Non lasciamoci soli

La riflessione di una psicologa e psicoterapeuta dopo il primo caso di eutanasia su minore verificatosi in Belgio nei giorni scorsi
eutanasia

I primi anni di liceo un amico carissimo, oggi parroco, mi invitò a condividere un’esperienza di volontariato in una delle realtà del Cottolengo presente nella nostra città. Accettai, credo, soprattutto o solamente per l’amicizia profonda che ci legava e ci lega. Non ricordo nessun dettaglio del primo incontro col mondo della disabilità fisica e mentale, so che però stravolse profondamente la mia esistenza di adolescente annoiata.

Nella Piccola Casa della Divina Provvidenza (così sono chiamate le realtà del Cottolengo), si scopre un orizzonte esistenziale impensabile. Di piccolo essa non ha davvero nulla: grandi sofferenze, grandi disagi di un’umanità travagliata nel corpo e nella mente, e chiamarla “casa” pare un affronto al buon senso.

Lì, in quel perimetro di terra torinese, come anche in ciascuna realtà che ne esprime lo spirito, si incontrano persone non disperate, non rassegnate, magari sì talvolta arrabbiate con la vita che tanto clemente con loro non è stata proprio. È gente qualunque, non eroica, che lotta ogni giorno per mantenere alto il senso della propria esistenza, che combatte col limite ormai irreversibile di gambe, braccia, parola, udito, vista, aspetto esteriore; limite portato non sempre col sorriso, e immagino in più di qualche giorno anche col pensiero di farla finita, o imprecando contro un destino avverso. Pare che perfino una grande santa e oggi dottore della Chiesa abbia dovuto lottare, quando era in fin di vita, per non cedere al dolore opprimente con farmaci che ne avrebbero accelerato la conclusione o ne avrebbero obnubilato la coscienza.

 

Insomma è durissima quando si soffre in modo permanente, senza speranza di miglioramento e con dolori fisici lancinanti che non danno tregua. Eppure quella realtà di casa una indicazione la dà chiaramente: accompagnata e non abbandonata a se stessa la sofferenza, anche quella estrema, ha un altro peso. Una comunità umana che si stringe attorno a chi sta male, perché lo sguardo non rimanga accecato dal nulla, dal senso di buio, di zero-speranza è fondamentale e può essere l’unico punto di svolta e di senso tra vivere e morire.

È semplicistico ridurre tutto così, lo so anche io, ma che in Belgio un 17enne – dunque in piena adolescenza, età già molto critica e vulnerabile di suo – abbia annaspato attorno senza poter recuperare un po’di fiducia, di speranza, davvero lascia riconciliati anche quanti credono che il suicidio possa diventare un diritto?

 

Lì, tra i cortili del Cottolengo, dove sembra veramente che la natura o la sorte o un dio crudele si siano accaniti con un numero impressionante di bambini, adulti e anziani, si respira famiglia, che vuol dire senso fortissimo di appartenenza gli uni agli altri e tutti insieme alla vita, una vita che ha un sapore meno amaro e disperato quando ci sono contatti umani reali, vicinanza, conforto, dove mai nessuno rimane abbandonato a se stesso. Mai. Dove il dolore, la vita, la disabilità, il fine-vita sono come un’unica storia, nessun pezzo è da buttare via o da saltare frettolosamente e dove non c’è interruzione tra chi sta male e chi sta bene, quasi un’unica persona, prodigio della solidarietà.

Non si tratta di giudicare il singolo atto, papa Francesco l’ha perfino messo nero su bianco che noi uomini e donne credenti dovremmo cambiare atteggiamento, imparando a discernere e includere piuttosto che sentenziare sugli altri.

Però un gesto è pur sempre un segno indelebile nella storia, che fino a quel momento non c’era e ora c’è, e il gesto di dire basta ad una vita di sofferenza, reso possibile in Belgio, che dal 2014 ha legalizzato l’eutanasia senza limiti di età, dice che c’è un mondo che va cambiando e non sembra verso una maggiore felicità se perfino un giovane preferisce il non-essere all’essere e se ogni giorno sentiamo episodi raccapriccianti di soprusi e violenza domestica.

 

Non so cosa sia il dolore estremo e senza ritorno, però so che non vorrei essere lasciata sola se mi accadesse, vorrei che l’abbattimento che la paura produce fosse soccorso da quanti hanno ancora forza, che nessuno scambiasse per lucida decisione, libero consenso o capacità di scelta, emozioni confuse e spaventate dettate dal momento o perfino da una sequenza di momenti penosi e bui.

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