Le ragioni geopolitiche delle scelte industriali

Seconda parte dell' intervista a Stefano Zara, già presidente di Assindustria Genova, sulle strategie di politica industriale operate nel nostro Paese a partire dalle scelte effettuate su Finmeccanica, ora Leonardo
ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Con Stefano Zara, presidente Confindustria Genova dal 1996 al 2000, abbiamo messo in evidenza, nella prima parte di questa intervista, la scelta operata senza discontinuità alcuna dai diversi governi italiani, relativamente a Finmeccanica, ribattezzata ultimamente Leonardo, di dismettere aziende strategiche in campo civile, cedute a società estere, a favore del potenziamento del settore militare.

Una linea in continuità con la fine progressiva della forte presenza, con le aziende Iri, dello Stato in economia. Condizione, per molti, necessaria per determinare la politica industriale di un Paese. Da qui una domanda che si ricollega con la chiara collocazione culturale e politica di Zara nell’area dell’Ulivo, fondato da Romano Prodi.

Da quanto ci siamo detti finora, deve ammettere, da convinto ulivista, che lo smantellamento del sistema delle partecipazioni statali è stato condotto da Romano Prodi. Anche in settori determinanti a livello infrastrutturale, ad esempio Telecom.  È stata, come dicono alcuni, una scelta obbligata da determinate lobby?
Non riesco a credere ai complotti. C’è da dire che a Genova non hanno mai perdonato a Prodi la privatizzazione dei cantieri navali. Lui parlava di pacchetti compensativi di altre attività che non sono mai decollate. Ma se vogliamo davvero ricercare l’origine dell’idea dello smantellamento del sistema delle partecipazioni statali nell’industria, bisogna risalire a Beniamino Andreatta (economista e politico, fondatore del centro ricerca Arel, ndr). Da un certo punto di vista, si può dire, anche, che la chiusura dell’Iri può trovare spiegazione nel fatto che, con il tempo, era diventato un centro di corruzione non emendabile dall’interno. A posteriori si può dire che si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Ma io stesso me ne ero andato dall’Ansaldo per questi motivi nel 1983, rifiutando di ricevere pressioni politiche perfino per le nomine dei caporeparto.

E cosa fece da ex direttore del personale dell’Ansaldo?
Ricominciai l’attività come se fossi un neolaureato, aprendo una società di consulenza privata nel campo della gestione del personale, organizzazione e strategie. In tale veste sono stato eletto, poi, presidente di Assindustria Genova. Ho trovato un ambiente molto aperto e nessuno ha mai fatto pressione di alcun genere. Nel primo discorso pubblico ho preso posizione, condivisa da molti, a favore dei migranti.

Ha comunque esercitato il suo ruolo in una città che aveva perso i cantieri navali…
Come detto, la scelta fu giustificata dalla strategia di concentrare il settore a Trieste, con la compensazione dello sviluppo del settore energetico su Genova. Si ipotizzava, in compensazione, la produzione, secondo il cosiddetto “piano Donat Cattin”, di 10 centrali nucleari all’anno. In città esisteva un concentrato di competenze e di investimenti che rendeva credibile la prospettiva.

Una prospettiva restata in piedi anche con l’accordo tra Berlusconi e la Francia, collegato al trattato con la Libia, poi venuto meno con il referendum…
Esatto. Anche oggi l’Ansaldo nucleare possiede competenze tali che la vedono tra i maggiori esperti mondiali nella dismissione delle centrali nucleari.

Eppure, anche con la dismissione dell’Iri, Finmeccanica, ora Leonardo, vede la partecipazione dello Stato con il controllo del 30% del capitale sociale. Cosa impedisce un diverso orientamento produttivo della società?
Le ragioni di tale scelta vanno considerate all’interno della storia degli ultimi decenni. Devo dirle che, da un po’ di tempo, sono diventato un appassionato di geopolitica. Considerando certi movimenti che accadono a livello mondiale, si possono intuire diverse spiegazioni. Uno dei casi che ho approfondito di più è quello delle Br e dell’uccisione di Aldo Moro, arrivando alla conclusione che la realtà delle cose è stata ampiamente artefatta per ragioni geopolitiche. Molto di quanto è avvenuto dopo trova in quell’evento un punto di svolta.

A detta di Gianni Alioti, sindacalista genovese, responsabile per un lungo periodo dell’ufficio internazionale della Fim Cisl, l’Italia, e Genova in particolare, hanno patito per le scelte dissipative di un grande patrimonio industriale di eccellenza…
È così. Eravamo all’avanguardia in determinati settori di punta. Con il sostegno giusto di una regia pubblica avremmo consolidato e visto crescere questa posizione. E, invece, si è scelta la dismissione.

E nella “città superba”, come si definisce Genova, che tipo di consapevolezza esiste su questa complessa vicenda che la riguarda così da vicino?
Poco o niente. Rimarrà stupito, ma i pochi che se ne rendono conto sono i cappellani del lavoro. In una città dove si registra una decrescita demografica costante, contro le aspettative di un tempo. Ma non vorrei essere troppo determinato dal pessimismo dell’età.

Leggi anche: Italia, alle origini della crisi industriale (prima parte di questa intervista)

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