Un elemento che da sempre mi è sembrato ampiamente sottovalutato se non addirittura eluso nell’analisi dei molteplici fenomeni franosi che negli anni hanno ripetutamente colpito l’Italia è la mancanza di qualsiasi riferimento (se non a parole presto dimenticate) ai programmi di prevenzione e manutenzione del territorio.
Le cause di questo atteggiamento nel fondamentale settore della protezione dell’ambiente sono dovute a mio giudizio principalmente a due fattori. Da un lato l’abbandono della montagna, iniziato negli anni ’50 dello scorso secolo ha portato all’azzeramento dei minuti ma periodici interventi di manutenzione dei versanti, del reticolo idrografico minore, dei muri a secco, che costituivano una quasi invisibile serie di attività di prevenzione dei dissesti che venivano eseguiti da chi viveva la montagna quotidianamente. Questo vuoto non è stato colmato da parte della politica con la predisposizione ed attuazione di piani di prevenzione.
Per fare un esempio, il progetto CARG nato circa 30 anni fa per dare all’Italia una cartografia geologica moderna, ad oggi è realizzato solo per il 50% a causa di finanziamenti insufficienti. Anzi, c’è da registrare purtroppo una tendenza da parte di chi ha responsabilità di governo a tutti i livelli a privilegiare gli interventi in fase emergenziale (secondo fattore negativo): se, come detto prima, la prevenzione non paga in termini di visibilità, gli interventi urgenti di ripristino dei dissesti sono indubbiamente fonte di favore elettorale.
È evidente che, con questi presupposti, la situazione italiana non possa che peggiorare. I cambiamenti climatici sono un ulteriore elemento destabilizzante che si abbatte su un territorio di per sé fragile perché geologicamente giovane, che meriterebbe ben altra attenzione e protezione.
Ormai dobbiamo abituarci a piogge sempre più intense senza una limitazione stagionale (piove in tutte le stagioni, non solo d’autunno come in passato). Se la frana di Niscemi colpisce soprattutto per l’estensione dell’area interessata, non dobbiamo dimenticare, come normalmente succede, gli altri gravi eventi calamitosi che si sono susseguiti negli ultimi anni (Emilia Romagna, Marche, Ischia, Liguria, Veneto, solo per ricordarne alcuni).
Penso che un’inversione di tendenza si potrà ottenere solo con una presa di coscienza dello stato di fatto che consenta una non facile conversione prima di tutto di carattere culturale. È urgente infatti una rivalutazione del concetto di cura dell’ambiente, naturale ed urbanizzato. Uno scatto in avanti cui è chiamata in primis la politica ma che non decollerà senza la presenza e l’impegno dei cittadini chiamati a partecipare attivamente alla costruzione del bene comune nel luogo dove vivono ed operano.
Mario Ravalico