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Cultura > I film della settimana

Tempi di guerra anche nei film

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Escono “The Voice of Hind Rajab” sulle vittime palestinesi e l’amaro “Una battaglia dopo l’altra” sull’America oggi.

L’attore palestinese Amer Hlehel, la regista tunisina Kaouther Ben Hania, l’attrice giordano-canadese Saja Kilani e l’attore palestinese Motaz Malhees mostrano una foto di Hind Rajab alla première di “The Voice of Hind Rajab” durante l’82a Mostra del Cinema di Venezia, Venezia, Italia, 3 settembre 2025. ANSA/ETTORE FERRARI

Un colpo secco. Subito, dalle prime immagini, verrebbe quasi voglia di uscire dalla sala, tanto sono sconvolgenti. Ma è d’obbligo rimanere. Perché la storia vera della bambina Hind Rajah, cinque anni, uccisa dall’esercito israeliano il 29 gennaio 2024, fa soffrire certo, ma va vista e raccontata per far capire cosa sia la guerra.

Registrata senza doppiaggio, la piccola voce che invoca aiuto, chiusa dentro una macchina con persone già morte e poi lei stessa insanguinata, esprime paura e grida un dolore innocente come pochi film sanno fare oggi.

Tutto si svolge al chiuso, nel locale dove gli operatori sanitari cercano di soccorrere la gente, rischiando la vita. La voce della bambina è la protagonista del film-documentario, dove si lotta contro il tempo: ci vorrebbero solo otto minuti per raggiungerla, ma le difficoltà burocratiche si rivelano insormontabili, generando tra gli operatori rabbia, frustrazione, pianto. Il colloquio telefonico fra gli operatori e la piccola prosegue tra promesse e speranze, rintracciandone anche i genitori. Intanto l’ambulanza non arriva, e quando finalmente partirà – dopo ore di attesa – verrà colpita anch’essa, come la bambina.

È un’atmosfera di pianto e di morte, di cadaveri avvolti nei panni, di funerali silenziosi, in un dramma di altissima pietà: quella che nasce dall’inutilità delle parole, ma che parla da sé stessa come un grido.

Il film suscita sentimenti contrastanti, dal dolore all’impotenza di fronte alla guerra voluta dai grandi che dimenticano la vita dei piccoli: una nuova strage degli innocenti. È un teatro dell’orrore, dell’impossibilità di agire, ma anche della pietas, che resta la sola voce di speranza possibile. Coraggioso il regista Kaouther Ben Hania, premiato con il Leone d’argento a Venezia, ma non con quello d’oro. I giurati hanno preferito Hollywood e le sue “finzioni”, dimenticando il compito più nobile del cinema: raccontare la vita, oggi, qualunque essa sia.

Una battaglia dopo l’altra. L’America è disperata e senza pace. Il lungo film di Paul Thomas Anderson, nel suo svolgersi caotico, eccessivo e frammentario in apparenza, trova tuttavia il suo centro nell’America di oggi, ossia quella del “secondo Trump”. Il regista e sceneggiatore, infatti, sposta l’epoca del racconto di Thomas Pynchon dal 1984 ai giorni nostri.

La storia è quella di un ex rivoluzionario (Leonardo DiCaprio), Bob Ferguson, ormai imbolsito e alcolizzato, che ricorda il gruppo French 75 di cui faceva parte, attivo nel liberare immigrati clandestini rinchiusi in campi-prigioni (come vorrebbe Trump) e nell’attaccare i simboli del consumismo con rapine e guerriglie. Nel gruppo c’è Perfidia (Teyana Taylor), afroamericana aggressiva e femminista radicale, attratta da lui ma concupita anche dal reazionario colonnello Steven (Sean Penn), che verrà addirittura violentato da lei.

La narrazione alterna momenti umoristici (Bob strafatto che non ricorda la parola d’ordine per l’emergenza e si sfoga in collere deliranti) a episodi allucinati e grotteschi (come il convento di suore di colore armate). Emergono scene memorabili, come l’inseguimento fra tre auto che, correndo tra colline aride, finiscono travolte dalla propria furia omicida, sotto lo sguardo impassibile della natura.

Nel film domina la violenza, anche come stile di vita, incarnata dal gruppo suprematista bianco che disprezza chi non è come loro e al quale il colonnello Steven cerca di unirsi, a suo rischio e pericolo (una caricatura di Trump?). È un’America – ma potremmo dire gran parte del mondo – dove la democrazia langue o non esiste, e la consolazione si riduce alla violenza o alla depressione gestita con alcol e droga, in mancanza di una flebile luce di speranza.

Bob ora vive con la figlia (sua o di Steven) cercando di tessere un legame familiare e di sottrarla alla “battaglia”, che sembra però aver contagiato anche le nuove generazioni. Perché così è la vita: una battaglia dopo l’altra. Riusciremo a venirne fuori, l’America e noi?

Il film è denso, ritmico, talora esilarante, talora crudele, popolato di personaggi minori, e interpretato da attori in stato di grazia: Sean Penn, magnifico nel ruolo del militare folle, DiCaprio, eccellente nelle estremizzazioni di rabbia, paura, pazzia e amore, e Benicio Del Toro, duro ex militante French e amico di Bob. Musica scatenante, fotografia che ci porta “dentro” il racconto a mosaico, ma con un centro ben chiaro: uno sguardo dall’alto, imponente, su un mondo disperato e irrazionale, che ha perso ogni punto di riferimento e ogni brandello di umanità. Quella stessa umanità che Bob/DiCaprio tenta faticosamente di ritrovare nel rapporto con sua figlia. Da non perdere.

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