Non è vero che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha fiducia nella magistratura. Dopo l’incendio di Crans Montana, in cui sono morte 41 persone, la premier ha preteso che i giudici italiani affiancassero quelli svizzeri nelle indagini. Dopo la scomparsa del piccolo Domenico, morto a 2 anni dopo un trapianto di cuore, Meloni ha assicurato che le autorità faranno piena luce sull’accaduto. Molte delle polemiche politiche delle ultime settimane sono strumentali al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
In tale ottica vanno forse lette anche le accuse contro i magistrati che hanno separato i genitori dai figli della cosiddetta “famiglia del bosco”. Del resto, è stato proprio il decreto Caivano del governo, convertito nella legge n. 159 del 13 novembre 2023, a inasprire le pene nei confronti dei genitori che non mandano i figli a scuola.
La riforma della giustizia, che modifica sette articoli della Costituzione, sarà valutata dai cittadini con il referendum costituzionale perché non ha ottenuto il voto favorevole dei due terzi del Parlamento. Vincerà chi otterrà anche un solo voto in più (approfondisci l’argomento con gli articoli del focus di Città Nuova sul referendum costituzionale e sulle motivazioni del Sì).
Per sostenitori del No, la riforma indebolisce la magistratura e comporterà un enorme spreco di denaro. L’attuale Consiglio superiore della magistratura, infatti, si sdoppierà e verrà inoltre istituita un’Alta corte, questo comporterà una moltiplicazione dei costi, come anche la formazione differenziata di magistrati e pubblici ministeri. Non mancano polemiche sulle finalità del provvedimento. «Ma chi ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere», ha detto l’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno (Lega). A partire dalla premier Meloni, tuttavia, questo è proprio uno dei cavalli di battaglia di chi chiede di votare Sì. Ne abbiamo parlato con Francesco Menditto, già procuratore capo di Tivoli, membro del consiglio direttivo del Comitato per il No (www.giustodireno.it).

Il procuratore Francesco Menditto, foto propria
Procuratore Menditto, parliamo del referendum sulla Giustizia…
Io voterò No e lo dico con molta chiarezza. Sono un magistrato in pensione. Con la riforma, per i magistrati non cambieranno né gli stipendi né le carriere, quindi ci si potrebbe chiedere: perché opporsi?
Appunto: perché voterà No?
Ci opponiamo perché questa riforma non accelera i processi e non fa funzionare meglio la giustizia. Può anzi comportare il rischio – ed è un tipo di rischio che è meglio evitare – di avere un magistrato, pubblico ministero o giudice, che si sente più esposto alla politica e meno garantito nella possibilità di esercitare le sue funzioni in autonomia e indipendenza. La riforma è nell’interesse della politica e non nell’interesse del cittadino.
I sostenitori del Sì affermano che con la riforma i processi dureranno di meno…
Guardi, sono fake news. Non cambierà nulla nell’ambito dell’attività processuale, non saranno più veloci i processi, non cambieranno le tipologie di processi, non cambieranno i reati. Non cambia assolutamente nulla riguardo alla repressione dei fenomeni criminali. Si interviene solo sui magistrati.
Non ci sarà una giustizia più veloce?
Assolutamente no. Le persone più serie che votano Sì questa premessa la fanno, perché sanno perfettamente a cosa serve la riforma. Come magistrati abbiamo deciso di non entrare nella polemica politica. Io le rispondo nel merito delle questioni. I processi – civili, penali, del lavoro – non diminuiranno nemmeno di un giorno.
Se vince il Sì in Italia arriveranno meno migranti?
No, no, non c’entra niente con la riforma! Sotto questo profilo non cambierà niente per il cittadino. Cambia solamente per i poteri forti e per la politica. Perché, al di là di ciò che è scritto nelle singole norme, la lettura dell’intera riforma dimostra, a nostro avviso, che l’obiettivo è quello di indebolire la magistratura e quindi di avere controlli più attenuati.

