Sfoglia la rivista
1 9 5 6 A N N I 2 0 2 6

Italia > Dibattiti

Referendum giustizia, ogni voto conta

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Appuntamento importante per confermare o meno la riforma della magistratura. Le ragioni del Sì e le ragioni del No negli interventi di Stefano Ceccanti e Pietro Adami. Anticipo dal numero di Marzo 2026 della rivista Città Nuova

Il Procuratore Generale di Cassazione, Pietro Gaeta (S) durante lLa cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte Suprema di Cassazione, Roma 30 gennaio 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

Il referendum in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 chiede di confermare o rifiutare la cosiddetta “riforma Nordio”, dal nome del ministro della Giustizia, cioè la legge del 30 ottobre 2025 di riforma costituzionale «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare»

Nei referendum costituzionali non è previsto un numero minimo di votanti (quorum). Quindi ogni voto in più sarà decisivo per approvare la riforma (SI) o per rigettarla (NO). La riforma intende modificare l’ordinamento giurisdizionale italiano separando le carriere di giudici e pubblici ministeri, istituendo due Consigli superiori della magistratura (Csm) distinti (uno per giudicanti e uno per requirenti) e una nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari (composta da 15 giudici, tra professori, avvocati e magistrati sorteggiati), che accentra la competenza disciplinare oggi in capo al Csm.

La materia sembra addetta solo agli esperti e invece è destinata ad incidere sugli equilibri tra i poteri nello Stato italiano basato sulla separazione costituzionale tra Legislativo (Parlamento), Esecutivo (Governo) e Giudiziario (Magistratura), finalizzato a prevenire abusi e garantire lo stato di diritto. È richiesto perciò uno sforzo di approfondimento e dibattito al quale cerchiamo di contribuire in questo numero della rivista con due pareri differenti nel merito, rimandando al quotidiano cittanuova.it ulteriori interventi in prossimità del voto.

La competizione è inevitabilmente segnata dalla logica dello schieramento politico perché la vittoria del SI verrà interpretata come una conferma del consenso del governo Meloni al cui interno Forza Italia, «rivendica orgogliosamente la primogenitura (della riforma Nordio), grazie alla determinazione ed all’impegno del presidente Berlusconi». Ma voci a favore della legge arrivano anche da settori del Centrosinistra mentre una parte dell’opposizione rintraccia apertamente la radice della riforma nel programma della Loggia P2. Il voto arriva dopo una serie di scandali che hanno coinvolto il mondo della magistratura con il “caso Palamara”, mentre è in atto un’aspra  contesa all’interno della Commissione parlamentare antimafia tra la presidente eletta con Fratelli D’Italia, Chiara Colosimo, e due ex magistrati  eletti con i 5 Stelle, Federico Cafiero de Raho (già Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo) e Roberto Scarpinato( già Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo).

Sara perciò difficile ma necessario mantenere l’attenzione nei dibattiti sul merito delle questioni poste dal referendum che, allo stesso tempo, non incide sui problemi più concreti che restano inevasi come il lento funzionamento della giustizia in Italia o la grave situazione del sistema carcerario trattata nell’inchiesta di questo numero.

Come ha ribadito il presidente della CEI cardinale Matteo Zuppi «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti».

Le ragioni del Sì

di Stefano Ceccanti*

*Professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato Università Roma La Sapienza

Il discernimento che siamo chiamati ad operare deve tenere presenti due criteri.

Il primo è di rispettare i caratteri di questo voto. I costituenti hanno previsto i referendum per consentire di votare decidendo direttamente una questione, a prescindere dal partito che riteniamo in generale più vicino. Siamo quindi chiamati non a una scelta di appartenenza, ma a farci un giudizio preciso di merito. Questo è ancora più vero per i referendum costituzionali, i cui effetti si misurano sul lungo termine. Partiti e Governi passano, ma le parole della Costituzione sono destinate a rimanere.

Il secondo, da credenti, è di ricordare l’insegnamento del Concilio Vaticano II: in queste scelte opinabili di voto il pluralismo è la regola, mentre l’unità non può che essere un’eccezione. Siamo chiamati a un discernimento che è anche comunitario, ma che poi si affida in ultima analisi alla coscienza personale. Sono in gioco principi e valori, ma nessuna scelta può annetterseli per intero. In particolare il punto ecclesiale non è che i vescovi non parlino, quello che hanno da dire sui diritti è molto pertinente, ma che non abbiano un eccessivo protagonismo sulle modalità di attuazione dei diritti.

