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In profondità > Chiesa e società

L’appello di Zuppi: andiamo tutti a votare al referendum sulla giustizia

di Sara Fornaro

Sara Fornaro

Il presidente della CEI ha parlato dell’importanza della partecipazione al voto, ma anche di fine vita, di femminicidi e di Abanoub Youssef, ucciso a scuola da un coetaneo, chiedendo di pregare anche per l’assassino, perché «nessuno è riducibile al proprio errore».

Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi Archivio ANSA/ANGELO CARCONI

«Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». Si è espresso così, ieri, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, nella sua introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente che si concluderà domani a Roma.

Intervenendo nel dibattito sul referendum sulla separazione delle funzioni dei magistrati, Zuppi ha aggiunto: «Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese». A nome della Conferenza episcopale italiana, Zuppi ha quindi invitato «tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali».

Oggi il mondo, ha affermato Zuppi, è segnato da un’incertezza profonda, che suscita instabilità. «È il clima di quella che Giorgio La Pira profeticamente chiamava “l’età della forza”», che, però, non fornisce sicurezze, certezze e ordine, ma che anzi – beffandosi del diritto internazionale – crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme.

Protesta “No war, no kings, no ICE” a New York, EPA/SARAH YENESEL

In queste condizioni, il clima generale «diventa quello del conflitto, con antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti. Cresce così il disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine, giustificato dal materialismo pratico per il quale tutto è possibile e la regola è l’individuo. Quante “epifanie” di violenza ordinaria e imprevedibile, frutto di presunzioni, di mancanza di rispetto della vita perché ritenuta un possesso senza amarla!».

Zuppi ha ricordato i «gesti tragici compiuti all’interno della famiglia, tra marito e moglie, ma anche tra adolescenti a scuola o nei luoghi di ritrovo. Si tratta di eventi che non possono essere valutati in sé, senza fare lo sforzo di coglierne le radici profonde, che riguardano tutti noi. Mi riferisco ai casi martellanti di femminicidio, fenomeno su cui dobbiamo insistere per difendere la vita stessa, la dignità e la libertà delle donne. Non dimentichiamo le violenze legate alle dipendenze e ai problemi psichiatrici in crescita esponenziale».

Davanti al grande dolore per la morte di Abu, lo studente di La Spezia ucciso da un coetaneo, «il primo sentimento che ci unisce è la preghiera per la vittima, per la sua famiglia, e anche per chi ha compiuto questo gesto, perché nessuno è riducibile al proprio errore». I giovani vanno accompagnati, ascoltati davvero, non lasciati soli nelle loro fragilità, paure e rabbie. «L’educazione è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare».

Un momento del rito cristiano copto per Youssef Abanoub, ucciso dal compagno Zouhair Atif, nella Cattedrale di Cristo Re a La Spezia. Le esequie, celebrate in italiano e in egiziano, si sono svolte il 22 gennaio 2026. Credit: ANSA/Luca Zennaro.

Davanti ad un’Italia che, secondo il Censis, è «nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco», in cui una persona su tre (29,7%) pensa che, nel disordine del mondo attuale, i regimi autocratici (in cui uno o pochi comandano) siano più adatti delle democrazie, la Chiesa appare debole. Eppure, assicura Zuppi, «ritroveremo forza prendendoci cura delle ferite del prossimo! Soprattutto di chi è povero, debole o emarginato». Come espresso nell’esortazione apostolica di papa Leone XIV Dilexi te, la Chiesa ha una forza invincibile, ma mite: «Una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno».

L’Anno giubilare è servito a ricordare che «non ci sono padroni e schiavi, paesani e stranieri, ma tutti figli di Dio. La fede si declina come fraternità», anche nell’età della forza, «dove prevale la logica gretta e illusoria del più forte» e si alimenta la convinzione per la quale «gli interventi umanitari sono comportamenti deboli, il dialogo una perdita di tempo, l’accoglienza una pericolosa arrendevolezza, la domanda di giustizia una questione oziosa».

Papa Leone XIV chiude la Porta Santa della Basilica di San Pietro nella solennità dell’Epifania, segnando la conclusione ufficiale dell’Anno Giubilare 2025. Vaticano, 6 gennaio 2026. Credit: ANSA / REUTERS / Yara Nardi.

Alle immagini delle armi, Zuppi contrappone quelle delle Porte sante (anche quella nel carcere di Rebibbia), e invita la Chiesa ad essere segno credibile che è possibile vivere in pace, ricordando le parole di papa Leone XIV: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».

Nel suo discorso, il presidente della CEI ha anche espresso «forte preoccupazione rispetto al fine vita: la dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità. La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte», ma sostegno sociale, assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate.

Per Zuppi, le normative che legittimano il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, che potrebbero convincersi di essere un peso per i familiari e la società, decidendo di togliere il disturbo. Ecco perché sono necessari interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie. «Scegliere una morte anticipata non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile. È proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte».

Foto Pexels

Ecco perché, «le cure palliative – che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito – rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico».

Zuppi ha anche espresso preoccupazione per «lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. La Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni».

 

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