L’odio non deve prevalere

Sul molo di Lampedusa, lo specchio di un’Italia divisa in due. Lo spaccato di un Paese che fatica a vivere la normalità

Allo sbarco dei migranti dalla Sea Watch in tanti applaudono e gridano bravi. C’è chi ha vissuto con apprensione questi giorni e che accoglie con un sospiro di liberazione chi scende a terra. Alle loro spalle, le tante manifestazioni che, in tutto il Paese, hanno offerto solidarietà ai migranti: a Roma, Milano, Pisa, Napoli, Cuneo, Viareggio, Palermo, Padova Bologna, Palma di Montechiaro, Scicli.

Ma sul molo tanti fischiano e chiedono punizioni esemplari.  «Vergognatevi!», grida Angela Maraventano, leader leghista di Lampedusa. Maraventano è un volto noto da queste parti. Ristoratrice, il ristorante di famiglia si trova a due passi dal porto, fu senatrice della Lega quando questa si chiamava ancora Lega Nord e aveva un programma chiaramente anti-meridionale. Fu anche vicesindaco di Lampedusa quando il sindaco si chiamava Dino De Rubeis. «Dovete arrestarla subito», è l’altro grido dell’ex parlamentare. È lei a guidare la pattuglia di coloro che contestano l’arrivo dei migranti, che fischiano al’attivo della nave e quando ne discendono la comandante e tutti gli altri. Dalla nave, qualcuno risponde issando un drappo bianco con un cuore. Un invito alla tolleranza.

Quando la giovane donna scende dalla nave, in tanti invocano le manette, rigurgito di un clima di odio che parte da lontano e che si alimenta sempre di più in questi mesi.

Contrapposizioni forti, difficili da conciliare. Questo Paese si connatura, sempre di più, per uno scontro sociale che è anche scontro culturale. Che non aiuta la convivenza tra diversi e che rischia di avere effetti deleteri, ben oltre gli anni o i mesi di vita del governo giallo-verde.

La democrazia è fatta di pareri diversi, di apporti diversi. La democrazia è rispetto dell’altro. In democrazia, maggioranza e opposizione hanno ruoli diversi. Ma l’odio travalica tutto questo. L’odio non è mai giustificato.

Lampedusa 29 giugno: non è solo la fine dell’odissea di 40 migranti. Non è solo uno scontro che si gioca sul filo delle leggi italiane e del diritto internazionale. È anche lo spaccato di un Paese in crisi culturale dove a rischio è, prima di tutto, la tenuta della nostra democrazia. E dei suoi pilastri costituzionali.

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