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Cultura > Archeologia

La voce perduta di Memnone

di Oreste Paliotti

Le due colossali statue poste a guardia del tempio di Amenofi III erano meta, già nell’antichità, di pellegrini e turisti ante litteram

Dal XVI secolo Roma ha le sue “statue parlanti” rappresentate da sei reperti dell’antichità classica sparsi nel centro storico, ai quali il popolo era ed è tuttora solito affiggere messaggi anonimi dal tono per lo più satirico contro i governanti: sono le “pasquinate”, così dette da Pasquino, la più famosa di esse.

Anche l’Egitto ha, o meglio aveva, la sua “statua parlante” presso la regale città di Tebe, l’attuale Luxor. Ma a differenza di quelle romane si esprimeva col suono: una nota caratteristica ad ogni sorgere d’alba, per la quale diventò un celebre oracolo del mondo antico, meta di pellegrini e viaggiatori illustri, tra cui lo storico e geografo greco Strabone e diversi imperatori. Oggi sappiamo che tale fenomeno era da attribuire al tipo di pietra in cui era scolpita (un’arenaria), alla fenditura causata dal terremoto del 27 a. C. e al notevole scarto di temperatura tra la notte e il giorno. Cessò, quel suono, quando l’imperatore Settimio Severo fece restaurare la colossale scultura (era alta 18 metri e pesava circa 1300 tonnellate).

Insieme ad una statua gemella, essa era posta a guardia del tempio funerario di Amenofi III (1387-1348 a. C.), il grande faraone della XVIII dinastia, padre di Akhenaton, l’utopico riformatore della religione egizia che impose il culto monoteistico del dio Sole (Aton). E come l’altra rappresentava Amenofi III in trono, le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto verso il sole nascente e il Nilo. Purtroppo il tempio, che si estendeva per ben 35 ettari, era stato eretto su un terreno alluvionale e con fondazioni poco profonde: fu questo difetto di costruzione a decretarne la precoce rovina. E mentre i suoi materiali venivano successivamente riutilizzati per altri edifici reali della zona, a giganteggiare nella deserta pianura – di volta in volta invasa dalle piene del fiume – rimasero solo i due monoliti, già in epoca classica divenuti reperti archeologici di cui si era persa l’identità.

Furono i greci a identificare con un personaggio della loro mitologia il colosso “parlante”, dandogli il nome di Memnone, il mitico re dell’Etiopia figlio dell’Aurora morto a Troia per mano di Achille, e interpretando il suono emesso al sorgere del sole come il suo saluto alla propria madre.

La prima cosa che scorge il visitatore diretto alla Valle dei Re, durante la sosta a Kom el-Hettan presso Luxor, sono appunto queste due statue isolate nella pianura sulla riva sinistra del Nilo, ancora imponenti ma molto malridotte. Isolate, ma oggi un po’ meno sole: da pochi anni, infatti, nelle vicinanze sono stati rinvenuti altri due colossi di Amenofi III, attualmente in corso di ricomposizione, che misurano anch’essi circa 18 metri di altezza con la base. E numerose altre sculture stanno ritornando alla luce negli scavi di ciò che rimane del “Tempio di milioni di anni” voluto dal faraone.

Caso raro in Egitto, ci è noto perfino il nome di colui che scolpì Memnone e la gemella: Men, il cui figlio Bak, scultore pure lui, fu uno dei protagonisti della rivoluzione artistica dell’effimero regno di Akhenaton. Attestano inoltre la venerazione dei visitatori dell’antichità i numerosi graffiti in lingua greca e latina incisi sulla loro superficie (un vezzo comune a tutte le epoche!). Tra le iscrizioni più interessanti, gli epigrammi lasciati da due poetesse: Giulia Balbilla, vissuta nel II secolo d. C. alla corte di Adriano e amica intima di sua moglie Vibia Sabina, i cui versi rappresentano l’ultima testimonianza del dialetto eolico letterario usato da Saffo e da Alceo; e Cecilia Trebulla, di cui sappiamo solo il nome e che in uno degli epigrammi esprime il desiderio di condividere con la madre l’esperienza emozionante della statua parlante: «Mentre ascoltavo la sacra voce di Memnone, rimpiangevo la tua assenza, o madre, ed auguravo che tu l’ascoltassi».

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