Gli ingredienti ci sono tutti: una montagna di nuove canzoni che spaziano dal pop giovanilista fino ai limiti del neomelodico, la solita carrettata di polemiche e le immancabili ingerenze politiche. La fiera della massmedialità canzonettara ancora una volta andrà ad intersecarsi con lo spettacolo nazional-popolare, laddove è facile passare con nonchalance (e talvolta con una certa dose d’ipocrisia) dal sociale al comico, dal poetico allo sguaiato.
Il più giovane è il ventiduenne Luca D’Alessio (figlio di Gigi, alias LDA), la più stagionata, l’immarcescibile Patti Pravo, classe 1948 e una decina di partecipazioni alle spalle. Ad averlo già vinto, Ermal Meta, Arisa, Renga e Masini (a suo tempo vincitore tra le nuove proposte). Gli esordienti sono 11, e fra questi, Tommaso Paradiso, uno dei più quotati, così come Ermal Meta, Fedez & Masini, Arisa e la Brancale, la preferita dai bookmakers. Illazioni, perché da qualche anno a lasciare il segno non sono i nomi, ma le canzoni e i modi in cui ci si presenta, ma in ogni caso, come sempre, i veri verdetti arriveranno in primavera con le classifiche di vendita, le playlist, e soprattutto le prenotazioni dei tour estivi.
A proposito del cast: molti hanno già trovato da ridire, giudicandolo inferiore come caratura artistica rispetto alle precedenti edizioni, ma è bene ricordare che lo scorso anno pochissimi conoscevano il potenziale di Lucio Corsi, poi il vincitore morale della kermesse. In ogni caso da qualche anno le strategie discografiche non paiono più orientate a cercare il cavallo vincente, ma piuttosto a sfruttare la vetrina sanremese per mettere in mostra i nuovi talenti più promettenti, pescati sempre più spesso dai beniamini dei social o tra i figli d’arte.
Televisivamente parlando Sanremo sarà anche quest’anno un evento assemblato nel segno del gigantismo in grado di far coesistere, nella passione o nel dileggio, estimatori e detrattori, ad immagine e somiglianza di un Paese più che mai lacerato dai contrasti e dalle contrapposizioni. Stilisticamente invece, il Festivalone n°76 conferma l’ecumenismo delle ultime edizioni, con le solite escursioni dal rap al rock, dall’ortodossia pop a qualche sberleffo iconoclasta. Quanto ai testi prepariamoci alle solite overdose di melassa e luoghi comuni in un’avvilente penuria di metafore originali, guizzi poetici e richiami a questo presente, anche se in una manciata di canzoni si colgono alcuni flebili richiami al sociale e a certi valori oggi più che mai a rischio di evaporazione; in una addirittura (!) c’è un richiamo al dramma dei bambini di Gaza e in un’altra s’inneggia alle gioie del matrimonio…
Del resto la macedonia sanremese è da tempo assemblata coi medesimi ingredienti e le medesime spezie, e così continuerà ad essere finché gli ascolti ripagheranno degli investimenti e soprattutto se la sbrilluccicante Arca sanremese continuerà ad assolvere alla sempreverde mansione dei circensi ai tempi degli antichi romani.
Staremo a vedere, e a sentire.
