Sono iniziate le elezioni in India

Il 19 aprile sono iniziate le elezioni politiche in India. È la consultazione elettorale più massiccia nell’attuale panorama geopolitico mondiale. Quella che dal 1948 è sempre stata considerata e definita “la più grande democrazia del mondo”, nelle prossime settimane, vedrà recarsi alle urne 970 milioni di elettori.
Narendra Modi, primo ministro indiano e capo del partito Bharatiya Janata Party (BJP) a Nuova Delhi, India, 14 aprile 2024. Foto ANSA/HARISH TYAGI
Narendra Modi, primo ministro indiano e capo del partito Bharatiya Janata Party (BJP) a Nuova Delhi, India, 14 aprile 2024. Foto ANSA/HARISH TYAGI

Ciascuno dei votanti dopo essere uscito dalla cabina elettorale, prima di lasciare il seggio, avrà una macchia d’inchiostro quasi indelebile applicata sull’indice della mano destra, a significare che ha esercitato il diritto al voto. Questo processo, a motivo dei 970 milioni di aventi diritto, si snoderà per 44 giorni – fino al 1° giugno – scandito in sette fasi successive. Ma non sono solo questi i numeri impressionanti di questa consultazione elettorale che si svolge in un anno – il 2024 – in cui in molte parti dell’Asia (Taiwan, Indonesia e Pakistan per esempio) e del mondo (Stati Uniti e Unione Europea) hanno già avuto o avranno luogo altri processi elettivi.

I candidati indiani sono ottomila ed offrono un’ampia scelta per i 543 seggi parlamentari del Lok Sabha (letteralmente la Casa del popolo), la Camera dei deputati di Nuova Delhi. In alcuni stati più piccoli una giornata sarà sufficiente per terminare le operazioni di voto, ma in altri, come l’Uttar Pradesh che conta una popolazione di quasi 240 milioni di abitanti, sarà necessario suddividere i vari distretti amministrativi (una sorta di province) nelle sette tornate elettorali, e per questo sono stati reclutati ben quindicimila scrutatori. Fin qui i numeri – impressionanti – di un processo elettorale che non ha eguali al mondo.

Le cose – come sempre quando si parla dell’India – sono, comunque, ben più complesse. Infatti, da parte di molti osservatori stranieri e anche locali, da tempo ormai si discute sulla questione della natura di democrazia vigente nel gigante asiatico ai tempi del governo Modi, il primo ministro insediatosi a Nuova Delhi nel 2014 e trionfatore ancora cinque anni fa, che si propone come il favorito assoluto anche di questa tornata elettorale. Modi e il suo partito – l’ormai ben noto Bharatya Janata Party, da tutti chiamato con l’acronimo Bjp – non sembrano per niente temere la concorrenza dell’India, altro acronimo che sintetizza in poche lettere significative l’opposizione – India National Development Inclusive Alliance – che raccoglie tutta la serie di partiti grandi (quello del Congresso, per esempio) e piccoli (una costellazione) che si oppongono all’attuale partito di maggioranza.

Il problema più acuto, infatti, avvertito da molti, è il pericolo di una progressiva erosione della vera democrazia verso quella che è già stata definita piuttosto come una “autocrazia elettorale”. In questi anni di governo praticamente assoluto – Modi poteva contare su 303 seggi contro i 52 del Congress Party e dell’opposizione – si sono susseguite scelte politiche che non possono essere riconosciute sotto il grande ombrello della democrazia.

L’ultima notizia, che ha fatto grande scalpore, è stato l’arresto dell’on. Arvind Kejriwal, uno dei maggiori oppositori dell’attuale Primo Ministro. Kejriwal, leader dell’Aam Admi Party (Aap), una sorta di “partito dell’uomo qualunque”, è il governatore di Delhi, un cosiddetto Union Territory di importanza significativa in quanto comprende l’amministrazione della capitale federale dell’India. Kejriwal nel 2015 è stato capace di sconfiggere il candidato del Bjp e di Modi, e da nove anni amministra il territorio della capitale. Il 21 marzo scorso, un mese prima del primo ballottaggio, è stato arrestato – e si trova ancora in prigione – con l’accusa di aver accettato mazzette per un valore totale di un miliardo di rupie (circa dieci milioni di euro) a fronte della concessione di licenze per l’apertura di punti vendita di alcolici. L’accusa non è stata provata, ma l’avversario del Primo Ministro è ancora in carcere a Delhi.

E non si tratta, comunque, del primo caso di questo tipo. Anche il Primo Ministro dello stato del Jharkhand, abitato per la maggioranza da popolazione di origine tribale, è stato arrestato alla fine di gennaio a causa di uno scandalo legato a proprietà terriere. Ciò che, tuttavia, è ancora più grave è che i conti bancari dell’Indian National Congress, il maggior partito di opposizione, sono stati congelati con l’accusa di non aver presentato la rendicontazione obbligatoria per l’anno 2017-2018. Come se non bastasse, qualche mese fa anche Rahul Gandhi, figlio di Sonia e Rajiv e nipote di Indira Gandhi, già segretario del Congress Party, era stato espulso dal Parlamento, accusato di aver criticato il Primo Ministro e il suo partito. E ci sarebbe ancora molto altro da dire al riguardo.

Tutto questo è stato possibile perché il governo Modi gode di un’ampia maggioranza assoluta e può presentare e votare qualsiasi proposta di legge o risoluzione di competenza parlamentare. Il grande timore è che un altro successo a valanga, tipo quello riportato da Modi nel 2019, aprirebbe al Bjp la strada per l’introduzione di una nuova Costituzione.

Il timore è che si possa trasformare l’India in una Hindu Rashtra, una nazione indù, a scapito dei diritti delle minoranze, in particolare di musulmani e cristiani. In effetti, molte delle scelte operate dal governo Modi in questi anni sono chiaramente orientate in questa direzione. Questo, oltre a mettere in crisi la democrazia cancellerebbe la nota laicità indiana, che dall’indipendenza ha sempre cercato di garantire uguali diritti, libertà di culto e pratica religiosa a qualsiasi religione e gruppo. Ne potremo parlare in un successivo articolo, in attesa che il 4 giugno si possa conoscere l’esito delle elezioni della più grande democrazia (o quasi) del mondo.

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