Salire a Barbiana a 100 anni dalla nascita di don Lorenzo Milani

Don Milani ha insegnato alla Chiesa e alla società italiana il Vangelo e la Costituzione: le due lampade, che, a Barbiana, erano sempre accese nel cuore di questo prete e dei suoi ragazzi. Oggi si sale a Barbiana, alla tomba di don Lorenzo, nel piccolo cimitero, per chiedere perdono per ogni volta che abbiamo preferito ragion di Stato e ragion di Chiesa al Vangelo disarmato
Scuola di Barbiana Di Fotografo sconosciuto - https://www.donlorenzomilani.it/wp-content/uploads/2013/01/18x24-O-in-aula.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67645990

Il 27 maggio, in occasione della marcia della Costituzione, sale a Barbiana il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Sta davanti a noi e dentro di noi la memoria di don Lorenzo Milani a 100 anni dalla nascita.

Don Lorenzo Milani ha speso tutta la sua vita per i suoi montanini, senza eccezioni, senza privilegi, con un impegno totale e assoluto, tutti i giorni, 365 giorni all’anno.

Ha insegnato alla Chiesa e alla società italiana il Vangelo e la Costituzione: davvero le due lampade, che, a Barbiana, erano sempre accese nel cuore di questo prete e dei suoi ragazzi.

Ha amato sempre, nella concretezza della storia e della vita dei suoi ragazzi. Li conosceva uno per uno, dava la sua vita per ciascuno di loro. Fino alla fine ha insegnato, consumando tutte le sue forze per i ragazzi montanini, per i montanini della sua parrocchia.

Don Lorenzo Milani fa di Barbiana una grande scuola della pace, abbandona la guerra e la sua giustificazione, affermando che non esiste più una guerra giusta. Don Lorenzo Milani mostra che la guerra ormai è sempre più una guera contro i civili, dunque proprio per questo impraticabile da tutti.

Oggi il nostro Paese è coinvolto in una guerra, il Parlamento italiano ha approvato l’invio di armi a sostegno dell’Ucraina. Una scelta che pare ogni giorno sempre più sbagliata, cieca, inutile.

Don Lorenzo Milani nella Lettera ai giudici del 18 ottobre del 1965, un documento tra i più belli della testimonianza cristiana, chiama tutti a fare obiezione di coscienza, non tanto al servizio militare (nella lettera si dice che, alla fine, ci sarà sempre un meschino che obbedirà al generale di turno), quanto a praticare la grande obiezione, l’obiezione di coscienza alla guerra.

Le nostre istituzioni in un attimo sembrano aver dimenticato questa parola di don Lorenzo e ci affanniamo a inviare armi (proiettili, Leopard, F16, missili di lunga gittata), in una continua e tragica rincorsa al riarmo.

Il presidente dell’Ucraina è venuto in Italia e ha umiliato il papa, rivendicando che il punto di arrivo della sua azione è la vittoria, non la riconciliazione e consegnando al papa, come ricordo della visita, una icona della Madonna dipinta sulla lastra di un giubbotto antiproiettile. Una vera e propria bestemmia.

Si sale a Barbiana, si sale alla tomba di don Lorenzo, nel piccolo cimitero, per chiedere perdono per ogni volta che abbiamo preferito ragion di Stato e ragion di Chiesa al Vangelo disarmato.

A maggior ragione nel tempo della guerra, dove l’amore per i nemici e la preghiera per i persecutori diventano la via della conversione delle nostre comunità. Chiedere perdono, perché la guerra ha preso abitazione nei nostri cuori.

Anche io sono stato a Barbiana, il 9 marzo del 1965, nei giorni della polemica generata dal comunicato degli ex cappellani militari della Toscana. Dunque, bisogna salire sempre a Barbiana, per chiedere il dono della nostra conversione, nessuno è esente da questo.

Quando penso a don Lorenzo Milani, al dono che Dio ci ha consegnato per uscire dalla guerra come idolo, vedo le mie, le nostre pigrizie, le nostre astuzie, i nostri inginocchiamenti alla cultura della guerra.

