Qualche settimana fa, durante un intervento per commemorare il 195° anniversario della morte del Libertador Simón Bolívar, nella sede della Società Bolivariana a Caracas, Nicolás Maduro aveva affermato che «Bolívar è la forza che ferma l’impero: a 195 anni dalla sua semina, il suo ideale è il muro contro chi oggi sogna di invaderci», ricordando di essere «figli di Bolívar, mai schiavi», ma anche ribadendo che «la pace si costruisce con l’unità», unità per la quale faceva appello «al popolo comune, ai movimenti sociali, alle forze politiche e ai militari», invitandoli a schierarsi a difesa del Venezuela e della sua sovranità.
Non sappiamo se l’appello del presidente venezuelano fosse più disperato che sincero, senza dubbio è stato inutile, visto che nella notte del 3 gennaio, in poche ore, gli Stati Uniti d’America hanno condotto degli attacchi aerei sulla capitale, Caracas, e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, e catturato Nicolás Maduro e la moglie, Cilia Flores. I coniugi Maduro sono stati poi condotti negli Stati Uniti, dove sono stati incriminati nel distretto meridionale di New York per associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, nonché per possesso di armi da guerra e dispositivi distruttivi da utilizzare contro gli Stati Uniti.
Molti evocano la dottrina Monroe, lanciata nel 1823 dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America, James Monroe, che, si prefiggeva di contrastare il colonialismo europeo nelle Americhe e ogni ingerenza del vecchio continente, racchiusa nello slogan: l’America agli americani.
Poi, nel 1904, sempre per contrastare le ingerenze dei Paesi europei, il presidente Theodore Roosevelt aggiorna la dottrina Monroe con il cosiddetto corollario Roosevelt, articolato proprio all’indomani della crisi venezuelana del 1902-1903, quando il Paese rifiutò di pagare i propri debiti esteri, che prevedeva che «comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», leggasi gli Stati Uniti. Lo slogan, così, sarebbe diventato: l’America agli Stati Uniti. D’altronde, fu lo stesso Roosevelt ad applicare la politica del grosso bastone: negoziati diplomatici accompagnati dalla minaccia dell’intervento militare statunitense. È forse quello che è successo di nuovo in Venezuela? È quello che intende Trump con i suoi avvertimenti e minacce non troppo velate ai governi di Messico, Cuba e Colombia, minacciandoli di potere essere i prossimi a soccombere sotto la potenza degli Stati Uniti?
Infatti, come dichiarato dallo stesso presidente americano Donald Trump, «la Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto, davvero di molto. Ora la chiamano la dottrina Donroe», sostituendo la “M” con la “D”, prima lettera del suo nome. Eppure, questa dottrina sembra in contrasto con il principio isolazionista dell’America First, rivendicato sin dal primo mandato da Trump che, infatti, da quando è tornato al potere, oltre al Venezuela, ha minacciato il Canada, la Groenlandia, il Messico, la Colombia, Cuba e Panama, mentre ha sganciato bombe sull’Iran, l’Iraq, la Siria, lo Yemen, la Somalia e la Nigeria.
D’altronde, solo qualche settimana fa, con la pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, Trump aveva esortato gli Stati Uniti a «riaffermare e fare rispettare la dottrina Monroe, per ristabilire la preminenza americana nell’emisfero occidentale». Alcuni hanno inquadrato tale affermazione come il corollario Trump alla dottrina Monroe, mentre altri analisti intravedono la volontà di spartire il mondo in tre aree di influenza tra Stati Uniti, Russia e Cina, le tre maggiori potenze nucleari della Terra, sebbene gli Stati Uniti vogliano influenza indiscussa sull’emisfero occidentale.
Quel che è certo, è che l’attacco militare sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela segna un punto di non ritorno nella geopolitica del XXI secolo. Le ragioni addotte da Washington per giustificare l’intervento militare si articolano in tre forme. Innanzitutto, l’accusa al Venezuela di essere uno Stato canaglia, alleato di Paesi considerati ostili come Russia, Cina e Iran. La presenza di militari russi, la collaborazione tecnologica con l’Iran e l’approfondimento dei legami economici con la Cina rappresenterebbero una sfida all’influenza statunitense nell’emisfero occidentale, richiamando la dottrina Monroe e, quindi sarebbero visti come una minaccia alla stabilità della regione e agli interessi degli Stati Uniti. Il Venezuela, comunque, non ha mai intrapreso azioni belliche contro altri Stati, né dispone di una struttura militare capace di una minaccia diretta agli Stati Uniti.
