Case distrutte, macerie, sguardi colmi di dolore e indignazione. È il quadro a cui ormai siamo abituati a vedere della striscia di Gaza e sono le immagini del docufilm Jenin diretto da Mohammad Bakri che racconta attraverso la testimonianza dei profughi del campo di Jenin i crimini commessi dall’esercito israeliano nell’operazione cosiddetta “scudo difensivo”. Il reportage risale al 2002 al seguito del quale il regista ha subito una campagna legale da parte del governo di Israele: la condanna, l’arresto e la richiesta di una grande somma di risarcimento. Israele inoltre ha vietato la riproduzione del film. Nel 2023 Bakri è tornato sui luoghi del suo reportage sperando di incontrare alcuni dei volti ripresi per le sue interviste e per realizzare un altro film dal titolo Janine, Jenin 2024.
Da oltre 20 anni le immagini non sono cambiate, anzi lo scenario di violenza è peggiorato.
La proiezione di Jenin nel salone della parrocchia San Carlo Borromeo a Bari ha aperto l’incontro moderato da Francesca Amoruso, referente di Freedom Flotilla Italia per Bari e una delle ultime attiviste tornate dalla missione a Gaza. Tra resistenza, cultura e informazione si sono alternati interventi per fare un doveroso, e ancora doloroso, punto della situazione sulla violenza lungo la Striscia. Francesca Amoruso, insieme a Shokri Hroub, referente della logistica di Freedom Flotilla Italia, ha descritto l’iniziativa “100 porti in 100 città”: la mobilitazione di volontari e attivisti nei porti del Mediterraneo per sensibilizzare la cittadinanza e sostenere la popolazione di Gaza. Ogni tappa raggiungibile non solo via mare, prevede percorsi interni con camper e carovane e creare assemblee, incontri e dibattiti sulla tragedia che continua a perpetrarsi. Le armi israeliane continuano a sparare fino alla Cisgiordania e colpiscono anche i cattolici presenti sulla Striscia.
Uno degli obiettivi è di tenere alto il livello della comunicazione, in un contesto occidentale “distratto e assopito”. In effetti emerge una lieve flessione dell’interesse sulla guerra israelo-palestinese da parte dell’opinione pubblica occidentale, che ha avuto il punto più alto di attenzione mediatica a livello internazionale solo quando le barche della Sumud Flotilla veleggiavano verso Gaza e venivano anche bombardate. La proposta aperta a tutti i cittadini è una campagna di sensibilizzazione, culturale e di memoria in supporto a tantissimi palestinesi che resistono tra le macerie. Di valore culturale ha parlato Nabil Salameh, cantautore e giornalista palestinese: «Il cinema palestinese è resistenza per la memoria e per l’attualità. L’arte e la cultura sono dichiarazioni di presenza e permettono di uscire dall’invisibilità. Culturalmente è possibile vincere le battaglie anche attraverso il cinema. La Palestina ha una tradizione in questo ambito: risale al 1935 il primo documentario sul viaggio del monarca saudita a Gerusalemme e Giaffa». Non a caso sembra che gli israeliani abbiano rubato le pellicole da Beirut e provato ad impossessarsi dell’archivio audiovisivo nell’intento di insabbiare la memoria, di impossessarsene. Ecco perché se l’arte tace rischia di diventare complice del genocidio.
Sul pericolo di complicità soprattutto dei governi occidentali parla Angelo Mazzeo, attivista, giornalista, che durante la missione della Sumud Flotilla è stato arrestato dalla Marina Militare Israeliana ed espulso verso l’Italia. Il ruolo del governo italiano a sostegno degli armamenti e delle operazioni militari israeliane merita un’adeguata campagna d’informazione. Soprattutto la Puglia, come ricorda Mazzeo, è centro di interesse per le strategie militari. La base aeronautica di Amendola vicino Foggia prepara soldati israeliani e cacciabombardieri; la Marina Militare di Taranto prepara flotte Nato, come anche il porto gioca un ruolo importante poiché da qui si tenta di far partire navi cargo con munizioni verso Israele. Su di esso la finanza statunitense sta provando a mettere le sue mani. A Grottaglie lo stabilimento di Leonardo è centro di eccellenza per la progettazione di droni killer; a Galatina, in provincia di Lecce, si addestrano militari per comandare i velivoli M-346 e non vanno dimenticate le opere di ricerca del fossile nel Mediterraneo attraverso gli impianti Eni presenti in Puglia. L’esortazione, oltre ad informare sulle responsabilità dirette o indirette nel sovvenzionamento alla guerra, è di non rimpolpare l’economia, soprattutto degli armamenti a favore di Israele.
Il tentativo nonviolento e culturale è quello di provare a dar voce alla resistenza del popolo palestinese come le Donne in nero, attiviste che settimanalmente manifestano con un presidio nel centro città. La loro presenza simboleggia il silenzio urlato della popolazione e soprattutto dà voce alla tenacia delle donne palestinesi di cui forse troppo superficialmente si dimenticano le sofferenze, che subiscono ormai da tantissimo tempo. Durante l’evento a Bari, viene raccontato un vero e proprio genocidio pianificato: si distruggono 4.000 embrioni per una strategia pianificata di annientamento per tutto ciò che sostiene la vita; a molte donne a Gaza viene ostacolato l’accesso all’ospedale e i militari sembrano autorizzati a compiere violenze verso madri e sorelle dei resistenti palestinesi.
Esplicito è il parroco don Angelo Cassano e referente per Libera: «Quando parliamo di Palestina, parliamo del mondo, di tutte le guerre in atto. Oggi da tutte le parti stiamo vivendo il pericolo, inoltre, di una manipolazione terribile che getta fango su tutto il dissenso». Discutere, informare, impegnarsi per la pace, non abbassare la guardia su ciò che accade nel nostro mondo vicino e lontano è una forma di resistenza. Tutti siamo coinvolti negli interessi che girano attorno alla guerra e alla Palestina in un mondo che si sta fin troppo disumanizzando lasciando spazio, troppo spazio, al potere colonialista e finanziario.