I diritti (come quello al giusto processo, tradizionale nell’insegnamento della Chiesa) sono fondamentali e così la conseguente esigenza di equilibri istituzionali che ne deriva (e fin qui va benissimo il ruolo di vescovi), ma le modalità storico concrete con cui attuarli sono largamente opinabili e opinate. Questo dovrebbe suggerire un maggiore protagonismo laicale in un franco confronto tra argomenti. Aggiungerei anche questo: gli uomini di Chiesa possono essere portati per forma mentis ad una logica tradizionalista: ci sarebbe una tradizione, un equilibrio consolidato, che potrebbe essere pericoloso discutere.

Ma qui, sin dall’inizio, la Costituzione non ha sacralizzato un equilibrio. Infatti la settima disposizione transitoria della Carta ci invitava a trovare un equilibrio in avanti, mettendo in mora le norme fasciste sull’ordinamento giudiziario (che partivano dal processo inquisitorio e dalla carriera unica, nonché dalla presunzione di colpevolezza) scrivendo così:” Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente.”

Posti questi criteri, ritengo che la scelta del Sì sia quella da preferire per almeno due buoni motivi che riguardano i due punti chiave della riforma, la divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione di una Corte disciplinare.

Il primo è la dignità della persona che si trova ad essere indagata e che oggi, per le logiche distorte del cosiddetto processo mediatico è screditata come colpevole. Quando la Dignitatis Humanae, uno dei documenti più importanti del Concilio, parla dell’ “immunità dalla coercizione” come uno degli elementi chiave di uno Stato non invasivo rispetto alla libertà personale, traccia una direttrice importante per valutare i sistemi giudiziari. Ora, il fatto che gli accusatori e i giudici si trovino a stare insieme nello stesso organo che ne regolamenta le carriere, un Csm unico che la riforma dividerebbe in due, è uno degli elementi che genera queste storture. Quasi mai i giudici delle fasi preliminari osano contraddire i pubblici ministeri, dotati di grande forza mediatica, anche perché l’organismo che li governa è unico.

Il secondo è la credibilità delle sanzioni per chi sbaglia: senza questa credibilità i comportamenti scorretti, anche se minoritari, tendono a ripetersi e a crescere. Ora da anni si discute di creare una Corte apposita, sempre a maggioranza di persone dell’ordine giudiziario, dedicata proprio a questo.

Sono stato senatore dal 2008 al 2013 e alla Camera dal 2018 al 2022. Tra le decisioni più delicate che prende un parlamentare c’è quella relativa all’autorizzazione all’arresto di propri colleghi. Ora, valutando attentamente tali richieste, in alcuni casi le ho trovate motivate e ho votato a favore e in altre no, votando contro, ricorrendo in tali casi alla nota dottrina del “fumus persecutionis” dell’accusatore nei confronti del parlamentare accusato. Ho provato, insieme ad altri, ad informarmi poi dell’eventuale seguito di tali decisioni e con mio grande stupore, tranne credo in un solo caso, gli accusatori convolti, criticati solennemente da un voto parlamentare non hanno subito alcuna conseguenza disciplinare. Per di più, se questo accadeva nei confronti dei parlamentari, cosa era lecito aspettarsi per errori di valutazione nei confronti di singoli cittadini prive di analoghe pubblicità come un voto solenne dell’Aula con dibattito annesso? Per queste ragioni cominciò proprio nei nostri ambienti parlamentari di centrosinistra l’idea di una Corte disciplinare autonoma.

La vittoria del Sì va vista come tappa di un percorso evolutivo, iniziato con l’esigenza di cambiamento segnalata dalla VII disposizione transitoria, passato per un nuovo Codice nel 1989 e per una prima riforma costituzionale nel 1999, in cui il tentativo di correggere il cattivo funzionamento del sistema vigente può passare anche da fasi sperimentali, in cui va collocata anche la soluzione del sorteggio, che non è forse in astratto quella ottimale, ma che nel concreto intanto scardina gli eccessi delle correnti interne alla magistratura. Il Sì segnerebbe quindi una nuova tappa positiva.

Le ragioni del No

Di Pietro Adami*

*Avvocato. Associazione Salviamo la Costituzione

Riconosco che molti sostenitori della riforma Nordio partono da istanze legittime: terzietà del giudice e lotta al correntismo, prima di tutto. Tuttavia, il testo e le modalità con cui è stato approvato mostrano che quelle istanze vengono usate come pretesto per obiettivi diversi e potenzialmente pericolosi per i diritti e per l’equilibrio dei poteri. La riforma non è un semplice aggiustamento tecnico: è un progetto organico che frammenta l’autogoverno della magistratura, ridefinisce le carriere e apre la porta a un controllo politico dell’azione penale.