La terza accusa verso Maduro, pure controversa, è quella di aver trasformato il Venezuela in una “narco-dittatura”, collusa con il cartello dei Soles, ritenuta una delle più potenti dell’America Latina e canale del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. Su questa accusa si fonderebbe la giustificazione giuridica di un intervento sotto le leggi statunitensi sul narcoterrorismo, nella forma di un’operazione di polizia e non di intervento militare verso un altro Stato, che richiederebbe l’approvazione del Congresso. Eppure, questa tesi è contestata: voci autorevoli, tra cui il procuratore italiano Nicola Gratteri, hanno evidenziato come il Venezuela occupi un ruolo marginale nelle rotte internazionali della droga rispetto ad altri attori regionali. In queste ore, poi, la procuratrice che sta seguendo il caso, Pam Bondi, ha ritirato dai documenti ufficiali l’accusa verso Maduro di essere a capo del carrello dei Soles. Secondo alcuni esperti, infatti, il cartello dei Soles non esisterebbe affatto.
Ufficialmente, però, l’operazione condotta in Venezuela rientrava nella strategia di contrasto al narcotraffico, ridefinito dall’amministrazione Trump come “minaccia terroristica”, sulla scorta della direttiva firmata ad agosto, che autorizza l’uso della forza contro i cartelli della droga e le operazioni militari nei Caraibi contro imbarcazioni sospettate di trafficare droga.
Invero, al di là delle motivazioni ufficiali, gli analisti individuano interessi strategici più concreti, che Trump ha anche limpidamente palesato. Innanzitutto, la questione delle risorse energetiche, laddove il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere al mondo. Gli Stati Uniti intendono ristabilire il controllo sull’estrazione del petrolio, finora in gran parte inaccessibile alle compagnie occidentali, con il fine di mantenere basso il costo dell’energia. Gli Stati Uniti intendono ridisegnare gli assetti energetici e geopolitici nell’emisfero occidentale, ma l’impatto sui mercati globali sarà graduale, costoso e tutt’altro che immediato, avendo lo stesso Trump già parlato di miliardi di dollari di investimenti necessari alla modernizzazione delle infrastrutture petrolifere venezuelane.
Ripercorrere la storia del petrolio in Venezuela è utile per comprendere le dinamiche politiche in atto, laddove dopo decenni di sfruttamento favorevole alle compagnie straniere durante il XX secolo, la nazionalizzazione del 1976 e la creazione della PDVSA rappresentarono una pietra miliare di sovranità nazionale. Tuttavia, l’eccessiva dipendenza dal petrolio ha reso il Paese vulnerabile. Con l’avvento del governo di Hugo Chávez, fu chiesta una rinegoziazione degli accordi con le multinazionali per una maggiore equità, richiesta che molte compagnie statunitensi rifiutarono, innescando decenni di guerra economica, pressioni politiche e isolamento del governo venezuelano con il fine di ricondurlo a più miti consigli.
Indubbiamente, la questione geopolitica regionale è pure importante: gli Stati Uniti vogliono allontanare la Russia e la Cina dal vicinato americano, ponendo fine ad accordi militari, investimenti e progetti infrastrutturali che hanno eroso l’influenza unipolare degli Stati Uniti nella regione. Infine, potrebbe esserci la volontà da parte degli Stati Uniti di riaffermare un modello di egemonia regionale prendendo ad esempio la sconfitta dell’ultimo baluardo del socialismo del XXI secolo in America Latina, così da essere monito per altri governi critici verso la politica estera statunitense; d’altronde, Trump considera il chavismo come un avversario strategico e ideologico.
Gli scenari sono molteplici. L’azione militare potrebbe esacerbare la già disperata situazione umanitaria della popolazione venezuelana, afflitta da anni di crisi economica, innescando uno spostamento interno di popolazione, o anche verso i Paesi confinanti, quali la Colombia e il Brasile. Non a caso, la Colombia ha già dispiegato le sue truppe al confine con il Venezuela. A onore del vero, Maduro non è stato in grado di cogliere l’eredità di Chávez, ed ha fallito in molti ambiti: inflazione galoppante, establishment corrotto e isolamento internazionale hanno affondato l’economia del Venezuela.
