Magia del cinema con Tarantino

Una vistosa e lunga passeggiata dagli anni ’50 in poi, una grandissima interpretazione di DiCaprio e Pitt e citazioni di un passato glorioso che non torna più. Il maestro è tornato

C’era una volta a… Hollywood. Il nono e forse penultimo film di Quentin Tarantino è una vistosa e lunga passeggiata dagli anni ’50 in poi sul cinema. Un atto d’amore ai film della sua infanzia e giovinezza presentata in una sorta di “toccata e fuga” rapida, densa di citazioni, rimandi e libera da qualsiasi giudizio o pregiudizio. Lo stile è il suo, tarantiniano, fatto di eccessi, ironia e gioco su un periodo mitico del cinema che lui si diverte a decostruire, mescolando abilmente le carte, fra il drammatico, il cruento, lo spiritoso e il leggero. I due compagni di lavoro e di amicizia, il depresso attore decaduto (Leonardo DiCaprio) fra sbornie e fumo, e lo stuntman amico Brad Pitt sono le facce della stessa ondata hollywoodiana dal successo in apparenza facile, ma dal crudele usa-e-getta- quando non servi più. Così il depresso Leo deve fare i conti con le star emergenti – anche una bambina saputella (la presa in giro degli enfants prodige) –, con gli agenti (Al Pacino, diabolico) che lo fanno venire in Italia a girare gli spaghetti-western che detesta, finendo con il prendere una moglie italiana e ingrassarsi nella “dolce vita” di ben 7 chili. Una discesa triste di uno che si credeva un semidio, che aveva fatto sognare la gente. Il suo alter ego, Pitt, se la cava meglio perché non ha avuto tutto dalla vita, anzi ha un passato piuttosto misterioso.

Tarantino si “diverte” nelle citazioni. Quella di Bruce Lee che Pitt sfida a duello in una delle scene più gustose del film, o sempre lo stesso Brad alle prese con un gruppo di giovani hippies. C’è poi la strage compiuta da Charles Manson nella villa di Polanski posta vicina a quella del nostro attore, in cui viene uccisa la moglie Sharon Tate (Margot Robbie). Tarantino non evita la crudeltà sanguinolenta come è nel suo stile, ma nello stesso tempo sembra mostrare una sorta di “compassione” verso Sharon Stone incinta e preoccupata per la futura maternità. Sono ancora le due facce del cosmo hollywoodiano: il mondo delle apparenze e della fantasia di Hollywood e lo scontro con la durezza della vita vera.

Il film, con il suo sguardo a volo d’uccello e i tratti umoristici, ha tuttavia lunghi momenti di malinconia, visibile soprattutto negli occhi tristi di un Brad Pitt che si nota sofferto e disincantato, in coppia perfetta con il camaleontico angelico DiCaprio, nel ruolo di chi deve capire che il cinema è illusione fugace, gloria passeggera. La realtà, anche dura, un’altra. Tarantino sembra esorcizzare un suo possibile destino? Chissà. Intanto non può che evocare un passato glorioso di cui è innamorato, raccontandolo senza approfondirlo troppo, ma facendocelo vedere come un racconto conturbante e malinconico.

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