Ma quanti referendum!

Le consultazioni popolari per un sì o un no stanno diventando più importanti delle elezioni legislative in tanti Paesi. I casi di Gran Bretagna, Svizzera, Bosnia, Colombia, Ungheria e ben presto anche Italia. La democrazia non è riassumbile in quesiti troppo semplici
Montefalco © Michele Zanzucchi 2016

Ha cominciato la Gran Bretagna con la sorpresa della Brexit: proprio in questo weekend la premier Theresa Mary May decide che in marzo ci sarà la separazione tra Gran Bretagna e Unione europea. Ci si è messa poi la Svizzera, anzi il Canton Ticino, che ha votato una mozione che invitava i governanti elvetici a privilegiare i lavoratori indigeni rispetto a quelli provenienti dall’estero. A fine settembre si è votato pure in Bosnia (ma solo i serbo-bosniaci) su un quesito che chiedeva di mantenere la festa nazionale identitaria serba del 9 gennaio come festa di tutta la Bosnia. Ha vinto il si.

 

Nel weekend, poi, abbiamo avuto la sorpresa dell’Ungheria, col quorum minimo del 50% non raggiunto, e non di poco (43%, pur con il 98 per cento di sì tra i votanti) sulla domanda di Viktor Orban se fosse accettabile che la Ue imponesse quote di immigrati ai Paesi membri. In Colombia quel che non pochi temevano si è avverato: il popolo (al 51,3%) ha rigettato l’accordo del governo con le Farc per un processo di pacificazione (quesito molto confuso, quasi incomprensibile). E per tutto il weekend nell’Italia della politica si è continuato a parlare di referendum costituzionale, con sondaggi che danno il no vincente per un’incollatura.

 

Al di là dei singoli casi, così diversi gli uni dagli altri, che cercheremo di analizzare con i nostri giornalisti ed esperti nei prossimi giorni sul web di cittanuova.it, c’è da interrogarsi sulla crisi della politica delle grandi democrazie mondiali che non riesce più ad agganciare gli elettori nelle elezioni “normali”, quelle legislative”, rifugiandosi in quesiti manichei che obbligano a votare per un sì o per un no, anche se la politica è l’arte del compromesso. Il referendum rischia di lasciar spazio ai populismi e alle visioni ideologiche rispetto alla ragione, pur essendo uno strumento di democrazia diretta di altissimo valore.

 

Quel che emerge dai referendum di questi ultimi tempi è altresì la difficoltà di riassumere in una domanda semplice e chiara le questioni in ballo. Sembra che il referendum abbia la risposta a tutto con un sì o con un no, ma in realtà le nostre società sono ormai così complesse che le risposte semplici non sono più “politiche” ma “demagogiche”. Un amico ungherese mi diceva di essersi deciso per l’astensione perché non capiva il quesito del referendum, e così un amico bosniaco. Persino in Colombia non si sapeva bene per cosa votare: contro le Farc, contro il governo o per la pace?

 

La democrazia è una forma complessa di governo, non è riducibile ad una sola domanda. La democrazia è l’arte di saper dare risposte plausibili alle tante domande della gente.

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