Giusto dire No, materiale del Comitato per il No al referendum sulla giustizia
Con il Sì al referendum quindi non si avrà una giustizia più giusta?
No, non si avrà una giustizia più giusta. Viene raccontata questa “favola” perché si separa il pubblico ministero dal giudice, perché il pubblico ministero deve essere sullo stesso piano dell’avvocato. La “piccola” differenza è che il pubblico ministero è un funzionario dello Stato e non opera nell’interesse di nessuno, se non dello Stato e delle persone offese. Fa ovviamente indagini anche a favore dell’indagato, perché cerca la verità, ma non potrà mai essere sullo stesso piano dell’avvocato, che deve curare gli interessi del cliente e riuscire ad avere il miglior trattamento possibile per il suo assistito. Si racconta la “favola” che, separando il pubblico ministero nella carriera dal giudice,,, ci sarà un giudice terzo, indipendente e autonomo dal pubblico ministero. Come se oggi i giudici decidessero per fare un favore ai pubblici ministeri o perché sono influenzati dall’aver fatto gli stessi corsi alla scuola superiore della magistratura. Il giudice non decide a favore del pubblico ministero per fargli un favore. Decide in base all’autonomia e all’indipendenza. Con la riforma non ci sarà una giustizia migliore, ma una giustizia più debole verso la politica, che quindi potrebbe essere meno giusta.
Cosa non la convince della riforma, per cui voterà No?
La riforma produce tre indebolimenti della magistratura. Primo: si vogliono separare i pubblici ministeri dai giudici, raccontando che il giudice sarebbe più autonomo, indipendente e terzo, ma non è così. Separare significa dividere, e dividere significa rendere più deboli. Gli antichi romani dicevano: “divide et impera” (dividi e comanda, ndr). Si separano pubblici ministeri e giudici, si creano due consigli superiori della magistratura che diventano più deboli. Oggi il CSM è unico. Se un pubblico ministero o un giudice viene attaccato dalla politica, cosa che capita frequentemente, viene difeso dall’organo unico che, secondo Costituzione, garantisce l’autonomia e indipendenza della magistratura.
Il secondo indebolimento della magistratura?
I pubblici ministeri e i giudici dei due Consigli superiori della magistratura non sarebbero più eletti dai magistrati, quindi potrebbero non essere più persone con particolari capacità, che sono necessarie per andare al Csm. Con la riforma sarebbero sorteggiati, ma in nessun Paese del mondo vengono scelti col sorteggio i componenti di un organo rappresentativo. La politica, invece, farebbe un sorteggio di secondo grado. Prima sceglierebbe alcuni membri laici, come sono definiti i non magistrati, e poi tra loro farebbe un sorteggio. Con la riforma, inoltre si stacca il potere disciplinare dal Consiglio superiore della magistratura.
Il Csm emette i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati. Con la riforma lo farà un’Alta corte…
Oggi il Csm – che, non dimentichiamo, è presieduto dal capo dello Stato a garanzia di tutti – con un’apposita sezione, stabilisce se un magistrato ha commesso o no un illecito disciplinare. Con la riforma questo compito viene affidato ad un’Alta corte – presieduta da un suo componente non magistrato -, quindi all’esterno, cambiando il disegno dei costituenti, che volevano questa funzione all’interno del Csm. Questo è il terzo indebolimento. Si prevede che i membri di quest’Alta corte siano così nominati: tre dal presidente della Repubblica, tre dal Parlamento con un sorteggio di secondo grado, mentre sei giudici e tre pubblici ministeri verrebbero sorteggiati. Ancora una volta attraverso il sorteggio si rischia di indebolire la magistratura. I giudici dell’Alta Corte sono 15, ma solo alcuni dovranno decidere se un magistrato ha commesso un illecito disciplinare. Attualmente, in base al nostro ordinamento, i due terzi dei collegi devono essere pubblici ministeri o giudici e un terzo è eletto dal Parlamento. Se viene approvata la riforma, potremmo anche avere dei collegi composti da una maggioranza di persone non indicate dalla magistratura. Sono tutti fattori che vogliono incidere sulla magistratura e tendere, secondo noi, a indebolirla. Anche in questo caso, si rinvia tutto a una legge ordinaria che sarà approvata a maggioranza, dimostrando che il testo della riforma è stato approvato celermente, senza approfondire né chiarire i dettagli.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Torino 31 gennaio 2026 ANSA/TINO ROMANO
Torino, corteo per il centro Askatasuna. Quelli che hanno picchiato i poliziotti sono stati scarcerati anche se alcuni esponenti di governo li accusavano di tentato omicidio. In quel caso, ma anche subito dopo l’arresto del poliziotto che ha ucciso uno spacciatore a Rogoredo, si è cercato di opporre i magistrati alle forze dell’ordine. Qual è il pericolo di una rappresentazione di questo tipo?
