Anche il cameraman si è commosso girando l’ultima scena di Stranger Things, ma non è per l’emozione e il coinvolgimento generale del pubblico che ne scriviamo anche a distanza di qualche settimana dalla fine, quanto per mettere una pulce nell’orecchio di chi finora se ne è tenuto volutamente alla larga. Ne scriviamo anche perché quando, tra svariati anni, i futuri lettori di Città Nuova guarderanno al 2026, non potrà mancare tra le nostre pagine un commento alle ultime puntate di una serie tv durata 10 anni, con 5 stagioni e 42 puntate, una bella serie già cult. Ne scriviamo perché alle cose belle (che oggi è difficile cadano dal cielo, bisogna andarsele a cercare) è cosa buona e giusta dare spazio.
Stranger Things – letteralmente “le cose più strane” – mi ha fatto pensare che quelli “strani” in realtà siamo noi spettatori, nel momento in cui ci sentiamo profondamente coinvolti/sconvolti da una storia di crescita e maturazione fondata sull’amicizia più vera, sulla lealtà, sul dono di sé… Mi domando: ma quanto siamo distanti da queste esperienze se ci colpiscono così tanto al cuore? L’attaccamento a questa storia rivela una più profonda necessità di relazioni autentiche?

I registi statunitensi Ross Duffer e Matt Duffer alla proiezione speciale della quinta stagione di “Stranger Things” a Leicester Square, Londra, Gran Bretagna, 13 novembre 2025. EPA/TOLGA AKMEN
I fratelli Duffer hanno fatto centro dipingendo – non c’è dubbio – un capolavoro. La cornice è la nostalgia dei meravigliosi anni ’80 (a parte la moda opinabile), mentre il quadro rappresenta e trasmette l’amore: tra amici, tra fratelli, tra genitori e figli. Gli adulti della mia generazione, in particolare, si sono ritrovati bambini a pedalare in sella a una bmx per le strade del proprio quartiere o del paese, a giocare tutto il giorno con i compagni di scuola, ad ascoltare insieme nuova musica pazzesca… quel quartiere, quel paese, quei compagni di scuola, quella musica erano tutto il nostro mondo. Quanto ci manca tutto questo? Più cresciamo, meno facciamo gruppo, comitiva e comunità, illudendoci di essere social. Quelli strani siamo noi che troppo spesso ci allontaniamo dalla felicità, e quanto bene fa accorgerci della fortuna di poter dare, ancora oggi, tutti noi stessi per un amore, per un amico, per un papà…
I genitori in Stranger Things
Questa non è una serie per bambini, perché per capire un po’ la vita c’è bisogno di averla vissuta, devi aver fatto esperienza dell’amicizia vera, di un amore maturo, della genitorialità, per poter scegliere di sacrificarti per qualcuno o imparare a lasciarlo andare. Ma sarebbe bello se, guardando le avventure di Undici, Mike, Will, Dustin, Lucas, Max, un adolescente facesse posto sul divano anche a mamma e papà, perché non crescono solo i ragazzi puntata dopo puntata, anno dopo anno, ma anche e tanto profondamente i loro genitori. Hopper, il padre putativo di Undici, è il mio personaggio preferito. È la dimostrazione che padre o madre non ci si nasce, ma si impara a diventarlo, soprattutto sbagliando, magari litigando, sicuramente non rinunciando, mai fuggendo. Mi ha insegnato, dopo aver trasmesso tutto ciò che conta, a fare un passo indietro, non accanto, proprio indietro, rispetto alla scelta decisiva della figlia, perché quella è fiducia, quello è passare il testimone, è crescere insieme.

L’attore statunitense Noah Schnapp e l’attrice britannica Millie Bobby Brown alla proiezione speciale della quinta stagione di “Stranger Things” a Leicester Square, Londra, Gran Bretagna, 13 novembre 2025. Ansa EPA/TOLGA AKMEN
A qualcuno il finale non è piaciuto (spoiler), ci si aspettava un “vissero tutti felici e contenti” o una puntata ulteriore a sorpresa dopo quella della morte di Undici, nella speranza che possa trovarsi viva altrove, quando invece è giusto accettare che la libertà è scomoda, salvare chi ami è il senso più alto da dare all’esistenza.
Non si esauriscono in poche righe i tanti messaggi di Stranger Things, sono rimasta volutamente in superficie, ora tocca fare il rewatch, magari con accanto i figli (spiegando cosa sono walkman, walkie talkie e altri oggetti d’epoca, con un pizzico di nostalgia).
