Come la città vive l’attesa per la visita del papa?
«Ci stiamo preparando sotto più profili per tornare alle fonti della nostra fede: ci sono momenti di preghiera, musica, arte, convegni. Per Brescia è un’occasione unica per riscoprire il suo cittadino papa Paolo VI. Del resto, nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate, Benedetto XVI rilancia il magistero sociale di Montini e viene nella sua terra per inaugurare a Concesio il nuovo centro Paolo VI, che ne custodisce la memoria. Per noi bresciani è importante sottolineare che Paolo VI non è una meteora ma è il frutto di questa nostra terra, del vissuto cristiano e culturale di Brescia. La genialità e il dono di questa città è la collaborazione, che c’è sempre stata, tra presbiteri e laici. Da sempre esiste un pensare, costruire, progettare insieme per donare una sequela cristiana credibile.
E questa specificità è di attualità anche oggi per riscoprire il vero senso di essere laici e presbiteri nella Chiesa odierna e nella sinergia che può essere attuata».
Questa collaborazione tra laici e presbiteri è solo un ricordo del passato?
«Per sei anni ho fatto il segretario della consulta diocesana dei laici, il luogo dove intervengono le realtà associative della città, e la mia esperienza è di una fattiva e stretta collaborazione tra tutti. Ci sono difficoltà ed anche un grande dialogo e comunione. Non ci sono né rivalità né gelosie. Ognuno cerca di dare il meglio di sé anche perché la Chiesa è più grande del proprio gruppo particolare.
Ritengo che questo sia una grande eredità del nostro passato. Anche ora che sono segretario della consulta pastorale diocesana assisto a una grande collaborazione, incoraggiata dal Vescovo».
L’eredità di Montini in quali altri piste è da ricondurre…
«I bresciani hanno realizzato così tante opere perché li ha ispirati un’idea montiniana, la spiritualità dell’azione. Non tanto per la smania di costruire: dall’educazione, alla cultura, alla finanza, ai giornali, alle questioni sociali. Non per dominare ma perché c’era una spiritualità che orienta l’attenzione per l’uomo nella sua interezza. Anche oggi siamo portati a costruire, fare, ma abbiamo perso l’ispirazione originaria. Montini ha da insegnare».
C’è una continuità nel magistero tra Ratzinger e Montini?
«Oggi molti giovani bresciani ignorano il loro papa bresciano, figurarsi se riescono a fare questo collegamento tra Benedetto XVI e Paolo VI. Proprio per questo sono certo che la visita sarà molto utile a smuovere il tepore e l’ignoranza perché noi stessi non siamo stati in grado di trasmettere la gioia di aver avuto un papa come Paolo VI. È una sfida aperta anche per il futuro».
Cosa è tipico dei cattolici bresciani?
«I bresciani sono persone fattive, operose, che amano la loro famiglia e la famiglia come istituzione, e amano l’educazione: pur in un mondo che rema contro, che non è in linea con i valori che la Chiesa testimonia. C’è ancora un amore per la Chiesa locale e per la parrocchia. Non immagina quante famiglie si spendono per animare gli oratori che è un’istituzione data per morta e che, invece, genera continuamente frutti nuovi nella Chiesa. La città, insomma, ha una dimensione civile e umana e tiene ancora il tessuto sociale e religioso».
È oggi più difficile a Brescia coniugare il verbo “accogliere” lo straniero?
«Ci sono sempre i due opposti: il rigorismo e la faciloneria di far finire tutto a tarallucci e vino. Secondo me, riscoprendo la genialità bresciana, bisogna coinvolgere gli stranieri nel processo educativo, creare dei momenti di preghiera, di formazione per favorire l’integrazione perché questa terra non è nostra ma è di qualcun altro. Nella gerarchia dei valori l’accoglienza sta nei gradini superiori, l’egoismo, invece, è un disvalore».