Morire d’atomo

Visita a Chernobyl, dove avvenne la catastrofe nucleare più grave della storia, per incuria e stupidità umana. Le conseguenze sono ancora gravi.
Leggo sul Corriere della sera: «Trecentocinquanta quintali di pellets (residui di legname usati per riscaldamento) sono stati sequestrati in Valtellina, perché dovranno essere sottoposti a una serie di test inerenti eventuali rischi di radioattività. Il materiale proviene dalla Lituania». Si sospetta che questi pellets siano stati creati da legno contaminato sin dall’epoca di Chernobyl. A 23 anni dall’incidente, c’è ancora apprensione.

 

La storia è conosciuta, anche se i detti-non-detti tipici del regime comunista sovietico mantengono vaste zone d’ombra nella vicenda di Chernobyl, in particolare su tutto ciò che riguarda le decisioni che furono prese (e non prese) dopo l’esplosione. Certamente vi fu una catena di incompetenza, paura e ignavia che aggravò il bilancio di vite umane e danni materiali. Ancor oggi è impossibile stabilire cifre plausibili: 20 mila morti, 170 mila malati cronici, 400 mila senzatetto, 35 mila chilometri quadrati di terreno contaminati, 200 miliardi di dollari di danni …

«È stato peggio, molto peggio di una guerra», dice oggi uno dei 600 liquidatori del reattore, inviati sul posto senza protezione alcuna né istruzioni adeguate: oggi soffrono di malattie diverse, in particolare cancro alla tiroide. «Nelle guerre convenzionali il nemico è conosciuto e individuabile. A Chernobyl era sconosciuto e non individuabile, seppur onnipresente». Ricordo una visita a Nalcik, in Cabardino-Balcaria, dove incontrai la mamma di un militare che era stato inviato a Chernobyl una settimana dopo l’esplosione. Tre mesi dopo morì di leucemia.

Il nemico ancor oggi non è debellato: sotto il sarcofago di cemento e acciaio costruito in fretta e furia per ingabbiare il reattore n° 4, il nocciolo radiattivo è ancora “caldo” e nessuno sa con quali prospettive, mentre la protezione mostra segni di cedimento. «È un mostro impossibile da allontanare», dice Oleg Fortenskij, uno degli scienziati incaricati di custodire il sito e monitorarne le evoluzioni.

 

Maldestri e incoscienti

 

Quel 25 aprile 1986 doveva aver luogo una normale operazione di controllo, lo spegnimento del reattore n° 4 per la necessaria pulizia. Ma l’incompetenza degli incaricati, forse complice l’alcol e la morbosa curiosità, portò gli operatori a verificare se, in caso di blocco, nella turbina sarebbe rimasta abbastanza energia per alimentare i sistemi di raffreddamento del nocciolo del reattore. Disattivarono perciò manualmente alcuni circuiti di raffreddamento di emergenza.

Per una serie di concause – tra cui i difetti strutturali del reattore Rbmk – il test provocò una sovratensione momentanea con rottura della struttura di contenimento del reattore, e con il rilascio di materiali radioattivi. A contatto con l’aria, la palla di fuoco composta da idrogeno e grafite incandescente fece saltare per aria il tetto del reattore, che pesava 500 tonnellate, liberando nell’ambiente nove tonnellate di materiale radioattivo. Era l’una e ventisei minuti della notte tra il 25 e il 26 aprile 1986.

Fu la Svezia a segnalare che qualcosa di anomalo c’era nell’aria. I sovietici mantennero per qualche decina di ore un imbarazzato silenzio, prima di ammettere l’esistenza di un incidente nucleare «minore». Poi ci si dovette arrendere all’evidenza. Così la vicenda di Chernobyl contribuì non poco a quella glasnost, a quella trasparenza cioèche Gorbacev volle o fu costretto a mettere in atto, anticipando il collasso del mastodonte sovietico. Per la cronaca, il presidente del Soviet supremo parlò al Paese solo 18 giorni più tardi.

Un soldato inviato sei giorni dopo lo scoppio sul luogo della tragedia, lavorando per qualche minuto appena a spargere il cemento sul reattore esploso, usa un’espressione assai originale ricordando quei momenti: «Lì provai imprevedibili sentimenti mistici». Lo si può forse capire, vista la prossimità con l’inferno e in ogni caso con la morte che quel luogo evocò già qualche ora dopo la strage.

 

Una sorta di inferno

 

Mi sto avvicinando a quei luoghi ormai famosi. Le strade non permettono al pullman di superare i 60 all’ora. I villaggi sono poveri ma decorosi, le città si rendono riconoscibili non dai campanili ma dalle ciminiere, i campi paiono non conoscere coltivazione da decenni e la circolazione sulla strada si rarefà sempre più.