Seppure l’intervento militare americano sia stato finora localizzato, non è escluso che potrebbe innescare una guerra civile, con milizie lealiste (i colectivos), frammenti dell’esercito e gruppi irregolari che impegnerebbero le forze di intervento in una logorante guerriglia urbana e rurale, mentre Paesi come Cuba e Nicaragua potrebbero essere trascinati nel conflitto, laddove altri, come Messico, Argentina e Bolivia, condannerebbero l’azione come un ritorno all’imperialismo.
Gli Stati Uniti, secondo quanto dichiarato da Trump, amministreranno il Venezuela in questa fase e, nel corso di una conferenza stampa a Mar-a-Lago, ha definito l’azione che ha condotto alla cattura e deposizione di Maduro «una delle più grandi dimostrazioni di forza degli Stati Uniti mai viste, paragonabile agli attacchi contro Soleimani, Al-Baghdadi o ai siti nucleari iraniani», affermando che gli Stati Uniti vogliono «la libertà per il popolo venezuelano», scongiurando il rischio di «lasciare il Paese in mano a chi non vuole bene al popolo venezuelano». Del resto, al più presto «ci saranno aziende petrolifere statunitensi presenti, che entreranno, spenderanno milioni di dollari per riparare le infrastrutture petrolifere, creando ricchezza anche per il Paese».
La scelta di accettare la vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Venezuela, stabilita dalla Camera Costituzionale della Corte Suprema venezuelana, dopo la deposizione di Maduro, non è solo politica, ma è soprattutto motivata dalla volontà di controllare l’estrazione del petrolio. Rodríguez ha dichiarato che «il governo venezuelano considera prioritario costruire relazioni internazionali equilibrate e rispettose con gli Stati Uniti, fondate sui principi di uguaglianza sovrana e di non ingerenza negli affari interni», mentre Trump aveva già ribadito che le forze armate statunitensi sono pronte a un secondo e definitivo attacco.
Al momento, i leader dell’opposizione venezuelana democraticamente eletti restano in esilio o sono osteggiati da Trump. Si pensi che il premio Nobel per la pace (quello tanto desiderato dal presidente statunitense), Maria Corina Machado, secondo Trump «non ha il sostegno né il rispetto della maggioranza dei venezuelani».
La risposta della Russia e della Cina c’è stata ma è stata flebile. Eppure, la Russia, che ha investito militarmente ed economicamente in Venezuela, potrebbe rispondere con forniture di armi avanzate, invio di consiglieri militari o azioni destabilizzanti in altri teatri come l’Ucraina o il Medio Oriente. La Cina, principale creditore del Venezuela, potrebbe reagire sul piano economico-diplomatico, vedendo minacciati i suoi ingenti investimenti e la sua strategia di espansione in America Latina, magari anche accelerando la soluzione della questione di Taiwan.
Al momento non ci sono stati shock sui mercati finanziari, che, anzi, hanno reagito molto bene al (probabile) cambio di regime. Lo shock, però, ha avvolto la comunità internazionale, poiché l’azione unilaterale degli Stati Uniti, condotta senza una dichiarazione di guerra o un esplicito mandato delle Nazioni Unite, d’altronde impossibile perché sarebbe stato certamente bloccata da Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ha spiazzato i leader politici da un capo all’altro del globo. Indubbiamente, questo intervento militare mina ulteriormente il sistema internazionale fondato sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite, mentre sgretola la già logora credibilità degli Stati Uniti come promotori della sovranità nazionale, rafforzando il blocco dei Paesi critici verso l’egemonia occidentale.
L’Unione europea (Ue) ha avuto un brutto risveglio. Pur riaffermando che Maduro sia privo di legittimità, non ha fatto altro che auspicare una transizione pacifica e chiedere il rispetto dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. D’altronde, da tempo, Trump ha preso di mira la Groenlandia, ma questa è un’altra storia, alla quale però l’Europa non deve farsi trovare impreparata.