Solo Sola

Ricominciare dopo l'abbandono e il trauma. Ma da dove ripartire? Storie di separati controcorrente.
Famiglie
Sono andata in pensione dopo anni di lavoro e un’esperienza matrimoniale molto bella, perché ho avuto accanto una persona eccezionale, come marito, come padre delle nostre due figlie e come uomo: è professore di filosofia morale. Ora, finalmente libera dai tanti impegni, potevo seguirlo nei suoi viaggi e studi.

Quando gli ho detto: «Sono felice, possiamo finalmente camminare insieme», lui, che evidentemente stava cercando l’occasione per dirmelo e non aveva forse trovato il coraggio, mi ha risposto: «Non ti amo più». Sono rimasta esterrefatta, mi sono sentita morire.

 

Nei mesi successivi ho bussato alla porta di tante persone, provavo un senso di vergogna, giravo nelle strade lontane dal mio quartiere per non incontrare qualcuno che conoscevo. Pensavo ancora che “quella cosa” potesse rientrare; invece lui se n’è andato di casa, mentre le ragazze sono rimaste con me. Ma io lo amavo (e lo amo) ancora, per cui pregavo: «Signore, prendimi con te perché ho fallito, non sono riuscita a portare avanti la mia bella famiglia».

È seguito un periodo di depressione, anche perché coincideva con la pensione, ero tutto il giorno a casa dopo una vita frenetica e spesa per l’esterno. Ho capito che avevo lasciato mio marito per ultimo, prima venivano le figlie, poi la scuola, poi la mia mamma lontana da assistere. Forse aveva ragione lui. Mi sentivo colpevole e lo perdonavo, perché in quasi 25 anni che abbiamo passato insieme, lui non si poteva spendere per noi tre più di quanto si è speso.

 

Non ho sentito rancore nemmeno per la donna con cui ha cominciato a vivere. Anche per le ragazze è stato un grande dolore, ma senza un giudizio troppo negativo verso il padre, che era il nostro mito. In quel periodo ho girato tutti i movimenti possibili, e intanto pregavo: «Signore, dammi un aiuto perché voglio essere fedele a mio marito e alle due creature che tu mi hai dato».

 

Dopo tanto pianto, un giorno in chiesa ho trovato un depliant su una Mariapoli a Rimini. Ho detto alle figlie: «Non so cos’è, ma vado a conoscere anche questo movimento». Mi sono trovata dentro un’assemblea di più di mille persone; il tema era esattamente la mia domanda: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Ho trovato fratelli e sorelle, l’aiuto che cercavo e mi sono buttata a leggere i libri di Chiara Lubich. Dopo due mesi mi sembrava di aver capito tutto, potevo anche vivere da sola questa spiritualità, mentre in realtà non avevo capito niente, perché è una spiritualità comunitaria.

Finchè un giorno ho letto su Città nuova una bellissima pagina di Chiara, alla cui luce ho “capito” la mia vita. Forse mio marito era diventato per me come un dio che mi impediva di vedere Dio. Ho pensato: «Signore, forse tu hai spostato mio marito perché io trovassi te, perché tu volevi che io venissi da te!»

 

Non so se sbagliavo, ma è quello che ho pensato. Come il sole non lo vediamo se c’è una nuvoletta davanti o è nuvoloso, ma quando la nuvola passa rivediamo il suo bagliore, così mio marito era la nuvoletta che mi impediva di vedere il sole. La frase di Chiara che ho trovato su Città nuova dice: «Dietro la trama della nostra vita sta Dio con il suo amore, che tutto vuole o permette per il nostro bene».

 

Questa è stata la mia via per arrivare al Signore, una via che devo percorrere da sola, visto che davanti a lui ci presenteremo uno alla volta. L’ultimo suo regalo è che posso far parte del movimento Famiglie nuove anche se sono separata, perché il mio matrimonio è vivo, è vero. Anch’io posso donare qualcosa, con la mia esperienza.

Anna Maria

 

Dovrei dire che…

 

La notte è il momento più traumatico per un abbandonato, specie all’inizio, ma forse peggiora pure. Le mie giornate scorrono veloci, con tantissime attività, dal teatro alla cucina al video alla fotografia; e la noia mi è estranea.

Il cuore di Dio contiene i cuori nostri e di tutti coloro che ci hanno abbandonati, seguendo magari sogni bambini, in cerca di sé stessi e di gioie impossibili.

L’amore è amare, oltre sé e il proprio dolore, e non aspettare l’amore altrui. Bisogna coltivare la fede nel disegno di Dio sulla coppia, che certo non muore con una sentenza di tribunale o una distrazione carnale, in un equilibrio umanamente impossibile.

I nostri occhi saturi di lacrime gridano vendetta al cospetto di Dio, la vendetta d’amore di Gesù sul Golgota. Comunque sia, tanti nel mondo vivono baratri ben più grandi dei nostri.

Se non la amerò io, chi la amerà? E chi la porterà in paradiso?

Sono cresciuto più in questi due ultimi anni che nei quaranta precedenti. Non cambierei la mia vita con nessuno al mondo.

