Il 12 febbraio 2026, per la mancata traduzione in tedesco della documentazione giuridica, la corte di Cassazione di Roma ha annullato la sentenza Eternit bis con cui la Corte d’appello di Torino, il 17 aprile 2025, aveva condannato l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny a nove anni e sei mesi di reclusione.
Schmidheiny è oggi un anziano imprenditore svizzero; proprietario dell’azienda Eternit e annoverato da Forbes tra le persone più ricche al mondo, è accusato di omicidio colposo plurimo aggravato per le morti provocate dall’amianto lavorato dall’industria Eternit a Casale Monferrato (Alessandria).
Cerchiamo di capire l’impatto e il significato di questa sentenza con Enzo Ferrara, ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica – INRIM, presidente del Centro Studi Sereno Regis di Torino, direttore di redazione di Medicina Democratica e componente della direzione aggiunta della rivista scientifica Epidemiologia e Prevenzione.
Perché è importante ed emblematico il caso Eternit di Casale Monferrato?
Possiamo dire che non si tratta soltanto di un luogo sulla mappa del Piemonte; quello di Casale Monferrato è il Sito di Bonifica di Interesse Nazionale (SIN) più vasto d’Italia, più esteso della zona mineraria del Sulcis-Iglesiente in Sardegna. I SIN sono territori inquinati in cui la popolazione si ammala e muore più della media in Italia: un monumento a cielo aperto del fallimento della tutela ambientale e della salute pubblica. Qui, tra le pieghe di una ferita che non accenna a rimarginarsi, si consuma da decenni il dramma delle malattie da amianto, soprattutto del mesotelioma pleurico, un tumore rarissimo che a Casale ha colpito e continua a colpire decine di persone ogni anno, non solo i dipendenti della fabbrica ma anche i loro familiari e le persone residenti in quell’area. Eppure, nonostante una scia di dolore che conta migliaia di morti, ottenere una condanna penale definitiva nei confronti di chi ha causato questo disastro ambientale appare oggi come una scalata verso una vetta irraggiungibile.
Perché è così difficile arrivare ad una chiusura definitiva del processo?
Questa volta è stato impedito anche a causa della strategia adottata dagli avvocati della difesa nel lungo e tortuoso iter giudiziario che vede imputato l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny. Anziché difendersi nel merito delle accuse, è più utile per il loro assistito rimestare fra le pieghe formali del processo, come si vede nel recente rinvio in Corte d’Appello per il filone Eternit bis di Casale Monferrato, ottenuto con il pretesto della mancata traduzione della sentenza nella lingua dell’imputato.
Gli avvocati della difesa hanno perfezionato quella che possiamo definire come una “strategia della latitanza procedurale”. Il paradosso è di un’ironia feroce. I primi gradi di giudizio vedono quasi sempre condanne dell’imputato, che sistematicamente però la Cassazione annulla per l’una o l’altra motivazione.
Perché? Non è avvenuto tutto in punta di diritto?
Formalmente è così, ma tutto appare paradossale in questa vicenda in cui è protagonista un imprenditore che ha posseduto fabbriche e vastissime proprietà in Italia per decenni, gestendo affari complessi nel nostro territorio. Eppure, improvvisamente, dichiara di non comprendere la lingua del Paese in cui ha costruito gran parte della sua fortuna. Nel mentre il suo collegio difensivo produceva memorie tecniche in italiano dettagliate e di una precisione chirurgica. La richiesta di traduzione è stata usata come un’arma impropria per guadagnare tempo in attesa della prescrizione del reato per tutte le vittime coinvolte – la condanna in Corte d’Appello del 2025 riguardava la morte di 91 persone a fronte delle 392 vittime contestate in primo grado nel 2020. Nel frattempo, 301 casi erano già andati in prescrizione.
Quando fu avviato, l’Eternit-bis nel 2015 era costituito da un unico fascicolo in cui la procura di Torino aveva contestato all’imputato Schmidheiny l’omicidio doloso di centinaia di vittime di mesotelioma, causato dall’amianto. Anziché tenere unificata la vertenza, si decise di derubricare l’imputazione in omicidio colposo plurimo e di separare il processo in quattro filoni, uno per ogni sede di stabilimento Eternit in Italia: Casale Monferrato e Cavagnolo nell’alessandrino, Rubiera in provincia di Reggio Emilia e Bagnoli a Napoli.
Anche il processo per i morti di Cavagnolo è stato rinviato in appello dalla Cassazione, per due volte consecutive. Il processo di Bagnoli è stato rinviato in appello dalla Cassazione nel febbraio 2025. Il processo di Rubiera non è mai stato avviato, ma archiviato dopo alcuni anni.
Approfittando di questa frammentazione giudiziaria, difficilissima da gestire per le associazioni delle vittime, le difese prendono tempo e il tempo, in questi processi, non è una variabile neutra: è alleato della prescrizione. Più i processi si trascinano, più il numero delle vittime risarcibili si assottiglia, lasciando dietro di sé solo oblio.
