della guerra di Gaza iniziata dall’attacco di Hamas contro civili israeliani il 7 ottobre si inseriscono anche la vita delle comunità cristiane mediorientali e le posizioni che le Chiese del Medio Oriente hanno assunto attraverso i loro leader. Unità nella preghiera per la pace, aiuto a tutti e condanna della violenza di entrambe le parti.
Un palestinese trasporta un ragazzino tirato fuori dalle macerie dopo un attacco israeliano a Rafah, nella Striscia di Gaza. Foto laPresse.

Il patriarca dei latini di Gerusalemme, e neo-cardinale, Pierbattista Pizzaballa in questi durissimi giorni di bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza ha assicurato le sue preghiere per tutti e «in particolare per la piccola comunità di Gaza, che più di tutte sta soffrendo. Il loro dolore è grande, eppure, ogni giorno di più mi rendo conto che loro sono in pace. Spaventati, scossi, sconvolti, ma con la pace nel cuore».

A Gaza c’è la parrocchia della Sacra Famiglia, alla quale fanno riferimento circa un centinaio di cattolici latini, e papa Francesco ha telefonato personalmente in questi giorni al parroco, padre Gabriele Romanelli, rimasto bloccato a Betlemme all’inizio della guerra. Ma nella chiesa sono attivi padre Iusuf Asad, le suore di Madre Teresa e tutta la comunità latina. Nei locali della parrocchia e nei dintorni hanno trovato rifugio più di 700 persone, compresi 50 bambini con disabilità e numerosi anziani, malati e feriti.

Ma i cattolici nella striscia di Gaza non sono soltanto latini, e i cristiani presenti appartengono a diverse Chiese.

Si è parlato qualche giorno fa del missile (che tutti negano di aver lanciato) caduto nel parcheggio dell’Al Ahli Arab Hospital, gestito dagli anglicani, dove sono morte diverse centinaia di persone. Qualche giorno dopo, un missile israeliano ha colpito l’area della chiesa greco-ortodossa di san Porfirio (edificio risalente al quinto secolo) provocando la morte di una ventina di persone, ma non si sa quanti corpi ci siano ancora sotto le macerie, senza contare numerosi feriti anche gravi. Le vittime sono cristiani ma non solo, perché le chiese avevano da subito aperto le porte a sfollati e feriti, cristiani e musulmani senza distinzione. Nella strage di san Porfirio anche Viola, operatrice 26enne della Caritas, è rimasta uccisa insieme al marito e alla loro bambina neonata.

Dopo il missile sul parcheggio dell’ospedale, il primate anglicano Welby ha raggiunto Gerusalemme, dove si è tenuta una preghiera ecumenica alla quale hanno partecipato anche il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Teofilo III, il cardinale Pizzaballa, il Custode di Terra Santa e i leader di tutte le altre confessioni cristiane presenti in città.

Funerale di tre vittime dell’attacco terroristico di Hamas contro Israele. Foto Associated Press/LaPresse.

Il patriarca latino ha sentito il dovere, il 24 ottobre, di pubblicare una sua lettera aperta ai cristiani latini della Terra Santa, dove chiede che le armi tacciano e prende una posizione molto netta di condanna della violenza, sia quella dei miliziani palestinesi che quella dell’esercito israeliano: «La coscienza e il dovere morale mi impongono di affermare con chiarezza che quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso nel sud di Israele, non è in alcun modo ammissibile e non possiamo non condannarlo. Non ci sono ragioni per una atrocità del genere…».

E continua: «La stessa coscienza, tuttavia, con un grande peso sul cuore, mi porta ad affermare con altrettanta chiarezza che questo nuovo ciclo di violenza ha portato a Gaza oltre cinquemila morti, tra cui molte donne e bambini, decine di migliaia di feriti, quartieri rasi al suolo, mancanza di medicinali, acqua e beni di prima necessità per oltre due milioni di persone. Sono tragedie che non sono comprensibili e che abbiamo il dovere di denunciare e condannare senza riserve».

Una posizione di netta condanna della guerra, ma anche un forte monito all’Occidente, lo hanno espresso i responsabili libanesi delle Chiese maronita, greco-cattolica melchita, armeno-cattolica, siro-cattolica, caldeo-cattolica e latina riuniti nell’Assemblea dei patriarchi e vescovi cattolici in Libano (Apecl), presieduta dal patriarca maronita, il cardinale Béchara Boutros Raï.

Così ne parla in un articolo su AsiaNews del 23 ottobre il giornalista libanese Fady Noun: «Le Chiese orientali [dell’Apecl]… assistono, indignate e inorridite, ai frutti della “licenza di uccidere” data dall’Occidente a Benjamin Netanyahu, in nome del “diritto di Israele a difendersi” dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Pari sconcerto viene manifestato per le atrocità commesse dai combattenti delle Brigate al-Qassam contro persone innocenti, che si erano radunate in occasione di un festival musicale. Pur sostenendo la causa palestinese e il diritto dei palestinesi di beneficiare di un proprio stato, i leader cristiani non nascondono il timore che il Paese dei cedri sia trascinato, suo malgrado, in un’avventura bellica dagli esiti potenzialmente disastrosi».

La sottolineatura dei leader ecclesiastici libanesi recepisce una sensibilità orientale, musulmana ma anche cristiana e ben oltre, che l’appoggio incondizionato occidentale ad Israele nella guerra di Gaza ha esasperato. Esasperazione che appare quasi del tutto incompresa dall’opinione pubblica occidentale. Ne accenna Claudio Fontana in un articolo del 20 ottobre su Oasiscenter: «La sensazione diffusa è quella di una netta cesura tra il mondo arabo musulmano e l’Occidente, costantemente accusato di ipocrisia, di doppi standard e di sostegno cieco allo Stato di Israele. “Abbiamo certamente perso la battaglia nel Sud Globale”, ha detto un diplomatico di alto livello di uno dei Paesi del G7, citato dal Financial Times. “Tutto il lavoro che abbiamo fatto con il Sud Globale [riguardo all’Ucraina] è andato perduto. Dimentichiamoci delle regole, dimentichiamoci dell’ordine mondiale. Non ci ascolteranno più. […] Quello che dicevamo sull’Ucraina deve applicarsi a Gaza. Altrimenti perdiamo tutta la nostra credibilità. I brasiliani, i sudafricani, gli indonesiani: perché dovrebbero mai credere a quello che diciamo riguardo ai diritti umani?”».

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