Quel 16 dicembre 1970

Un incidente “svela” a Beppe la sua missione: far comprendere le potenzialità del dolore
Beppe Porquedd

«Come Beppe Porqueddu, un ragazzo esplosivo di diciotto anni, ha accolto una durissima prova, che lo tiene immobilizzato in un letto d’ospedale a Ginevra», si legge in un articolo apparso su Città Nuova del 25 gennaio 1971.

Beppe è un giovane sardo appartenente al Movimento Gen, seconda generazione dei Focolari: un po’ un leader fra i gen della Sardegna. Il 16 dicembre 1970 si reca a scuola in motoretta alla stazione di Porto Torres, la sua città, diretto a Sassari, quando un gravissimo incidente lo riduce in fin di vita: ammesso che se la cavi, la prospettiva è di rimanere paraplegico dal torace in giù.

All’epoca non esistono centri attrezzati in Italia per questo tipo di menomazione, ma l’intervento di Chiara Lubich e una gara di solidarietà attivata tra i Focolari permettono a Beppe di essere ricoverato nel prestigioso Centro ginevrino del prof. Rossier, un luminare lui stesso paraplegico. Cure adeguate gli permetteranno una autonomia altrimenti impensabile per uno nelle sue condizioni.

 

E fin qui la storia parrebbe simile a quella di tanti miracolati dopo un incidente che riescono a condurre una esistenza accettabile, pur con le loro menomazioni. Ma Beppe, va detto, è un tipo speciale. Non per niente Chiara, che ha il fiuto della fondatrice, ha mosso mare e monti per salvarlo: in lui, infatti, come una madre che si fa aiutare dal figlio più grande, ha intravisto la capacità di chiamare a raccolta, cominciando dai giovani, quanti vivono situazioni di sofferenza onde valorizzare – ai fini di una società rinnovata dal Vangelo – l’enorme risorsa rappresentata dal dolore offerto e vissuto come amore in stretto rapporto con quello di Gesù. Un invito anche, per chi soffre, a rompere il suo isolamento ed essere in relazione con gli altri.

Per Beppe questo appello suona come una chiamata ad una missione cui non verrà mai meno. Con la serietà e la tenacia proprie delle sue radici sarde, nell’arco di quarant’anni diviene competente sulle tematiche della disabilità. Ma soprattutto tesse una rete vastissima di rapporti fra persone con malattia e disabilità, mettendo in rilievo – controcorrente – il “privilegio” di vivere da protagonisti perché capaci di dare e ricevere, e di partecipare attivamente alla costruzione della società.

Ed eccoci al quarantesimo anniversario di quel 16 dicembre: una data che Beppe celebra sempre come una festa intima per quello che egli considera uno «straordinario momento di Dio».

 

Raccontami ancora di quel mattino…

«Da vari mesi vivevo un periodo di aridità spirituale per me inconsueta. Al punto che venti giorni prima dell’incidente mi ero lamentato col Padreterno: “Ti ho dato tutto, cosa vuoi ancora? O mi dai una risposta o… arrivederci!”. Pioveva a dirotto quando con la motoretta ho sbattuto contro un camion in sosta a fari spenti. Sbalzato a terra, conscio di star morendo, come per una specie di visione interiore ho visto due specchi affrontati: uno rappresentava l’aut aut posto a Dio venti giorni prima, l’altro quell’ultimo barlume di vita. Con la certezza assoluta che lui mi stava chiedendo qualcosa, ho detto di sì: ed ecco quegli specchi avvicinarsi fino a dissolversi l’uno nell’altro. Nel momento in cui la visione spariva, è subentrata in me una pace inimmaginabile che mi ha accompagnato sempre, anche nei “passaggi difficili”.

«All’ospedale di Sassari, dove il mio corpo lottava tra la vita e la morte, era un viavai continuo di persone. Venivano da Porto Torres e da altre località della Sardegna per l’ultimo saluto, e invece rimanevano consolate (avevo l’anima alle stelle!). In quei giorni, ho dettato una lettera per Chiara, in cui tra il resto le dicevo: “Non me lo sarei mai aspettato che potesse essere così bello venir toccati fino in fondo dall’amore di Dio. Ora sono certo che mi ha preso in parola. Non è stato un caso che mi sia successo questo incidente. Ora sta a me riuscire ad offrire ogni goccia di questo dolore… Non ho paura, anche se dovessi rimanere su una carrozzina per tutto il resto della mia vita”».

