Siamo abituati a leggere l’ambiente solo attraverso il filtro delle cattive notizie: crisi climatica, catastrofi naturali, inquinamento, perdita di biodiversità. Il racconto dominante è quello dell’emergenza continua, una realtà che non va negata, ma che non è la sola. Accanto alle difficoltà, emergono decisioni politiche, accordi internazionali e risultati scientifici che indicano una direzione diversa. Raccontarli non significa minimizzare i problemi, ma ricordare che il cambiamento è possibile. E forse è proprio da qui che vale la pena iniziare l’anno nuovo.
Uno dei segnali più importanti arriva dall’Unione Europea con la Nature Restoration Law, formalmente il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura. Per la prima volta, una normativa europea non si limita a proteggere ciò che resta degli ecosistemi, ma impone agli Stati membri di intervenire attivamente per riportare in salute quelli degradati. Foreste impoverite, fiumi artificializzati, zone umide prosciugate e ambienti marini danneggiati diventano oggetto di piani concreti di recupero. L’obiettivo è chiaro: far tornare la natura a funzionare, non conservarne solo le ultime tracce. Le informazioni ufficiali su questa legge provengono dalle istituzioni europee, in particolare dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione Europea.
Su scala globale, un passo storico è rappresentato dal Trattato sull’Alto Mare, un accordo internazionale che riguarda le acque oceaniche al di fuori dei confini nazionali. Queste aree coprono la maggior parte degli oceani e, fino a poco tempo fa, erano quasi prive di regole. Il trattato consente di istituire aree marine protette, regolare lo sfruttamento delle risorse e tutelare la biodiversità marina. La notizia è stata confermata da fonti ufficiali delle Nazioni Unite e dal Servizio europeo per l’azione esterna, che sottolineano come la protezione degli oceani sia fondamentale anche per la stabilità del clima globale.
Un altro segnale incoraggiante arriva dalla scienza. Lo strato di ozono, gravemente danneggiato nel passato da sostanze chimiche utilizzate dall’uomo, sta mostrando chiari segnali di recupero. Studi scientifici e rapporti internazionali, fra cui il WMO Ozone and UV Bulletin della World Meteorological Organization (agenzia ONU specializzata in meteorologia), indicano che le politiche globali di riduzione delle sostanze nocive stanno funzionando, con prospettive di ritorno verso i livelli pre‑1980 nelle prossime decadi. È uno degli esempi più concreti di come la cooperazione internazionale possa produrre risultati reali.
Anche il settore energetico offre motivi di ottimismo. In Europa, secondo i dati di Eurostat, circa la metà dell’elettricità prodotta proviene oggi da fonti rinnovabili, come solare, eolico e idroelettrico. I dati, mostrano una transizione in corso che riduce le emissioni e la dipendenza dai combustibili fossili. Non si tratta ancora di un traguardo definitivo, ma di un cambiamento strutturale che sta trasformando il sistema energetico del continente.
Accanto alle grandi decisioni politiche, esistono poi progetti concreti sul territorio. Programmi europei come LIFE finanziano interventi di ripristino ambientale, tutela della biodiversità e innovazione sostenibile. Le informazioni su questi progetti sono pubblicate dalla Commissione Europea e dalle agenzie che ne monitorano i risultati, mostrando come il recupero della natura possa andare di pari passo con lo sviluppo locale e nuove opportunità di lavoro.
La sfiducia e la rassegnazione hanno bisogno di consapevolezza e responsabilità. Le buone notizie ambientali non risolvono i problemi, e non devono rassicurare, ma in un dibattito spesso dominato dall’emergenza permanente, questo è un dato di realtà che vale la pena raccontare.