Già le modalità con cui è stata approvata sono discutibili. La riforma è stata confezionata dall’Esecutivo e approvata senza emendamenti significativi, impedendo un dibattito parlamentare reale. Il testo è stato “blindato”, impedendo aggiustamenti e trasparenza sulle conseguenze. Questa procedura rafforza l’idea che l’obiettivo non sia la riforma condivisa, ma una conferma plebiscitaria per rafforzare il potere esecutivo e aprire la strada ad altre trasformazioni istituzionali (legge elettorale, premierato, autonomia differenziata). La campagna comunicativa ha poi semplificato e distorto argomentazioni, presentando la separazione delle carriere come la panacea per la terzietà del giudice, senza dati a supporto e senza rispondere ai dubbi concreti dei cittadini. La sensazione, in questa campagna elettorale, è quella di una parte dello Stato, il Governo, che scredita un’altra parte essenziale, la magistratura. Le macerie che resteranno sul terreno dopo questa battaglia ingombreranno il campo per molti anni a venire.

In concreto la riforma prevede la scissione del CSM in due organi distinti (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri), più un’Alta Corte disciplinare separata. I magistrati togati non saranno più eletti dai colleghi ma sorteggiati; i laici saranno scelti da una short list predisposta dal Parlamento. Questo assetto modifica profondamente:

La formazione e la carriera: il pubblico ministero diventerà una figura selezionata e formata esclusivamente come accusatore, con concorsi e percorsi separati, favorendo la nascita di un “PM di professione”.

La cultura della giurisdizione: la separazione rischia di erodere la comune cultura giuridica che oggi accomuna giudici e PM, riducendo la capacità di comprendere le dinamiche investigative e di bilanciare garanzie.

Le garanzie per gli imputati: la trasformazione del PM in figura gerarchica e autonoma può accentuare la tendenza a perseguire la condanna ad ogni costo, a scapito delle verifiche a favore dell’indagato.

Molti giuristi sottolineano che la soluzione corretta sarebbe rafforzare la formazione garantista del PM e prevedere periodi obbligatori in collegi giudicanti prima di accedere alla procura, non la separazione netta delle carriere.

La riforma non si limita a separare le carriere: apre la strada a strumenti che possono condizionare l’esercizio dell’azione penale. La combinazione di criteri di priorità legislativi e di una polizia giudiziaria gerarchicamente dipendente dall’esecutivo può determinare una selezione a monte delle notizie di reato, con il risultato pratico che certi reati (es. corruzione politica) possano essere sistematicamente accantonati e non perseguiti. Questo meccanismo produce una sorta di amnistia di fatto per i reati collocati in fondo alla scala delle priorità. Dichiarazioni pubbliche di esponenti di governo che invocano il riequilibrio tra politica e magistratura rafforzano il sospetto che l’obiettivo sia proteggere la politica dalle indagini.

Il sorteggio dei membri togati e la short list parlamentare per i laici cambiano la natura rappresentativa e la responsabilità dell’autogoverno. Un consigliere sorteggiato non risponde a nessuno, non ha mandato né programma, e difficilmente intraprenderà battaglie di principio contro pressioni politiche. Il risultato atteso è l’indebolimento e la delegittimazione dell’organo di autogoverno e la sua progressiva subalternità alla componente politica. Inoltre, il sorteggio non elimina il correntismo: le correnti si riorganizzeranno per influenzare i sorteggi e i grandi uffici avranno un peso maggiore nella selezione casuale. In definitiva, la promessa di stroncare il correntismo rischia di trasformarsi in un indebolimento del pluralismo associativo e della capacità di difesa dell’indipendenza giudiziaria.

La riforma moltiplica strutture e procedure (tre CSM, Alta Corte), con costi stimati significativi. Non affronta i problemi concreti che affliggono la giustizia: carenza di magistrati e personale, arretrato, durata dei processi, infrastrutture e strumenti informatici obsoleti. Le risorse e le priorità dovrebbero concentrarsi su questi nodi pratici, non su una riorganizzazione costituzionale che non ridurrà i tempi processuali né aumenterà l’efficienza per i cittadini.

La proposta di riforma usa argomenti sensibili e condivisibili per mascherare un disegno più ampio: frammentare l’autogoverno, rafforzare l’accusa come potere autonomo e creare meccanismi che possono rendere l’azione penale più dipendente da scelte politiche. Difendere l’indipendenza della magistratura significa proteggere i diritti dei cittadini e la funzione antimaggioritaria della giustizia. Prima di approvare una riforma costituzionale così profonda è necessario un dibattito trasparente, dati chiari e soluzioni mirate ai problemi reali. La scelta non è tra “più giustizia” e “meno giustizia”: è tra una riforma che rafforza le garanzie e una che le erode.

 

 

 

 

Riproduzione riservata ©

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile
e i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza!
Per informazioni: rete@cittanuova.it

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876