Lucas non si è arreso

«Mi piace che mi si tratti per quello che sono e non per ciò che può apparire». Un argentino di fede e di coraggio.
Lucas Francisco Aguirre
Avellaneda, nella periferia sud di Buenos Aires, un tempo zona industriale, è oggi ridotta a modesta città dormitorio. Qui abita Lucas Francisco Aguirre, 49 anni, che ho conosciuto tanti anni fa. Già allora mi avevano impressionato di lui la profondità, l’intelligenza, l’estrema affabilità. Mi accoglie nella sua casa, dove si aggira con disinvoltura su una sedia a rotelle grazie alle nuove tecnologie. Perché Lucas è spastico: ha sofferto di asfissia alla nascita e ha lottato per la vita cinque giorni sotto una tenda ad ossigeno.

 

«La crisi non ha interessato l’intelletto – mi spiega –, ma solo la capacità di muovermi». Alle elementari, solo quando è arrivata nella sua classe un’altra bambina disabile si è creata un’aula speciale con lezioni adattate alla loro capacità di avanzare nell’apprendimento. Poi il liceo con orientamento commerciale, frequentato presso una fondazione dedita a ragazzi con il suo stesso handicap. Successivamente, con la sua tenacia, Lucas è riuscito a studiare dattilografia («Sai, allora non c’erano mica i computer, per cui ho cominciato a battere a macchina… usando il naso»), per poi frequentare un corso di contabilità generale per corrispondenza. «Grazie a mio padre, che lavorava in banca, ho appreso tante cose del mestiere». Più tardi l’assunzione presso una ditta commerciale. «È stato il mio primo incontro con un computer, che mi ha permesso di incominciare a studiare da operatore», ricorda.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo, quando Lucas è adolescente. Desiderando prepararsi alla cresima, in parrocchia fa amicizia con Gerardo, che assieme a sua moglie è animatore parrocchiale, e con Hugo, uno studente di ingegneria. I due lo iniziano anche alla spiritualità dei Focolari.

 

A proposito di Hugo, che lo ha preparato a ricevere il sacramento: «Fin dall’inizio è stato molto importante il fatto che mi trattava come una persona qualsiasi. Se doveva farmi una osservazione, perché non era d’accordo con me, me lo diceva. Così mi piace: essere trattato per quello che sono e non per ciò che può apparire».

Alcuni anni più tardi, Lucas ha occasione di trascorrere due mesi ad O’Higgins, la cittadella del movimento, dove dipinge quadri di paesaggi usando il pennello con la bocca. «Avevo studiato pittura e partecipato ad una mostra a Buenos Aires, dove ho persino venduto un mio lavoro. No, non l’ha comprato un famigliare o un conoscente», ride.

 

L’incontro con un ideale di profonda vita cristiana gli cambia l’esistenza e dà spessore alla sua facilità al rapporto diretto con le persone. «Ho un gruppo di amici e di amiche disabili. Ogni tanto mi domandano sulla religione, dato che sanno che sono un uomo di fede, ma la parola non è il mio forte. La spiritualità dell’unità mi aiuta a testimoniare Dio con la vita senza bisogno di star lì a nominarlo di continuo».

 

Mentre mi mostra le foto che tappezzano la sua stanza (con i genitori e i parenti, con gli amici del focolare, con Chiara Lubich durante l’ultimo viaggio in Argentina della fondatrice dei Focolari, nel 1998), gli esce una confidenza: «Certo, non è facile essere un portatore di handicap», e il suo sguardo trasmette molto più di queste parole laconiche. «Purtroppo nel mio Paese i mezzi di trasporto non ci aiutano, sono pochi i bus predisposti per noi – prosegue –. È un grande dolore per tutti i miei amici disabili ed anche per me. Tanti di loro, anche se hanno studiato, non trovano lavoro. Una mia amica, Catalina, è fortunata ad avere un negozietto… Ma la legge che obbliga ad assumere negli uffici pubblici un quattro per cento di portatori di handicap tra gli impiegati non viene adempiuta. Io ho un lavoro grazie all’aiuto di mio padre prima, e poi del mio sforzo personale: sì, perché ho dovuto farmi valere. Ma condivido con tutti gli handicappati il problema di trovare un impiego».

 

Lucas spiega che uno come lui, oltre a dover portare il peso fisico della sua situazione, affronta difficoltà nel lavoro, per le barriere architettoniche, per strada, nei mezzi di trasporto, ecc.: «Dobbiamo lottare incessantemente contro tutti questi ostacoli e certe volte sentiamo che non ce la facciamo più».

Chissà cosa risponde Lucas a chi gli domanda come mai continui a credere in Dio, visto che a lui è toccato in sorte rimanere immobilizzato su una sedia a rotelle. Nella conversazione colgo frasi che sembrano tratte dai libri sapienziali dell’Antico Testamento: «Tutto è grazia. Dio ti toglie qualcosa, ma poi ti dà altro…».

Una cosa è certa: con qualcosa di nobile e inesplicabile nella persona, lui riesce sempre a trasmettere un senso di gioia. Lucas è così.

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