In questo scontro emerge uno squilibrio economico osceno: da una parte, collegi difensivi guidati da architetti del diritto compensati con parcelle milionarie per scovare ogni possibile via di fuga; dall’altra, avvocati preparati e capaci ma con risorse anche economiche limitate sostengono il diritto di parti civili stremate dal dolore di una malattia che non perdona e dai costi di una giustizia troppo lenta. Dopo la morte del secondo proprietario Louis Cartier, Stephan Schmidheiny resta l’unico bersaglio di una giustizia che sembra voler scappare dalle proprie responsabilità storiche.
Come si può rimediare a tale diseguaglianza di potere tra le parti?
Realtà da sempre attive in questo ambito come Medicina Democratica, vicine alle associazioni dei familiari delle vittime in Piemonte, AIEA, AFEVA, AICA, ARASIS, propongono intanto una riforma necessaria: porre un limite legale ai compensi degli avvocati della difesa, per garantire che il processo non sia una gara a chi può permettersi di corrodere il tempo più a lungo.
Inoltre, occorre che la Cassazione prenda una volta per tutte una decisione a camere riunite sulla gestione dei processi per morti da amianto, in modo che si sappia se ha senso o meno istituire un processo, e quali sono i limiti giuridici che rischiano di vederlo cancellato a Roma dopo anni di attesa e centinaia di udienze in primo e secondo grado.
Ma al di là dei costi e dei sotterfugi per arrivare alla prescrizione dei reati, come mai è così difficile giudicare i crimini ambientali?
Esiste un punto di rottura tra la legge italiana e la realtà dei crimini ambientali ed è il cosiddetto “nesso causale”. Il diritto penale classico esige l’individuazione di un colpevole certo e di un momento preciso in cui è stato inflitto il danno alla salute. Ma a Casale Monferrato, ad esempio, l’esposizione dura da un secolo: prima come rischio industriale (fino alla chiusura del 1986), oggi come una silenziosa minaccia ambientale che colpisce l’intera popolazione per la dispersione dell’amianto ancora presente sul territorio nonostante costose bonifiche.
Scientificamente, è impossibile isolare un unico “momento fatale” in un’esposizione così diluita nel tempo. È questo il caso descritto bene dal filosofo Günther Anders che diceva: «L’uomo, per queste problematiche [come la bomba atomica o l’amianto], è antiquato». Siamo in una condizione di incertezza e ignoranza sulle conseguenze di fenomeni antropici, che la scienza definisce “post-normale”.
Le difese affermano che occorre individuare quell’unico momento in cui la vittima ha respirato la fibra d’amianto che ha poi innescato la patologia, ma affermano anche che essendo questo scientificamente impossibile non si può individuare nessun colpevole. La realtà è che ogni successiva esposizione all’amianto aumenta il rischio di contrarre la malattia, o ne peggiora gli esiti. Tutti coloro che nel corso della vita lavorativa di un operaio ne hanno causato l’esposizione alla polvere d’amianto sono colpevoli del danno alla sua salute. Questo è quanto è emerso nel corso delle udienze del processo Eternit-bis, almeno fino alla Cassazione, quando invece l’attenzione si sposta fuori dal contesto probatorio, su aspetti rispettabilissimi ma più di natura formale e di filosofia del diritto.
Ne è esempio la situazione di stallo della magistratura, che in questo caso rischia di trovarsi intrappolata nel paradosso del cosiddetto Ne bis in idem: il principio per cui non si può giudicare due volte una persona per lo stesso reato. Questo principio è continuamente invocato, a ogni udienza, dalla difesa di Schmidheiny che già aveva subito fra il 2009 e il 2014 un primo processo Eternit da cui era stato prosciolto per prescrizione: il capo di imputazione, disastro innominato, venne considerato in Cassazione cessato con la chiusura della fabbrica nel 1986.
Ma per le malattie da amianto i tempi di latenza fra l’esposizione e l’insorgenza della patologia, variano da circa una decina di anni fino a più di quaranta secondo il livello di esposizione, l’età, la durata. Se si avvia un processo in un certo momento e per un certo numero di vittime accertate, se vige il Ne bis in idem, che ne sarà della giustizia per chi si ammalerà successivamente, tra dieci o quindici anni? Dovremmo allora forse aspettare che si manifestino le malattie e muoiano tutte le vittime per celebrare un unico, definitivo processo? È un vicolo cieco che mette in scacco la tenuta stessa dei diritti civili.
Quale altro problema si pone in questi casi?
La vera battaglia giuridica si combatte sulla qualificazione del reato. L’accusa sostiene la tesi dell’omicidio con dolo eventuale: cioè afferma che la proprietà non ha agito per imperizia, né con l’intenzione di procurare le malattie; tuttavia, ha scelto consapevolmente di esporre i lavoratori a rischi mortali per non sacrificare la produzione. Secondo questa visione, le morti dei lavoratori non sono state incidentali, sono state una variabile di bilancio prevedibile ma accettata consapevolmente.
La strategia della difesa, stabilito che le vittime ci sono e sono state causate dall’esposizione all’amianto, è invece quella di arrivare a una definizione di reato colposo, causato cioè da negligenza, imprudenza o imperizia, o meglio ancora a un processo non penale ma amministrativo, risolvibile con un risarcimento in denaro per le vittime.