Dio è amore, e certo non manda prove superiori alle capacità. Ho urlato al cielo, e non si è mosso; è accaduto molto di più, Paolo che si converte.

Mi sono concentrato a crescere dentro, senza appoggi.

Le colleghe mi ritengono un marziano, raro caso al mondo, e i miei figli e tutti mi premono: «Devi trovarti una donna».

Il tempo “da soli”, che pare sprecato, è tale solo se vissuto senza Dio, che invece eternizza ogni istante. Bisogna giungere a vivere la vita e leggere la storia con gli occhi di Dio.

Paolo

 

Grazie

Cara Città nuova, vorrei ringraziarti per lo spazio che ci hai dedicato qualche numero fa. Sono una mamma separata da circa tre anni con due figli da poco maggiorenni. Ho vissuto la mia separazione come un fallimento, ero sicura che la mia sarebbe stata una famiglia perfetta e che il nostro matrimonio, fondato sull’amore, quello vero, avrebbe superato tutto.

Nella mia vita ho dovuto affrontare delle prove dolorose, forse la più grande l’aver perso la nostra bambina di un anno e mezzo, ma insieme siamo riusciti a superare questo immenso dolore. Invece, dopo vent’anni di matrimonio è arrivata la separazione. Dolore, senso di colpa, fallimento, non riuscivo più a trovare la pace dentro di me, solo un vuoto incolmabile.

Ho avuto la fortuna di conoscere Famiglie Nuove e lì, pian piano, grazie all’amore di tutti, è tornata un po’ di luce anche nel mio cuore. Al di là di tutto ho capito che c’è Qualcuno che mi ama così come sono, anche nei miei fallimenti. Ho molte domande a cui non sempre riesco a dare risposta, a volte mi sento inadeguata come genitore unico e mi piacerebbe trasmettere ai miei figli il senso della famiglia, anche se la nostra non è più completa. Leggendo il vostro articolo sul n. 1/2009 ho sentito che avete a cuore i nostri problemi, avete fatto il primo passo… aspetto i prossimi!

Silvia

 

BOX

Cellule staminali per la società

 

La famiglia deve prendere coscienza che ha un grande progetto ed energie insospettate. Secondo Pier Paolo Donati, presidente dei sociologi europei, la famiglia è il luogo dove nascono e si formano le virtù umane, che vengono elaborate fino a trasformarsi in virtù sociali: il senso della gratuità e di accoglienza, per esempio degli sposi quando nasce un figlio, o per una persona anziana. Il senso di solidarietà, la comunione, la comunicazione, il rendere bello il luogo dove abiti e vivi. In famiglia si cresce in tutte queste dimensioni, ci si educa a considerare la persona che passa per strada non un nemico, ma uno come te, con il quale puoi interagire.

 

Consapevolezza organizzata Tra famiglie bisogna associarsi, essere consapevoli dell’importanza delle proprie funzioni e chiedere sostegni e interventi allo Stato. Non carità o assistenza, quindi, ma impegni precisi per mettere la famiglia in grado di svolgere la propria funzione per il bene comune.

 

Accanto ai separati. Attraverso una rete di famiglie ed esperti, cerchiamo di realizzare una comunione per la prevenzione delle crisi, per aiutare i giovani nei primi anni di matrimonio, che sono quelli più a rischio. E dove nasce un problema la rete avverte, segnala e interviene. Nei nostri gruppi ci sono anche i separati, persone che vengono da grandi traumi e che nella comunità trovano sostegno per loro stessi e per il compito educativo nel loro nuovo stato di vita.

 

Anna e Alberto Friso, responsabili internazionali di Famiglie Nuove

 

 

Papà, se ti separi…

 

«Con mamma stabilisci bene fin dall’inizio in quali ore di quali giorni stiamo con te e in quali con lei. In tv dicono che troppi accordi consensuali di separazione poi diventano giudiziali, cioè arrivano al processo. Con l’attuale legge sull’affidamento condiviso educate e siete responsabili in due, ognuno nelle ore in cui state con noi. Anche i nonni ora hanno il diritto di vederci

Papà, impara a fare tutto, fai da mangiare e stacci vicino, perché la separazione lascia traumi terribili nei figli. A scuola vediamo in altri figli di separati depressione, anoressia, bulimia, violenza, delinquenza, droga, alcolismo.

Anche nel caso che non ci permettano di incontrarti, papà non mollare, almeno dobbiamo sapere che ci cerchi.

Ricorda che noi ragazzi abbiamo bisogno di te. Magari vieni sul marciapiede davanti alla scuola. Oppure appendi in ascensore un foglio con scritto: «Papà ti vuole bene». Telefona, insomma non mollare e magari a 18 anni verremo ad abitare con te.

Non isolarti, non limitarti a pagare gli alimenti.

Oggi cercano di far passare l’adozione da parte dei single, ma noi abbiamo bisogno di un padre e di una madre. Quindi, papà, fai di tutto per non lasciarci soli».

 

Contributo di Ernesto Emanuele (Associazione separati)

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