Posto di blocco, controllo dei passaporti, formalità. Comincia la terra dell’abbandono, che l’uomo ha contaminato con l’uso dissennato della ragione e della tecnologia. Qui emerge lo straordinario dono della libertà, che permette il bene o il male. Qui a Chernobyl l’uomo ha creato con le sue mani una sorta di inferno: non è un caso che ciò sia avvenuto nella fase finale dell’imperium comunista che, pur volendo un bene collettivo, ha svuotato le singole persone della regola etica della responsabilità personale. Resta il vuoto delle strade, la ruggine che mangia i guardrail, l’asfalto che si sbriciola, i campi battuti dal vento e non dalle mietitrebbia, le stalle disertate dalle vacche, le case abbandonate dagli umani e disossate dal tempo e dalla vegetazione…

Ci fanno scendere dall’autobus a 18 chilometri dalla centrale, per firmare un foglio che libera da ogni responsabilità l’amministrazione. Tutto è rimasto come nel 1986, o quasi. Anche le suppellettili e i baffi del caporalmaggiore che ci rende edotti di alcune precauzioni d’obbligo: lavarsi spesso le mani, scuotere la polvere dalle scarpe prima di entrare in auto, non camminare sull’erba… Con una carta topografica ci spiega dove andremo e cosa faremo, prima di snocciolare altre cifre: 91 Paesi e tre città evacuati, per un totale di 400 mila sfollati, di cui solo 300 (non 300 mila) sono tornati nella città di Chernobyl dove ora ci troviamo…

Ci racconta poi della impreparazione della gente a cui erano stati forniti dei contatori di radioattività che entravano in tilt superata la soglia dei 2000 geiger. Quasi subito saltarono tutti, perché i valori erano venti, cento volte superiori. Racconta pure del difficile riciclaggio del materiale contaminato, valutato a circa 200 milioni di metri cubi. Per il suo smaltimento, sono 900 i siti predisposti, ma i controlli pare non siano ferrei; così è cominciato un traffico legato allo smaltimento dei rifiuti radioattivi.

 

Dieci reattori

 

Di fronte ad un’ansa del fiume che qui scorre, il Prip’at, ci fermiamo: alla nostra destra vi sono tre reattori che nel 1986 erano in costruzione (i numeri 5, 6 e 7), lugubri nella loro trasandata incompiutezza, quasi più sinistri dei loro “fratelli maggiori” (i reattori numero 1, 2, 3 e 4), che invece stanno dinanzi a noi. Immobili. Il progetto ne prevedeva altri tre, in modo da raggiungere la cifra tonda di dieci reattori, il maggiore sito nucleare d’Europa. Ma andò altrimenti, e l’orgoglio sovietico ne uscì ferito a morte. La silhouette non incute a prima vista paura, salvo per il “sarcofago”, la valanga di cemento e acciaio che è stata costruita sopra il nucleo esploso, a costo di centinaia di vite umane. Ci avviciniamo poco alla volta, notando alcune decine di tecnici e ingegneri che escono da alcuni edifici. Paiono rilassati: controllano tutto, ora dopo ora, minuto dopo minuto.

Ecco il “mostro”, a trecento metri. Pare un gigante addormentato, se non fosse per il bip bip del nostro contatore geiger che, a seconda del luogo e del momento, e anche del vento, sale e scende fino al valore di mille geiger mentre superiamo alcuni terreni – a un paio di chilometri dal reattore n° 4 – che sono stati contaminati in modo grave. In realtà tale valore lo si misura dal bus: all’esterno sarà di quattro-cinque volte superiore. Il sarcofago di cemento appare rigato di ruggine, ed è ingabbiato in strutture metalliche gialle e grigie, erette perché cedeva in alcuni punti.

Ecco la tomba di qualcosa che è purtroppo ancora vivissimo: il cuore radioattivo del reattore, simbolo dell’energia infuocata che dà vita alle stelle e a tutta la Terra, a miliardi e miliardi di esseri umani e animali. La tomba di tante vite umane, morte per salvarne tante altre. La tomba di una certa “distrazione ecologica”, del triste annichilimento della ragione. La tomba della menzogna istituzionalizzata e delle mille piccole menzogne dei singoli, che hanno portato congiuntamente al dramma.

 

Prip’at

 

Ma l’entità della tragedia nella sua crudezza la si coglie meglio, molto più efficacemente, nella visita alla cittadina che sorge ad appena tre chilometri dal reattore n° 4, Prip’at, totalmente abbandonata. Contava circa 40 mila abitanti, ed era un dormitorio modello per la popolazione che viveva della centrale nucleare. Una città che, a 23 anni di distanza, conosce una esplosione vegetale che prima o poi avvolgerà tutto. Visito una piscina, una scuola, un ristorante, un luna park. Tutto è spettrale nel regno delle cose morte, tutto è cadente rotto frantumato, a testimonianza della natura transeunte delle cose. La vegetazione che si intrufola dappertutto accentua il sentimento d’un caos primordiale di ritorno, creato dall’uomo con mani irresponsabili e superbe, e che prima o poi riprenderà il sopravvento (quando l’uomo non ci sarà più?).

Salgo scale ridotte a moncherini di gradini ricoperti di calcinacci, fotografo maschere antigas abbandonate qua e là, quaderni squadernati e librerie svuotate dei loro libri, vetri frantumati e maioliche sbeccate. Le iscrizioni umane assumono la funzione di memoriale dell’inutilità. E medito su quel che passa e su quel che resta, che qui non possono che andare a braccetto, per il misterioso esercizio mal gestito della libertà umana. Non del destino.

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