Un uomo di 55 anni è morto di freddo, il 9 gennaio del nuovo anno, nel suo gabbiotto di vigilante durante la notte, quando a Cortina la temperatura era scesa a meno 12 gradi centigradi. Pietro Zantonini, 55 anni, era salito al nord da Brindisi per lavorare in una delle società di vigilanza coinvolte nei cantieri in corso per arrivare in tempo all’inaugurazione delle imminenti Olimpiadi invernali.
Colpisce il fatto che una tragedia simile sia avvenuta in una prestigiosa località montana riservata di fatto solo ai ceti abbienti e che una notizia finisca in fretta nel dimenticatoio perché la priorità deve essere data allo spettacolo che “deve andare avanti”.
Ogni giorno di media in Italia si registrano 3 morti sul lavoro, uno scandalo che richiama ad una responsabilità collettiva a partire dai media che trattano le cosiddette “morti bianche” come fatti minori rispetto alla cronaca che spesso imperversa anche nei programmi di intrattenimento. Come se le vittime per causa di lavoro non avessero una storia da raccontare e una serie di cause del disastro della loro morte che nulla hanno a che fare con la fatalità.
Il 13 gennaio Erri Talone, 41 anni, è stato schiacciato da un trasformatore di 50 quintali mentre lavorava in una fabbrica di Colleferro. Il giorno prima, 12 gennaio, è morto Claudio Salamida, 47 anni, dopo essere precipitato da diversi metri di altezza mentre era addetto al controllo delle valvole dell’Acciaieria 2 dell’ex Ilva di Taranto.
Ogni volto e storia irripetibile racconta dello sconcerto dei compagni di lavoro e di un dolore che le famiglie si porteranno per sempre con loro. È davvero impossibile far cessare questa strage? Secondo il magistrato Bruno Giordano, che dal 2021 al 2022 ha ricoperto il ruolo di direttore generale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, per prima cosa occorre usare bene le parole.
Per questo propone il termine nuovo di “operaicidio” non per un semplice esercizio linguistico, ma per dare cittadinanza e significato a un fenomeno che la narrazione quotidiana tende a minimizzare. Questo termine si contrappone frontalmente all’espressione ambigua di “morte bianca”, un’etichetta che suggerisce una morte minore, meno violenta, e soprattutto una morte dove non ci sono responsabilità, dove non ci sono colpe.
Secondo Marco Patucchi, giornalista di Repubblica, che assieme al magistrato Giordano ha scritto un libro intitolato appunto “Operaicidio”, nel mondo dell’informazione le notizie delle morti sul lavoro restano oscurate e salgono in superficie solo per le “grandi tragedie”, per poi tornare a scorrere sottoterra, invisibili.
I fatti sono notiziabili secondo una gerarchia banale facendo emergere il fallimento dell’ecosistema informativo. Le testate, indebolite dalla crisi, sono ricattabili dai grandi inserzionisti e dai poteri forti. Un direttore può decidere di dare meno evidenza ad un’inchiesta scomoda, mentre la diffusione della precarietà tra gli stessi giornalisti impedisce loro di opporsi in maniera efficace. Il giornalista precario non ha la forza contrattuale per opporsi indebolendo la funzione decisiva dell’informazione di aiutare a creare una coscienza civile solida e non manipolabile.
Mentre si discute del 5% del Pil da destinare alle spese per la Difesa esiste un dato macroeconomico che Giordano invita a valutare: la mancata sicurezza sul lavoro costa fino al 6% del Prodotto interno lordo annuale.
Questo costo non è sostenuto solo dalle aziende, ma viene socializzato: lo paghiamo noi cittadini attraverso le tasse che finanziano il sistema sanitario (ambulanze, pronto soccorso, medici), l’Inail (che copre gli indennizzi) e gli ingenti costi processuali. È un paradosso devastante: andiamo avanti dell’1% con le leggi di stabilità e ogni anno andiamo indietro del 6% a causa di un sistema che non protegge i suoi lavoratori.
Giordano e Patucchi hanno voluto dedicare il loro libro a Daouda Dian. Si tratta di una storia esemplare e pressoché sconosciuta che riassume il legame mortale tra sfruttamento, criminalità organizzata e silenzio mediatico. Daouda non era solo un lavoratore ivoriano; era l’archetipo di una serie di cose positive: un mediatore culturale, un esempio virtuoso di integrazione in Sicilia, un uomo che parlava tre lingue e sensibilizzava sindacalmente i suoi connazionali.
Lavorava in una fabbrica di cemento di proprietà di una famiglia con noti trascorsi e precedenti legati alla criminalità organizzata. Con un coraggio immenso, Daouda ha filmato le condizioni di schiavitù a cui erano sottoposti i lavoratori, pubblicando due video su YouTube con la denuncia: “Ecco come ci trattano in Italia, siamo degli schiavi”.
Il giorno stesso della pubblicazione sui social, Daouda è scomparso nel nulla. Sul comodino di casa aveva il biglietto aereo pronto, il passaporto e i soldi perché doveva tornare in Costa d’Avorio per prendere la moglie e il figlio che non aveva mai conosciuto.
Un’esecuzione mafiosa con una logica precisa: non uccidere, ma “far sparire”. Cancellare il corpo significa cancellare la memoria, il funerale, la lapide e la possibilità per la coscienza civile di indignarsi.
Il silenzio dei media siciliani, con la sola eccezione fanno notare gli autori delle pagine di Repubblica Palermo, ha completato l’opera. E così, nell’indifferenza burocratica, Daouda Dian non è nemmeno considerato una vittima sul lavoro, perché il suo corpo non è mai stato trovato.
Oltre le statistiche, esiste poi un numero di infortuni che non emerge mai nei dati ufficiali. Molti lavoratori, soprattutto se precari, con contratti a termine o “in nero”, quando si fanno male si recano al pronto soccorso senza dire che l’incidente è avvenuto sul lavoro. Lo fanno per paura di ritorsioni, di perdere il posto, di non vedersi rinnovare il contratto.
La piaga dell’operaicidio è quindi un problema strutturale: non è solo una questione di più ispezioni o di nuove leggi, ma di cultura, di lotta alla precarietà, di scelte politiche coraggiose e di consapevolezza individuale.
Di fronte a questa strage quotidiana, la vera domanda non è più solo “perché si muore?”, ma “cosa siamo disposti a fare, come cittadini e come società, per fermarla?”.