In primo e secondo grado di giudizio prevale la visione dell’accusa, che ipotizza una maggiore colpa dell’imputato e pertanto prevede tempi di prescrizione più lunghi. Ma quando si arriva in Cassazione, prevale la visione delle difese, cambia l’imputazione, si riducono le aggravanti e conseguentemente si riducono i tempi di prescrizione, fino al proscioglimento immediato per scadenza dei termini.
Il caso Eternit è seguito da diversi Paesi, come dimostra il fatto che diverse delegazioni erano giunte dall’estero per seguire il processo sul sito di Casale Monferrato. Perché?
Perché l’amianto non è messo al bando a livello mondiale – perfino la Convezione di Rotterdam che regola in Europa il commercio delle sostanze pericolose, non vieta tutte le forme minerali dell’amianto e ancora autorizza il commercio del crisotilo, l’amianto bianco – e questo trasforma l’intera vicenda in un vero thriller di potere.
La difesa di Schmidheiny, secondo l’inchiesta di Report, avrebbe avuto contatti persino con i servizi segreti israeliani. Perché tanto interesse? È un tipico esempio degli intrecci antidemocratici che sostengono il complesso industrial-militare citato dal presidente USA Eisenhower nel 1961: se passa il principio della responsabilità penale dell’imprenditore per i danni ambientali e sanitari a lungo termine, come nel caso dell’amianto, cadrebbe il velo di impunità anche su altri settori strategici.
Dove si avrebbe tale effetto domino?
Per esempio, con riguardo agli PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche alcune delle quali sono accertati cancerogeni e tuttavia definite esplicitamente “insostituibili” a livello economico perfino dall’ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi.
Una sentenza di condanna penale per Schmidheiny costituirebbe un precedente e avrebbe conseguenze anche nel settore nucleare, dove la gestione dei rifiuti e la censura sui danni biologici segue logiche di protezione simili, e nell’industria chimica pesante, dove la tossicità è il prezzo pagato per il mantenimento di asset strategici.
Per tali ragioni il sistema industriale preferisce la “giustizia amministrativa” a quella penale. La logica è quella di monetizzare il danno, pagando un risarcimento alle vittime, senza arrivare ad una condanna penale che imporrebbe un cambio di paradigma produttivo.
D’altra parte, come si può biasimare chi magari accetta dei soldi invece di attendere i tempi di una giustizia che tarda ad arrivare?
Si può comprendere umanamente chi è costretto a spendere soldi per la cura, affrontando costosi viaggi della speranza in centri specializzati. Ma questa deriva verso il risarcimento economico “piuttosto che nulla” genera una frustrazione sociale profonda. Lo si è visto nel caso di Taranto (processo Ambiente Svenduto) dove, dopo dodici anni di battaglie, nel 2024 il processo è stato annullato e trasferito a Cosenza per legittima suspicione, perché fra le parti civili di Taranto vi erano anche alcuni magistrati che, vivendo in quella città, risultavano anch’essi parti offese. All’epoca dei fatti, anteriori al 2012, quei magistrati erano però ancora professionalmente attivi e questo è bastato per declinare in conflitto di interesse. È il paradosso finale: in un territorio martoriato dal veleno, chi lo respira non può giudicare chi lo produce.
Tutto l’impegno speso in questi anni da chi ha lottato per la giustizia nel caso Eternit è quindi vano?
No di certo. Nonostante le difficoltà, il processo avviato a Torino resta un faro internazionale. In nazioni come la Russia, l’India e perfino in Brasile dove l’uso e il commercio dell’amianto sono stati autorizzati fino a pochi anni fa, le morti dei lavoratori vengono ancora oggi liquidate come semplici “polmoniti”. La differenza è tecnica ma fondamentale: in Italia si eseguono esami strumentali e istologici per accertare scientificamente l’insorgenza del mesotelioma in un paziente, mentre altrove la mancanza di questa analisi garantisce l’invisibilità del crimine.
Comunque vada a finire, con l’inchiesta Eternit la Procura di Torino guidata inizialmente da Raffaele Guariniello ha scritto pagine di storia e fornito contributi di verità sulle nefandezze dell’industria del cemento-amianto nel contesto internazionale: l’unione dei produttori in un cartello europeo, la sistematica delegittimazione degli studi scientifico-sanitari, la corruzione di scienziati per negare le evidenze di pericolosità dell’amianto, lo spionaggio a danno dei sindacati e delle associazioni delle vittime, l’informazione pilotata dei lavoratori e dell’opinione pubblica.
Per questo, come ha detto la sindacalista brasiliana Fernanda Giannasi il 13 febbraio 2012, subito dopo la prima sentenza di condanna a 16 anni di reclusione per Schmidheiny e Cartier, quest’ultimo a quell’epoca ancora in vita: siamo davanti a «un piccolo passo per Torino e a un grande passo per l’umanità». Fino a quando non ci sarà una messa al bando globale e la fine della censura esercitata dai complessi industriali, la lotta di Casale Monferrato rimarrà l’avamposto di una resistenza planetaria.
