Rinascere in Kosovo

C’è l’Onu, quella del palazzo di vetro, e ci sono tante piccole Onu, che come formiche laboriose tessono quella rete di rapporti di solidarietà e riconciliazione che permettono di “sorreggere” la pace. Sempre di più. Una di esse è qui davanti a me, inerme e decisa. Tre sole persone – anche se dietro a loro ce ne sono centinaia -, laggiù in Kosovo. E in Albania, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia e Croazia. Lo scopo di questa piccola Onu è semplice: aiutare la gente della regione – non “la gente” generica, ma persone con un nome e un cognome – a tirarsi su in qualche modo dal baratro nel quale era sprofondata. E quindi a sperare ancora, se possibile a credere di nuovo, e, quando ci si riesce, persino alzare lo sguardo. Majda ? Cop (slovena in Serbia), e Livio Brianza e Cristina Tomelleri (italiani in Albania), mi presentano i loro album fotografici, che testimoniano l’impegno dei Focolari: una goccia nella grande corrente di aiuti, ma con una sua originalità. Sfogliando gli album Ogni foto che mi capita sotto gli occhi è un piccolo universo di dolore e speranza. Ecco alcuni casi. Su?sice, una casa distrutta, alcune donne dinanzi alle rovine, quelle della famiglia di Halif Zumeraj, 5 figli. Una lettera di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta a Tirana e per la casa ricostruita: “Quanti più sarete nel mondo, più sicura sarà la pace”. Korenica, una abitazione rimessa in piedi. È quella del direttore della scuola, scomparso come 82 uomini del villaggio. La figlia di quattro anni non vuole che si chiuda il cancelletto del giardino “perché papà può tornare da un momento all’altro”. Lipovac, un incontro con l’imam locale, che ringrazia “per gli aiuti materiali e per quelli spirituali”, in un villaggio che ormai sembra essere abitato quasi esclusivamente da donne, bambini e qualche vecchio. Bistra?zin: in un’aula scolastica, ragazzi avidi di sapere: alcuni percorrono sei chilometri a piedi per arrivarci. Bec. Viene ristrutturata la scuola di cui è direttore Marjan Ndoja. Si rimette altresì in sesto l’asilo tenuto delle suore basiliane. Gjakovë. Un laboratorio di chimica nella scuola superiore di pedagogia. Decine di milioni sono stati necessari per riprendere l’insegnamento. Lugbunar. Ricostruzione di abitazioni familiari. Nella foto si vedono alcuni componenti della famiglia di Ndue Demushi dinanzi a due case: quella distrutta e quella nuova. Precarietà kosovara I miei tre interlocutori parlano di precarietà. “Si sta ricostituendo il tessuto sociale e politico della regione – mi spiega Livio -, come dimostrano le elezioni del 2000 e 2001. Contemporaneamente si ricostruisce il sistema delle infrastrutture,sistematicamente distrutte nel conflitto. Ma tutto ciò non potrebbe aver luogo senza la presenza delle forze di interposizione, che contribuiscono – soprattutto gli italiani, va detto – anche alla ricostruzione materiale. Mentre i serbi sono poche centinaia di migliaia, riuniti in “sacche etniche” soprattutto a Pejë, Mitrovica e Pri?stina, la maggioranza albanese tenta di ritrovare un cammino di pace; ma le ferite sono ancora aperte. A tutto questo si aggiunge la grave situazione economica: se prima si diceva che il Kosovo era la Svizzera dei Balcani, oggi il commercio e l’agricoltura sono ancora in ginocchio. Anche l’industria è uscita annientata dalla guerra”. “Sono ferite che faticano a rimarginarsi – prosegue Cristina Tomelleri -, soprattutto nei giovani e nei bambini. Per questo ci sembra molto utile, oltre agli aiuti materiali, offrire loro momenti di pace, di arricchimento spirituale. E concedere a questi ragazzi, ad esempio, dei periodi di vacanza in Albania, proprio per tirarli fuori dal clima ancora pesante che vige in Kosovo. Nel maggio 2001, ad esempio, a Durazzo abbiamo invitato 17 giovani kosovari a un incontro della comunità albanese dei Focolari. Abbiamo tutti ammirato in loro la forza d’animo, la sensibilità alla fraternità e la riconoscenza per aver potuto trascorrere qualche giorno nella serenità”. “Naturalmente gli aiuti materiali – riprende Livio Brianza – hanno una enorme importanza, perché permettono alla gente di non restare inerte, di riprendere a vivere, di mettere da parte i sentimenti di vendetta e di odio, di ritrovare un’identità”. Dopo la valanga di aiuti “In questo contesto – riprende Cristina Tomelleri – abbiamo potuto conoscere una generosità impensabile da parte di tanti amici di tutta Europa. Abbiamo avuto a disposizione fondi abbondanti per aiutare la popolazione e questo ha fatto sentire a coloro che abbiamo aiutato che non erano abbandonati, che c’è chi pensa a loro”. Interviene Majda ? Cop: “Non si trattava tanto di porgere aiuti materiali, ma il modo con cui li si porgeva. C’è una questione di dignità umana da rispettare, e