Più passa il tempo e più sembra diventare chiaro che quella che poteva vantarsi di essere – e lo era – la più grande democrazia del mondo, sta diventando una terra che si allontana progressivamente dagli ideali democratici e dei diritti umani. Da anni, infatti, il governo Modi ha iniziato una crescente politica discriminatoria nei confronti delle minoranze religiose e, in modo particolare, nei confronti dei musulmani, che di fatto priva i seguaci di questa religione della libertà di cui godono i cittadini di religione indù.
Le discriminazioni sono sempre più evidenti, sia nell’ambito legale che, soprattutto, nelle pressioni più o meno sottili ma comunque insopportabili della vita quotidiana. In generale, le minoranze – compresi i cristiani – sembrano non godere più dei diritti che l’India, da tempi immemorabili, aveva sempre assicurato a tutti, a prescindere dalle appartenenze etniche, culturali o religiose. L’idea dell’unità nella diversità è sempre stato il vero motto di un Paese unico al mondo, la cui dimensione laica ha avuto come elemento caratterizzante il rispetto per qualsiasi gruppo e tradizione religiosa, riservando a ciascuno i dovuti diritti. La sterzata populista impressa dall’amministrazione Modi negli ultimi tredici anni ha, ora, raggiunto limiti preoccupanti nel processo di erosione dei diritti fondamentali, come quello a esprimere il proprio voto nelle elezioni politiche e amministrative.

Attivisti e membri del Cockroach Janta Party (CJP) reggono cartelli e intonano slogan durante una protesta contro il governo centrale riguardante la revisione delle liste elettorali, a Bangalore, in India, il 12 ottobre 2026. Foto: EPA/JAGADEESH NV via Ansa
Recentemente, infatti, è emerso che, da tempo, è in atto un processo di revisione delle liste elettorali che, fino ad ora, ha portato all’esclusione provvisoria di circa 134 milioni di nominativi a livello nazionale su un corpo elettorale di 954 milioni di iscritti. Significa che Paesi come Francia e Italia insieme non avrebbero più diritto al voto. Ovviamente, per il numero degli aventi diritto al voto, davvero esorbitante rispetto a qualsiasi altro Paese democratico del mondo, le liste elettorali vengono ricontrollate prima di ogni tornata elettorale. Ma non era mai successo che un numero così alto di cittadini venisse depennato, con una spiccata tendenza a eliminare nomi di chiara appartenenza musulmana.
Il processo è tutt’altro che concluso. Infatti, la Commissione elettorale ha avviato una procedura democratica per consentire a chi è rimasto fuori dalle liste provvisorie di chiedere il reinserimento fra gli elettori, appellandosi alla Commissione stessa. Ciononostante, in molti casi le lungaggini burocratiche o altri meccanismi hanno portato all’esclusione permanente anche di persone che avrebbero avuto diritto di votare. In base a queste ricerche, sono emersi dati molto preoccupanti: nella capitale Delhi il 32,78% degli elettori è stato escluso dalle bozze delle liste. Nello stato di Kolkata (Calcutta), tradizionalmente appannaggio del partito comunista e, negli ultimi anni, di quello di una leader locale riconosciuta (Mamata Bannerjee), negli ultimi mesi si è avuto il trionfo del Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito del primo ministro Narendra Modi. In tutto lo stato attorno alla megalopoli è stato appurato che il 91% dei ricorsi esaminati finora ha portato al reinserimento degli elettori che erano stati esclusi. Questo dimostrerebbe che l’operazione di eliminazione dei nominativi era stata fatta arbitrariamente e gli esclusi avevano le carte in regola per esercitare il diritto di voto.
Una tale situazione ha, ovviamente, riacceso le proteste in tutto il Paese, che si era da poco tranquillizzato dopo settimane di dimostrazioni di milioni di giovani che avevano ottenuto le dimissioni del ministro dell’Educazione. Negli ultimi giorni, la situazione è divenuta nuovamente incandescente e, questa volta, non solo per i giovani. A mettersi in moto per realizzare dimostrazioni di massa sono stati ancora una volta gli appartenenti al Partito degli scarafaggi (Cjp), nato spontaneamente negli ultimi mesi e di cui si è già parlato due volte in queste pagine.

La polizia indiana ferma alcuni membri della National Students’ Union of India (Nsui) mentre partecipano a una protesta per chiedere le dimissioni del Commissario elettorale Gyanesh Kumar a Connaught Place in seguito alle polemiche riguardanti la Revisione Intensiva Speciale (Sir) delle liste elettorali. Nuova Delhi (India), 13 ottobre 2026. Foto: EPA/RAJAT GUPTA via Ansa
Negli ultimi giorni – in particolare sabato 10 ottobre scorso quando erano previste manifestazioni nella capitale contro Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale –, il governo è intervenuto con pesanti misure di sicurezza. Il centro di Delhi si è trasformato in una fortezza, con circa 25 mila agenti delle forze dell’ordine dispiegati in tutta la capitale. Oltre all’impressionante dispiegamento di polizia ed esercito, erano state prese altre misure per evitare l’accesso in massa dei dimostranti al cuore della capitale: i servizi ferroviari da e per due delle principali stazioni ferroviarie di Delhi sospesi e le oltre quaranta stazioni della metropolitana chiuse. Anche la connessione di cellulari e internet era stata oscurata. Ola, Uber e Rapido (compagnie di taxi) avevano ricevuto l’ordine dalla polizia di non accettare corse. Migliaia di persone sono state arrestate preventivamente e, fra questi, anche i leaders della protesta del Partito degli scarafaggi.
Tutto questo sta creando una forte instabilità sociale e una polarizzazione sociopolitica preoccupante. Mentre tre dei fondatori del Cjp, che ormai fa paura al governo, venivano arrestati a bordo di un aereo che li avrebbe portati nella capitale per partecipare alle dimostrazioni, molti passeggeri gridavano: «Swachh Bharat, kachra saaf!» (India pulita, ripuliamola dall’immondizia). Molti hanno sfogato la loro rabbia fischiando e lanciando commenti caustici, e accusando gli arrestati di essere deshdrohi (antinazionali). Altri hanno gridato: «Desh se bahar!» (fuori dal Paese). La rabbia era dovuta soprattutto al disagio e al ritardo, ma anche al disaccordo con le posizioni del Cjp. Si tratta di segnali evidenti di una preoccupante erosione degli equilibri sociali che da sempre avevano caratterizzato il Paese. Le scelte politiche discriminatorie del governo Modi rischiano di snaturare completamente il sub-continente, creando anche pericolose tensioni fra India (a stragrande maggioranza indù) e Pakistan e Bangladesh (con popolazione quasi totalmente musulmana).