Il primo gennaio di questo nuovo anno abbiamo salutato, a malincuore, una serie tv che ci ha accompagnati per gli ultimi 10 anni. Stranger Things ricorda un po’ la magia di essere cresciuti con saghe come Harry Potter e altre storie che, attraverso le loro vicende, plasmano in qualche modo la crescita, le scelte e la sensibilità di tutti noi.
Il pubblico si è spaccato in due: tra chi è rimasto soddisfatto del finale e chi, invece, ne è rimasto deluso. Accontentare tutti, per i fratelli Duffer – autori di Stranger Things −, non è stato possibile, ma ciò che è certo è che questa stagione conclusiva è stata ricca di umanità e di “ferite” che riguardano ciascuno di noi.
Se nelle prime stagioni la figura centrale è sempre stata Undici, in quest’ultima parte la singolarità di ogni personaggio ha trovato il suo spazio, confermando che il gioco di squadra è la vera chiave per la salvezza.
Il coming out di Will è uno dei momenti più significativi. Ripercorrendo la sua storia, vediamo un bambino fragile, con un vissuto familiare complesso: l’assenza del padre, una madre sola e impacciata che, con lavori umili, cerca di crescere due figli bisognosi di affetto e di colmare il vuoto dell’abbandono. La debolezza di Will attira Vecna, il quale trae vantaggio dal fatto che il ragazzo, smarrito e impaurito, sia una figura particolarmente plasmabile e sensibile. Già confuso nella preadolescenza riguardo al tema dell’attrazione sessuale, nell’adolescenza Will comprende di essere gay ed è terrorizzato all’idea che le persone a cui vuole bene possano scoprirlo. Importante ricordare che la serie è ambientata negli anni ’80, un periodo in cui l’omosessualità era stigmatizzata , associata alla malattia e alla colpa. Il monologo di Will è un momento centrale della settima puntata, rappresenta un momento di enorme intensità emotiva: comunica la forza dell’accettazione di sé, la necessità di mostrarsi per ciò che si è veramente e il desiderio di essere amati per quello che si ha da offrire. Sono tasselli essenziali per sconfiggere le proprie paure — in questo caso incarnate da Vecna, il quale aveva terrorizzato Will mostrandogli un futuro di solitudine e rifiuto, scenario che nella realtà non si realizzerà.

Nancy e Jonathan in una foto di scena della quinta stagione di Stranger Things. Credit: ANSA/ UFFICIO STAMPA.
Un’altra scena di grande profondità emotiva è il dialogo tra Nancy e Jonathan. Coppia nata nel corso della serie, che da qualche tempo viveva una crisi inespressa. Intrappolati nel Sottosopra e convinti di morire, decidono finalmente di aprire i loro cuori e di rivelare verità rimaste taciute durate il corso di tutta la loro relazione, probabilmente per la paura di ferirsi. Si tratta di un’importante spunto di riflessione sulle relazioni (amorose e in generale), spesso intrappolate in dinamiche non dette, quando basterebbe una comunicazione sincera per evitare sofferenze inutili e legami non funzionali che finiscono per limitare la libertà di essere sé stessi.
Non si può non citare Vecna, originariamente Henry Creel, antagonista dell’intera serie. Malvagio fin da bambino, quando uccide la madre e la sorella, viene preso dal dottor Brenner e rinchiuso nel laboratorio di Hawkins, dove rinforza i suoi poteri psichici e soprannaturali, aiutando a crescere altri bambini come lui, tra cui Undici. Nell’epilogo emerge come la sua cattiveria affondi le radici in un trauma infantile profondo: un dolore che, invece di essere elaborato, diventa identità, nutrendo la sua solitudine e la sua spinta distruttiva. Come accade nella vita di molti, il trauma finisce per parlare al posto della persona, e non tutti, quando si presenta la possibilità di scegliere di essere qualcosa di diverso, riescono ad abbandonare l’identità costruita attorno alla sofferenza.
Sarebbero ancora molti gli approfondimenti che si potrebbero fare, i temi trattati dalla serie sono numerosi: la libertà di scegliere se vivere o morire di Undici, la fiducia quando sempre lei chiederà al padre adottivo Hopper di sostenerla; l’amicizia tra Dustin e Steve; il lutto per le numerose perdite delle stagioni precedenti; il rapporto tra genitori e figli; l’ascolto, e, non meno importante, la nostalgia per gli anni ’80, epoca in cui i bambini giocavano all’aperto, la musica aveva un carattere più forte e la quotidianità era scandita da avventure vissute senza cellulari.
Ciò che emerge con chiarezza, in mezzo a tutta questa profondità emotiva, è il bisogno di celebrare la leggerezza della giovinezza, accompagnata dalla magia dell’infanzia — spesso accantonata nella crescita, ma che torna protagonista nella scena finale nel seminterrato, ricordandoci proprio che è la magia dentro ciascuno di noi a renderci unici.