i kosovari sono molto sensibili su questo punto”. Nelle visite sul posto piano piano Majda, come Livio e Cristina, hanno ricevuto un’accoglienza calorosa: “Il segno che sei entrato nel loro cuore – mi spiega ancora – è quando ti invitano a casa. Allora fai parte della famiglia. Da quel momento sono pronti a fare qualsiasi cosa per te, e anche a ricevere senza sentirsi umiliati. Questo è il “metodo” che ci sembra più efficace, perché ricostruisce le persone, sana le ferite e allarga a macchia d’olio l’idea che si può vivere in pace, anche senza odiare coloro che sono stati nemici acerrimi”. Naturalmente Majda ha avuto un occhio particolare per i serbi, anche per i profughi rientrati in Serbia: “Ricordo che nel sud del paese, ad Avala, abbiamo trovato una casa di dimensioni normalissime che ospitava la bellezza di 121 persone di 24 famiglie, in condizioni disumane, otto famiglie per stanza… Con tutti loro si è stretto un legame straordinario, fatto di visite e di confidenze, di amicizia e di fraternità”. Scrivono questi kosovari-serbi: “Da quando abbiamo lasciato le nostre case e siamo andati in esilio, voi siete stati sempre accanto a noi. Ci avete dato l’appoggio finanziario e morale, e ci avete consolato. Grazie anche per l’amicizia dei vostri giovani. Ora sui nostri volti c’è il sorriso, perché illuminato dalla felicità”. Una comunità che nasce E così, senza volerlo, dalla carità fatta concretezza nasce poi una comunità, gente che fa dell’amore reciproco la regola di vita. Così è successo a Bistra?zin, vicino a Prizren, attorno a una parrocchia cattolica, e a don Mikel, il parroco. Una visita, due… Ci si confronta e ci si confor- ta, si cerca di capire cosa possa dare ai giovani del posto, cattolici e musulmani, uno spirito adatto alla situazione. Finché passa l’idea: la fraternità è necessaria. Sette giovani vengono invitati alla Giornata Mondiale della gioventù, e partecipano al Genfest dei Giovani per un mondo unito. Ecco, proprio l’idea del mondo unito viene adottata da quei ragazzi che, tornati in patria, la trasmettono agli amici. Ormai sono tanti. Un momento importante è stato un collegamento telefonico, per la Settimana mondo unito, con giovani di tutto il mondo. Nella forte tendenza all’indipendenza, in effetti la popolazione kosovara rischia un certo isolazionismo. E anche tra alcuni partecipanti all’incontro (ci sono amici che vengono anche da altre città del Kosovo) c’era un certo scetticismo. Ma le testimonianze date nel corso della conferenza telefonica hanno fatto esclamare ad uno di loro, che riassumeva bene l’atmosfera unanime: “Sentirsi chiamare a Bistra?zin assieme a Londra, Parigi, Roma, New York… ci ha fatto sentire al centro del mondo. Finora il Kosovo veniva ricordato e nominato solo per la guerra o per gli aiuti umanitari. Qui siamo stati invece considerati per quello che siamo”. Ora questi giovani si ritrovano regolarmente, vogliono saperne di più: “Vogliamo approfondire quest’idea della fraternità universale – dice uno di loro -, perché desideriamo lavorare per la pace”. Sul gommone nell’adriatico Nel racconto di uno di questi giovani di Gjakovë, il pesante passato lascia il posto a un presente senza paura. Già nell’infanzia avevo perso la fede, perché, tra il resto, esisteva una certa avversione contro noi albanesi: ad esempio, non potevamo continuare a studiare dopo il liceo. Ho cominciato a odiare quelli che ci mettevano in queste condizioni. Vivevo come in una prigione. Nel 1989 ho finito il liceo. Ho vissuto due anni in clandestinità, sempre in pericolo di vita. Nel ’96 mì sono sposato. Due anni dopo sono stato costretto con la forza a lasciare negozio, casa e famiglia… Sono partito per un vìaggio di cinque mesi. Attraverso il Montenegro volevo arrivare in Svizzera. Ho vissuto momenti indimenticabili attraversando l’Adriatico, stipati in un gommone con sei famiglie e 15 bambini. Il mare era agitato.Verso mezzanotte, col buio pesto, quando tutti hanno cominciato a gridare dalla paura, in me qualcosa è cambiato. Ho provato una nuova certezza: Gesù era dentro di me. Mi è sembrato che mi dicesse: “Non temere, ce la farai”. È sparita ogni paura, anche in mia moglie, e nessuno ci capiva. Ero più preso da questo cambiamento interiore che del mare in tempesta. Dopo due anni, siamo tornati a Gjakovë. Nulla era come prima.Tanti amici erano morti o scomparsi, ma avevo voglia di ricominciare. Proprio in quei momenti ho potuto conoscere i Focolari. Un’altra luce in me: avevo trovato quello che da sempre cercavo. Fino allora avevo privilegiato un rapporto con Dio solitario, mentre ora ho allargato la mia visione: quanti vivono questa vita, quante famiglie, quanti giovani… Ho capito che il mio amore verso Dio devo riversarlo sui fratelli.

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