 

Che effetto ti ha fatto, mentre eri in Svizzera, l’invito di Chiara a scrivere un appello «a tutti i gen che in qualche modo soffrono», per collegarli tra loro?

«A Ginevra, al Beau Sejour del prof. Rossier, dove continuavano ad arrivarmi messaggi di solidarietà da varie parti del mondo, mi sentivo avvolto dall’amore di un Padre, sotto l’effetto di una grazia speciale. E quella lettera straordinaria di Chiara, scritta di suo pugno, era per me la conferma di un progetto di Dio».

 

Il tuo appello è apparso sul primo numero di “Gen” del 1971. E poi?

«È iniziata una vasta corrispondenza con quanti hanno accolto quell’invito. E lì ho toccato con mano la portata di quella che Chiara ha definito “una rivoluzione nella nostra rivoluzione”. Quattro anni dopo, nel darle l’annuncio che stavo scrivendo un manuale per paraplegici, aggiungevo un primo resoconto sull’esperienza fatta: “Vorrei essere un angelo – le scrivevo – per poterti dare senza i limiti della carne i tesori che ho scoperto in tanti cuori di giovani malati, minati spesso da forme di malattie che umanamente si definirebbero assurde; e non solo fisiche, ma anche spirituali”».

 

Da allora, però, nel movimento, tranne un convegno nel 1988 dedicato alla disabilità, questa realtà mi pare sia stata vissuta piuttosto in sordina.

«In effetti qualcuno poteva pensare che avremmo dovuto far nascere un’associazione di malati, creare qualche istituzione per disabili. Io non ho mai pensato a questo! Noi lavoriamo affinché la disabilità entri a pieno titolo nei progetti culturali e nei progetti di cittadinanza attiva, senza rimozioni e vincendo la tentazione di costruire una società parallela. Se considero come oggi tra noi, nella stragrande maggioranza, è vissuta la malattia, la disabilità, la morte, non ho dubbi nell’affermare che la rivoluzione cui accennavo prima è in atto, con iniziative variegate, anche innovative. E sono convinto che essa ha avuto il suo clou con l’esperienza finale di Chiara stessa, morta attorniata dall’amore di centinaia di suoi figli. Una morte in comunione, dunque, richiamo a Gesù abbandonato, il cui dolore esposto agli sguardi di tutti sul Golgota, uscendo dalla privatezza, può e deve essere fonte di socializzazione. È un grido, il suo, che raggiunge anche la città; e sarà proprio la città a risolverlo, accogliendolo nella trasformazione delle sue strutture mentali ed architettoniche».

 

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Una rivoluzione nella rivoluzione

 

Carissimo (…), tu vedi dritto quando parli del valore della croce, ed io con te vorrei fare una specie di rivoluzione, nella nostra grande rivoluzione. Aprire gli occhi a tutti coloro (…) che soffrono; collegarli tutti tra di loro in una comunione di spirito. Far sì che tutti si sentano quelli che realmente possono essere davanti a Dio, se capiscono Gesù abbandonato, lo apprezzano, lo abbracciano.

Poi: I) Far sì che tutti si sostengano a vicenda magari comunicandosi le esperienze, i frutti, ecc. II) Dar coraggio a coloro che non hanno la grazia di esser ammalati, ma possono servire il Signore con l’apostolato vario, dicendo loro che vadano con fiducia perché c’è chi paga.

Intanto si potrebbe dedicare una colonnina di Gen a questo argomento iniziando magari con un tuo appello – che farai quando ti senti – a tutti i gen che in qualche modo soffrono; perché mettano la loro moneta al servizio dell’Opera e della Chiesa. (…)

Chiara Lubich

 

 

BEPPE PORQUEDDU. È tecnologo della riabilitazione; docente per operatori della riabilitazione, tecnici progettisti; formatore (peer counsellor) di persone con disabilità; autore di numerosi articoli e pubblicazioni; consulente/progettista presso pubbliche amministrazioni sui temi dell’accessibilità della città; confondatore e attuale presidente del Centro studi Prisma di Belluno per lo studio interdisciplinare degli aspetti tecnici e sociali per l’integrazione delle persone con disabilità. Svolge attività professionale come technical coordinator al Siva (Servizio informazione e valutazione ausili tecnologici) presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi di Roma.

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