Con la vendita del gruppo Gedi approda in Grecia un patrimonio culturale e informativo di notevole valore. Con Radio Deejay, Radio Capital, m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria pubblicitaria Manzoni, anche la proprietà di La Repubblica si trasferisce dalle parti dell’Egeo. Protagonista di questo “colpo” è Antenna Group che fa capo alla K Group della famiglia greca Kyriakou. Secondo Il Post, Antenna Group è proprietario di 37 canali televisivi, due servizi di streaming, due canali radio, media digitali e persino di una scuola di giornalismo, ma non ha specifiche competenze nel campo della stampa.
La Repubblica cambia aria e, nonostante la solidità del nuovo gruppo editoriale, la preoccupazione dei dipendenti è palpabile. Le associazioni di categoria, a partire dalla Federazione nazionale della stampa, non sono tranquille. In ballo potrebbero esserci posti di lavoro, ma, soprattutto, un modo di essere dell’informazione e del pluralismo. Il Comitato di redazione del giornale è critico verso l’editore: «Dopo aver smembrato e venduto pezzo a pezzo uno storico gruppo editoriale – scrive in un comunicato –, l’addio di John Elkann a Gedi avviene nel peggiore dei modi, senza tenere in alcun conto nel contratto di compravendita le richieste di garanzie occupazionali per tutte le lavoratrici e i lavoratori, di perimetro e di rispetto dell’indipendenza e della collocazione del giornale, per cui la redazione di La Repubblica continuerà a battersi ricorrendo a qualsiasi strumento di lotta».
Il giornale di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo chiude con il passato e si apre a un nuovo futuro? Difficile dirlo dalle scarne informazioni sull’operazione. Sta di fatto, però, che non si è vista particolare attenzione alla vendita da parte del mondo politico italiano.
La Repubblica ha ringiovanito l’informazione italiana, l’ha resa più libera, meno paludata, sull’esempio del francese Le Monde, ma anche spiccatamente partigiana. «Finora si sono fatti dei giornali omnibus, buoni cioè per tutti i lettori – sottolineava Eugenio Scalfari all’inizio dell’avventura –. Noi, invece, vogliamo ritagliare dalla massa del pubblico una linea precisa: la classe dirigente, prendendo come riferimento non il reddito, ma i ruoli esercitati nella società. La classe guida, per noi, è quella degli studenti, dei quadri sindacali, degli imprenditori, funzionari, insegnanti, politici locali e nazionali». Nel 2006, in occasione dei trent’anni del quotidiano, aggiungeva: «Noi volevamo trent’anni fa e tuttora vogliamo contribuire alla formazione di un Paese attento e partecipe di valori come l’innovazione, l’efficienza, la moralità pubblica, la solidarietà civile e sociale, l’eguaglianza dei punti di partenza, lo stato di diritto, la laicità, la costruzione dell’Europa, il mercato e le regole che lo disciplinano. Il tutto animato dallo spirito di libertà».
Più che un semplice quotidiano, La Repubblica si è proposto come un progetto culturale e etico-politico apertamente schierato a sinistra. «La redazione – ricorda in Vita di giornalista Giorgio Bocca, tra le più prestigiose firme del giornalismo italiano e del giornale diretto da Scalfari – agli inizi era divisa fra socialisti, comunisti e extraparlamentari». Tuttavia, nonostante la preponderanza della politica, dice ancora Bocca, «credo che nella parte migliore della redazione la valenza giornalistica abbia in qualche modo prevalso o sopravvissuto alla valenza politica».
Quotidiano innovativo fin dalla grafica, a sei colonne invece che a nove come gli altri giornali, con pochissime foto e titoli agili senza sommario, La Repubblica attrae, cresce, s’impone, interpreta bene gli interessi del target a cui è destinata e ha successo. In pochi anni aumenta la tiratura e si porta a ridosso del Corriere della Sera nella classifica dei quotidiani più venduti. Il sorpasso avviene nel 1987 con settecentomila copie vendute.
La competizione è serrata, si confrontano due modi di essere del giornalismo. «Da una parte – racconta Piero Ottone, direttore del Corriere della Sera e poi garante di Mondadori per La Repubblica nel suo Il buon giornale – i giornali che dedicano spazio alle quotidiane lotte di potere degli uomini politici». Questo, secondo lui, è il quotidiano di Scalfari. «Dall’altra parte c’è il giornalismo serio, che rifiuta di prestare attenzione alla telenovela, e richiama costantemente gli uomini politici alla responsabilità». Quello del Corriere della Sera di cui è stato direttore.
In realtà, tutto è un po’ più complicato. «Eugenio Scalfari – osserva Giorgio Bocca – apre in certo modo la professione dei politici-giornalisti o viceversa, persone che conoscono al tempo stesso il mestiere della politica e quello dell’informazione». Privilegiando le opinioni alle notizie, il quotidiano ha imposto uno stile di giornalismo e una particolare narrazione del Paese. Repubblica ha avuto «l’illusione – dice ancora Bocca – che si possa fare un grande giornale di opinione senza essere un grande giornale di notizie». In un contesto post ideologico come l’attuale questo non è un problema da poco, forse è il vero nodo da sciogliere.