È una rappresentazione falsa, che crea discredito nei confronti della magistratura. Quello che è successo a Torino non vede nessuna spaccatura tra magistrati e forze dell’ordine. Ci sono state delle condotte violente, gravissime, che andavano giustamente represse. Polizia e carabinieri nell’immediatezza arrestano le persone, cioè le bloccano e le portano in carcere, perché hanno commesso dei reati. Ovviamente ogni cittadino deve avere delle garanzie, anche chi ha tentato di uccidere qualcuno. Le garanzie sono rappresentate da un pubblico ministero che prende subito la direzione delle indagini. Nel caso di Torino, abbiamo letto che il pubblico ministero ha chiesto il carcere, poi c’è stato un giudice terzo, appunto, che ha deciso in base a delle regole processuali, che tra l’altro proprio la maggioranza che ha approvato la riforma della giustizia ha reso tali da rendere più difficoltose le indagini e scoprire i colpevoli, anche di gravi reati.
In che modo le regole processuali sono state attenuate?
Per esempio con la riforma delle intercettazioni telefoniche, ma anche cambiando le regole dell’interrogatorio preventivo. In ogni caso, tornando ai fatti di Torino, credo che il giudice abbia ritenuto di dare gli arresti domiciliari ad alcune delle persone arrestate perché erano incensurate, cioè non avevano precedenti, ed è pacifico, in base alla giurisprudenza, che se una persona ha commesso per la prima volta un reato, seppur grave, possa non stare in carcere, ma agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico. Se si allontana e vuole andare a un’altra manifestazione viene immediatamente arrestato. I magistrati hanno delle funzioni stabilite dalla legge, cioè devono far rispettare le regole a tutti, al cittadino semplice e al politico. Tra magistratura, e in particolare il pubblico ministero che dirige la polizia giudiziaria, e polizia giudiziaria, c’è un rapporto molto positivo. Non c’è nessuna spaccatura.
E se sbaglia un magistrato?
I magistrati che hanno sbagliato gravemente sono stati cacciati dalla magistratura, oltre a essere stati condannati.

Il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI
Il vicepremier Antonio Tajani ha affermato che, se vincerà il Sì, poi si discuterà, tra le altre cose, di togliere la polizia giudiziaria dal controllo del pubblico ministero. Cosa ne pensa?
Sottrarre la polizia giudiziaria dal pubblico ministero significa indebolire il pubblico ministero e le sue indagini. Il pubblico ministero è un organo autonomo e indipendente. Se non potrà più utilizzare la polizia giudiziaria per fare le indagini, come accade in molti Paesi, sarà più debole verso la politica. Potrebbe accadere – ma la nostra Costituzione non lo dovrebbe consentire –, che polizia e carabinieri potrebbero fare indagini solo se autorizzati dai superiori gerarchici, che in qualche modo possono avere un collegamento istituzionale con la politica. La riforma modificherebbe nella sostanza il nostro assetto costituzionale.
(Approfondisci l’argomento con gli articoli del focus di Città Nuova sul referendum costituzionale)
