L’amara verità di Raffaele La Capria

Ci ha lasciato a quasi 100 anni il grande scrittore, premio Strega nel 1961
Raffaele La Capria - foto di Augusto De Luca (Wikipedia)

Ho incontrato Raffaele La Capria la prima volta leggendo il libro La Neve del Vesuvio, un libro in parte autobiografico dove La Capria racconta la vita di Tonino, un adolescente che vive il disinganno della vita, la perdita dell’innocenza e di quel candore che aveva caratterizzato il tempo dell’infanzia.

Ricordo che scrissi la recensione per Citta Nuova con trepidazione, ma con amore, in quanto sentivo in parte mia l’amara verità di La Capria. Qualche anno dopo lessi il suo libro più famoso Ferito a morte che lo aveva consacrato scrittore, nel panorama italiano e non solo, con il Premio Strega.

Una scrittura imprevista, nuova, in quadri luminosi e a tratti duri. Un libro aspro, dove forte era il respiro del mare e della citta, e più mi addentravo in quelle pagine più sentivo l’asperità della vicenda che graffiava la mia anima. Intravedevo nelle ferite che la Capria enumerava con sapiente vitalità espressiva le mie ferite, quelle che mi portavo dentro e che mi avrebbero accompagnato per il resto della vita.

Poi ci fu nel 1989 il mio incontro con Anna Maria Ortese e inevitabile fu per me leggere il racconto Il silenzio della ragione, del libro Il mare non bagna Napoli, che tanto dolore aveva portato in La Capria e nei suoi amici scrittori, ma anche nella stessa Ortese.

Una polemica dai risvolti amari, anche perché tardi gli amici della Ortese capirono lo sconvolgimento interiore e fisico che la scrittrice aveva vissuto a Napoli e le forti lacerazioni che quella citta degradata aveva prodotto in lei.

Quasi una inconscia richiesta di aiuto da parte della Ortese, che non produsse alcun risultato. Anzi ci fu lo scontro duro che determinò la rottura definitiva della Ortese con Napoli.

Me lo confermò anni dopo nel 1995 a Procida proprio La Capria. Ebbi modo di incontralo essendo lui membro della giuria del Premio “Procida-L’isola di Arturo-Elsa Morante”. Con lui nella Giuria del premio anche Rosetta Loy.

Quell’anno si premiava Enzo Siciliano e io avevo fissato un appuntamento con la Loy per un’intervista per Città Nuova. Per la necessità di spostamenti nell’isola, accompagnai con la mia auto Rosetta Loy a visitare i Giardini del Parco Letterario Elsa Morante, e lei mi chiese se potevo dare un passaggio anche a Raffaele la Capria.

Fu durante quel breve tratto in auto e poi nei giardini di Elsa che scambiai qualche parola con La Capria. Gli chiesi se era la prima volta che visitava l’isola e lui mi raccontò che da giovane ci veniva spesso per la pesca subacquea e poi vi era stato anche insieme ad Anna Maria Ortese sua amica. Il racconto di quel viaggio, con l’amica scrittrice a Procida, sarebbe apparso in un suo prossimo libro a cui stava lavorando: Napoletan Graffiti.

Inevitabilmente il discorso toccò anche il racconto Il silenzio della ragione. Ma, con mia grande sorpresa, mi trovai dinanzi un La Capria ormai pacificato con la Ortese. Anzi mi disse che qual racconto, apparso così duro in quegli anni difficili, aveva dentro la sua piccola verità: «Quando si è giovani le intemperanza hanno punte acuminate».

Rimasi sorpreso e ammirato di fronte alla semplicità con cui Raffaele La Capria si rapportava con me, come se mi avesse conosciuto da sempre. Io ero abbastanza giovane e lui aveva qualche anno in più, ma nessun atteggiamento di superiorità, nessuna posa di grande scrittore.

Questa immagine si confermò in me durante la visita ai Giardini di Elsa dove lui, incantato dal luogo, mi poneva le domande più semplici sul Parco Letterario dedicato a Elsa Morante, su come veniva gestito dagli Amministratori e se i procidani sentivano il rapporto con la scrittrice. Resta per me memorabile quella passeggiata nel nome della Ortese prima, e poi nel ricordo della Morante.

Sapevo del suo amore per il cinema, e del suo prezioso contributo a due film importanti come Le mani sulla Città e Uomini contro, del suo legame forte con la moglie Ilaria Occhini, un’attrice che avevo amato molto, e c’era in me la tentazione di porre domande in questa direzione, ma non volli essere indiscreto e mi limitai ad essere accompagnatore silenzioso, pronto a rispondere alle sue domande.

Avevo letto del suo amore-odio per Napoli, città natale, e della sua lapidaria affermazione: «Ci sono città in cui la storia si è fermata». Non potei trattenermi dal chiedergli se lui, che era passato da qualche anno per l’isola, riteneva che quell’affermazione valesse anche per Procida.

Col sorriso sulle labbra senza scomporsi, guardandomi con i suoi occhi birichini, disse: «Questo dovresti dirmelo tu». Questa volta non esitai e la mia risposta fu immediata: «Penso che Napoli influenzi molto la nostra vita nel bene e nel male».

E lui di rimando: «Non può che essere così anche perché nelle piccole isole c’è maggiore fragilità e si cercano alleanze e queste non sempre vanno nella direzione giusta».

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