Tutto questo non cancella le responsabiltà terribili del presidente della Federazione russa, quando ha inaugurato il 24 febbraio 2022 l’“operazione militare speciale”. Al tempo stesso anche il presidente dell’Ucraina deve prendere atto che anteporre l’interesse per la vittoria alla sofferenza del suo popolo, soprattutto degli anziani, delle madri, dei disabili, dei bambini, porterà ad accrescere la sofferenza di tutti, senza risolvere alcun problema.

Ci sono oggi piccoli ma importanti segnali sulla via della pace. E sono: lo scambio dei prigionieri, la liberazione dei bambini deportati in Russia, un nuovo dialogo ecumenico, un rinnovato impegno della Santa Sede, una nuova disponibilità dei grandi della Terra a dialogare, i giovani obiettori in Ucraina e in Russia contro la guerra; tutto molto fragile, ma è lì che sta il cuore di tutto. Nella memoria dell’Ascensione, il papa ha chiesto a tutti di non abituarsi alla guerra, istituzioni e popoli, tutti, nessuno escluso.

Don Lorenzo ci chiama non solo a condannare i singoli atti di guerra, ma «la guerra nel suo insieme», che «comunque iniziata, anche in un modo che si proponga “moderato”, è oggi qualche cosa di contrario al Vangelo di Cristo nella sua totalità».

Queste sono le parole che il cardinale Lercaro consegnò per scritto al Concilio, nell’ottobre del 1965, per tutti, per le istituzioni e per i cittadini: è tempo per tutti di uscire dalla guerra.

Infine un’ultima parola sul movimento pacifista, troppo preoccupato di distinguere e poco sapiente nell’unire. Oggi si parla di pacifisti e di pacificatori, di pacifismo assoluto e pacifismo critico, della teologia del male minore, che rinvia a Sant’Agostino, che ha vissuto 1500 anni fa e che ha permesso di giustificare tutte le guerre, appunto come male minore.

Don Lorenzo, maestro della parola, sorriderà di questa confusione di linguaggi.

In conclusione, don Lorenzo pone il suo giudizio profetico contro la guerra, contro questa guerra.

Una nuova resistenza spirituale, ecco la vera fonte per il presente e per il futuro. Ecco la fonte della pace.

Don Lorenzo parla della legge di Dio e della legge della coscienza.

Tutte e due ci chiamano a non uccidere.

 

NOTE

Qui il link al testo integrale della Lettera ai giudici di don Lorenzo Milani datata Barbiana, 18 ottobre 1965

Estratto da  Papa Paolo VI – visita alle Nazioni Unite

Omelia allo Yankee Stadium, New York – 4 ottobre 1965

«Secondo pensiero: Dovete servire la causa della pace. Servirla e non usarla per scopi diversi da quelli veri dalla pace. Servirla e non usare questo nobile vessillo come copertura per la codardia o l’egoismo, che rifiuta di fare sacrifici per il bene comune; non debilitare e pervertire lo spirito, sottraendosi alla chiamata del dovere e cercando i propri interessi e piaceri. La pace non è unostato che si può acquisire e rendere permanente. La pace deve essere costruita; deve essere costruita ogni giorno con opere di pace. Queste opere di pace sono, prima di tutto, l’ordine sociale; poi l’aiuto ai poveri, che costituiscono ancora una moltitudine immensa della popolazione mondiale, l’aiuto ai bisognosi, ai debili, ai malati, agli ignoranti. La pace deve essere come un giardino, in cui la beneficenza pubblica e privata coltiva i fiori più belli dell’amicizia, della solidarietà, della carità e dell’amore».

 

Estratto dal testo consegnato dal cardinale Giacomo Lercaro alla segreteria del Concilio Vaticano II – ottobre 1965

«Non solo i singoli atti di guerra sono indiscriminatamente distruttivi … la guerra nel suo insieme, comunque iniziata – anche in un modo che si proponga moderato – è oggi qualche cosa di contrario all’Evangelo di Cristo nella sua totalità».

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