Con la crescita della popolazione musulmana in Italia, ci si trova sempre di più a confrontarsi con la presenza di una pluralità religiosa tra i banchi di scuola. Secondo diverse ricerche demografiche, tra cui quelle della Fondazione ISMU ETS (ente di ricerca italiano senza scopo di lucro che si occupa di studiare immigrazione, pluralità culturale, convivenza e integrazione sociale), in Italia risiedono circa 1,6 milioni di persone di religione musulmana, ovvero tra il 3 % e il 4 % dell’intera popolazione. Considerato il fatto che circa la metà sono minorenni, non è raro trovare alunni musulmani in una classe, più numerosi nelle aree urbane o dove le comunità sono più presenti.
Il 18 febbraio è iniziato il Ramadan e, come ogni anno, nella scuola si accende un confronto su come comportarsi. Durante questo periodo di digiuno, gli insegnanti si trovano spesso a fare i conti con ragazzini e ragazzine che manifestano mancanza di energie per studiare, affrontare interrogazioni e partecipare alle attività scolastiche in generale. Prestare particolare attenzione ai cali di concentrazione, spostare verifiche, giustificare alcune assenze sono accorgimenti automatici che vengono attuati per aiutare chi si trova in difficoltà. Si tratta di un’attenzione didattica che molti docenti già adottano per le diverse esigenze di tutti gli studenti. D’altronde, ogni classe è un universo a sé, dove possono manifestarsi bisogni di diverso genere come stress, problemi di salute o difficoltà familiari.
La discussione nasce nel momento in cui ci si interroga se sia opportuno mettere in atto questi accorgimenti quando si tratta di una scelta consapevole, quella di digiunare, e non di una difficoltà da dover superare come un ostacolo personale o una fatica inevitabile. È sicuramente una domanda legittima, che aiuta a comprendere il ruolo della scuola, la quale si muove da sempre all’interno di un equilibrio delicato, fatto di ascolto, responsabilità educativa e attenzione alle persone.
In questo contesto è importante ricordare che con l’entrata in vigore della Costituzione nel 1948, l’Italia si definisce come uno Stato laico, e, superando il concetto di religione di Stato, ha scelto di garantire l’uguaglianza dei cittadini indipendentemente dal loro credo. Le attenzioni rivolte agli studenti musulmani si inseriscono dunque in questo contesto, dove non esistono regole precise, ma accorgimenti dettati dal buon senso e dalla volontà di non lasciare indietro nessuno.
Talvolta però, questi gesti vengono interpretati come segnali di una islamizzazione, piuttosto che pratiche di inclusione, ed è proprio qui che il confronto si fa più acceso. Eppure, nella quotidianità delle classi tutto si riduce a qualcosa di molto semplice e concreto: accompagnare studenti e studentesse in un momento particolare della loro vita, magari anche nei loro primi anni di “adesione” al Ramadan, quando si trovano a fare i conti con la rinuncia al cibo mentre, nell’intervallo, la maggior parte dei compagni mangia davanti a loro.
In un Paese in cui la tradizione cristiana resta un punto di riferimento per la maggior parte della popolazione, è forse tra le pagine del Vangelo che si possono trovare spunti interessanti per affrontare la tematica mettendo da parte il giudizio e aprendosi all’accoglienza. Nel Vangelo di Matteo, l’accoglienza dello straniero è criterio morale: «Ero straniero e mi avete accolto». Non si tratta solo di religione: è un principio di responsabilità e civiltà. Se anche uno solo di quegli studenti che sentono il peso di doversi confrontare con il “diverso” sentisse di essere stato capito, allora sarà stato messo in atto un principio concreto di inclusione, oltre che un atto d’amore cristiano.
La pluralità non dovrebbe essere vista come una minaccia. Al contrario, può essere una risorsa: la scuola che sa accogliere differenze culturali, religiose e personali diventa un luogo di crescita non solo educativa, ma anche civile e morale.
