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Mondo > In punta di penna

Russia felix o Russia infelix?

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

In questo inizio di 2026, la Russia vive una fase di profonda trasformazione strutturale. La “normalizzazione” della guerra nel Donbass ha riscritto gli equilibri interni di un immenso e orgoglioso Paese imperiale

Il presidente russo Vladimir Putin alla cerimonia di lancio dell’Anno dell’Unità dei Popoli della Russia, a Mosca, il 5 febbraio 2026. Foto Ansa/EPA/ALEXEI NIKOLSKY / SPUTNIK / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT

Mentre il Cremlino ha consolidato una forma di quasi-monarchia bellica, dove il consenso è gestito attraverso una stretta repressiva sui media e una narrativa di “resistenza esistenziale” contro l’Occidente, la società appare polarizzata: da un lato una élite militare-industriale arricchita dalle commesse statali belliche, dall’altro una popolazione civile che soffre per l’inflazione e l’inasprimento fiscale. Il 2026 è segnato inoltre da una crisi demografica senza precedenti, aggravata dalle perdite umane al fronte e dall’emigrazione di massa dei giovani professionisti. E poi, perché fare figli quando il futuro è estremamente incerto?

L’economia russa mostra segnali di surriscaldamento. Sebbene il Pil abbia retto grazie alla spesa militare (ora vicina al 10%), la crescita è stagnante e artificiale. Per finanziare il conflitto, il governo ha in effetti aumentato l’Iva e introdotto nuove imposte sui consumi. Il “Fondo di benessere nazionale”, un tesoretto accumulato negli anni di vacche grasse, si sta erodendo a grandi passi per coprire il deficit strutturale causato dal calo dei ricavi energetici (-30% nel 2025, nonostante gli acquisti cinesi e indiani, e per di più Modi sembra ora aver fatto marcia indietro). Si osserva inoltre una forte dipendenza tecnologica ed economica, sempre più marcata, verso la Cina. La flotta aeronavale civile russa, ad esempio, sta soffrendo enormemente dall’embargo occidentale, come mostra quel 25% di Airbus e Boeing costretti a terra per mancanza di pezzi di ricambio.

Nel Donbass, il conflitto è diventato una logorante guerra di posizione. Nonostante l’intensità dei combattimenti, i progressi territoriali russi non sono decisivi e vengono ottenuti a costi umani esorbitanti. La regione è oggi un buco nero economico: Mosca deve investire cifre colossali per mantenere l’amministrazione e i servizi di base nei territori occupati, mentre le infrastrutture civili sono ridotte in macerie. La guerra appare non più solo un obiettivo esterno, ma il perno su cui ruota l’intero apparato del regime.

Nonostante queste notizie sociali e politiche assai preoccupanti, Putin è ancora saldamente a capo delle operazioni, e non sembra patire di un calo preoccupante (per lui) di consensi: i russi sono con lui. Inutile negarlo, è questo il grande mistero che stupisce noi occidentali che ci chiediamo come possa un dittatore come lo zar Vladimir continuare a ricevere gli applausi dei suoi. Non lo capisce chi non conosce la storia russa, l’orgoglio sconfinato di un popolo che è riuscito a ingabbiare le armate di Napoleone e poi di Hitler, che ha tenuto saldamente testa alle armate cattoliche con la sua autocefalia del Patriarcato di Mosca, la Terza Roma, che è riuscita a sfruttare mirabilmente le sue risorse energetiche per oltre un secolo, che ha inviato uomini nello spazio prima degli Stati Uniti, che ha mietuto successi mirabolanti in campo sportivo… La Russia ha una coscienza di popolo (il discorso vale soprattutto per la Russia europea, al di qua degli Urali) che nessun altro popolo europeo ha, salvo forse i Paesi già imperiali, come la Francia e la Gran Bretagna.

C’è di più: la Russia ha bene o male mantenuto una corona di Paesi satelliti, il proprio “giardino riservato”, che gli assicura un suo ruolo guida imperiale sulla regione. Le guerrette contro la Georgia e le due recenti guerre di Ucraina (2014-2022 e 2023-?) lo testimoniano, come testimonia la stessa logica, dall’altra parte dell’Atlantico, il blitz in Venezuela delle forze speciali statunitensi, o come lasciano intendere le forti pressioni cinesi su Taiwan.

Quando Putin non ci sarà più, si potranno tirare le fila e capire quanto la Russia abbia beneficiato della determinazione del suo attuale presidente di ridare l’onore al suo Paese dopo l’umiliazione della caduta dell’Unione Sovietica. Per il momento, il regime appare però assai solido, nonostante le complesse situazioni ucraine, nonostante gli oppositori interni, nonostante l’embargo occidentale.

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