L’estasi di Van Gogh

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Aqualcuno sembrerà strano, ma, osservando di recente il gruppo marmoreo dell’Estasi di santa Teresa del Bernini a Roma, di una vitalità parossitica, mi è venuto spontaneo pensare a van Gogh. A prima vista, lo stile e l’epoca appaiono così diversi da far sembrare azzardato un collegamento del genere. Eppure, guardando poi gli ottanta disegni e i cinque dipinti esposti a Brescia, il collegamento non solo sembra reggere, ma, sorprendentemente, acquistare un suo senso. Come se ci fosse un legame lungo i secoli fra l’arte e la ricerca mistica, tanto forte da rasentare una specie di follia. Che lega, in qualche misura, le due esperienze. Nel caso di Vincent è accaduto. Il suo cammino è lungo. Parte da lontano. La rassegna evidenzia con disegni e oli la fatica di conquistare un proprio linguaggio, nel suo peregrinare tra Olanda, Belgio e Francia. Vincent produce all’inizio lavori scuri, sguardi su una umanità quasi abbruttita di minatori, contadini, che egli tuttavia guarda con amore. Il ragazzo col falcetto del primo ottobre 1881, non è solo l’immagine di un giovane lavoratore, ma quella di un mondo che si piega, dolorosamente, alla fatica. Vincent l’evidenzia, disegnando un paesaggio scabro, arbusti radi, con mano nervosamente partecipe della condizione umana. Medita. Ed ecco la Donna che cuce (1882): bianco nero e marrone sono i tre colori che danno forma all’immagine, tenerissima, di una femminilità laboriosa. Ricorda la celebre Ricamatrice di Vermeer, ma lo spirito è molto diverso: lì c’era la gioia, qui una concentrazione assorta, con quel senso di struggimento nel colore che poi Vincent porterà all’estremo. Osservandolo infatti nell’Autoritratto parigino del 1885, lo si vede con l’occhio azzurro sospeso. Le pennellate sono linee rapide, la bocca semiaperta vorrebbe dire qualcosa. Si avverte che il pittore vive in una ricerca che, come scrive al fratello Théo, non è solo artistica, ma spirituale. Vincent vuole entrare nelle cose, farle sue, e trascenderle. Sul primo momento, tutto gli appare oscuro, impenetrabile. Il Paesaggio con ponticello bianco, del 1883, vede la natura imbiancarsi a fatica nel cielo, tra le case, l’acqua e gli alberi, così come l’olio Limitare sul bosco, con la luce che filtra tra gli alberi scuri, comunica un timore angoscioso. Poi, scendendo in Francia, scopre altri orizzonti, una natura più aperta. Verrebbe da dire che trova la luce. Anche se le sue vicende esistenziali sono tutt’altro che liete, una gioia esplicita pervade una tela come Il giardino dell’ospedale di Saint-Rémy (1889). Sullo sfondo, appena accennato, di quel cielo azzurro che non si stancava mai di guardare, ci viene incontro un mare di colori bellissimi: la natura esplode nella sua ricchezza di vita. Vincent l’afferra, la trasmette con passione estrema, lasciandosene travolgere come in una estasi. È in uno stato di contemplazione luminosa, potremmo dire: eppure, sta vivendo, recluso, in un ospedale psichiatrico…. Il disegno del Campo di grano recintato con nuvola – dello stesso periodo -, mostra il sole luminoso che ruota sopra una natura che va ben oltre i recinti: in essa ci si può immergere a volontà, perché non ha fine. Il disegno contiene quel senso panico dell’infinito che tanti artisti e poeti – Leopardi, ad esempio – hanno provato in momenti di contemplazione estatica dell’universo. Nella quale essi si sono trascesi, oltrepassando la propria sofferenza, per toccare – in un attimo – qualcosa di sterminato. Ma è troppo forte per l’uomo. E se la santa del Bernini si contorce nello spasimo del dolore-amore, l’anima di van Gogh nel Roseto in fiore dell’ospedale, vede dell’albero non le rose, ma le spine. Il dolore stravolge anche il colore: le spine diventano incisioni blu, i petali da verdi si confondono con pallidi bianchi, a stento riconoscibili: irreali. Una infinità di linee di varia lunghezza reinventano il roseto: esso si? trovava sul retro dell’ospedale, e questa collocazione per noi non è senza significato. Vincent infatti è ormai dietro di sé, cioè si è perduto, perché la contemplazione lo ha, in qualche modo, consumato. Nello struggente Uliveto, dipinto sempre in quell’anno e in quel luogo, i rami degli alberi si tendono al cielo come lamenti di chi anela ormai ad un’altra dimensione. La terra, infatti, ad un certo momento si rivela un luogo insufficiente per l’anima. Non è successo solo a Vincent, ma a tanti artisti, prima e dopo di lui, che hanno sentito il bisogno della visione, per dare un senso all’esistenza. Anche ad alcuni grandi del nostro tempo, come il cinquantasettenne americano Bill Viola (vedi articolo seguente). Vuole vedere. Che cosa? Forse anche lui, come van Gogh, il mistero che produce la vita.

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