Leonard Cohen, voci dal profondo

L’ultima prodezza del gran maestro della poetica rock è, manco a dirlo, un capolavoro.
Leonard Cohen

Una voce che pare salire dalle profondità della terra; cupa come i gemiti del vento in una foresta gelata, ma capace di riscaldare come un ceppo in un caminetto. Una voce che pare germogliare dalle sofferenze, sue e dell’umanità che gli sta intorno; più roca del solito, al punto da assomigliare a quella di un Tom Waits meno sbronzo, ma trapuntata da cori e controcanti angelici.
L’ultima prodezza del gran maestro della poetica rock (pur essendo da questa lontano più della luna) è, manco a dirlo, un capolavoro.
Bagliori e tenebre, ghiaccio e fiamme che avvolgono il cadenzare languido e arcano del blues acustico. Arrangiamenti minimali, essenziali, scarnificati. Canzoni seppiate, a tratti in sembianza di filastrocca o di ninnananna, altrove di ballata lentissima. Dove un’armonica o un violoncello, un pianoforte o una chitarra acustica bastano a guidare le danze e a regalare brividi.
Gli anni (77 compiuti a settembre) gli hanno regalato saggezza, pacatezza e un’invidiabile capacità di sintesi, che nel mestiere suo altro non è che saper comprimere le emozioni in suoni e parole ridotte all’osso. Ma in questo mirabile Old Ideas c’è anche tutta l’inquietudine di un uomo che sprofonda ogni giorno di più nel suo tramonto. E se c’è un miracolo tipico del dolore è che in esso è l’oscurità a risplendere. E queste canzoni sembrano fatte apposta per dimostrarlo, tant’è che è davvero difficile ascoltare perle come le struggenti Come healing, o Lullaby, o la conclusiva Show me the place, senza sentir salire un groppo in gola.
Dieci brani, uno più bello e commovente dell’altro, per raccontare l’eterna essenza e i noccioli duri della “condizione umana”, e tutte le zavorre che così spesso rendono il nostro procedere un calvario desolante; ma, e sono parole sue, «se proprio bisogna esprimere la grande inevitabile sconfitta che attende ognuno di noi, bisogna farlo rimanendo almeno entro gli stretti confini della dignità e della bellezza».  Là dove la malinconia s’incrocia con un’inesausta speranza  di riscatto e la disperazione non esclude un’ansia di redenzione; là dove i sospiri non sono che il sofferto respiro di un artista mai come oggi così necessario e, paradossalmente, consolante.

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