La solitudine dei laureandi immaginari

A Ferrara, all'inaugurazione dell'anno accademico davanti a Mattarella, la studentessa Alessandra De Fazio ha confessato in pubblico di avere pensato al suicidio dopo il mancato superamento del test di ammissione a Medicina. Sul tema della meritocrazia e della pressione "folle e indebita" che pesa sugli studenti (con le aspettative da parte delle famiglie, ma anche dei media) pubblichiamo una riflessione uscita su Città Nuova n. 4/2023

Cominciano per caso, con una piccola bugia innocente, un esame che non hanno superato, un piccolo fallimento che viene sottaciuto in casa. Poi si trovano imprigionati dentro una spirale di mezze verità e parziali bugie da cui non sanno più uscire. Sono già tre gli studenti italiani che si sono tolti la vita alla vigilia della Laurea nel solo 2023 ma molto più ampio è il disagio che coinvolge studenti adulti nell’ultima fase dei loro studi.

Ricordo una mattina di alcuni anni fa, la commissione di Laurea già riunita, con i parenti schierati ad applaudire l’ultima fatica dei figli, per la lettura dei nomi dei candidati della mattina. Una studentessa si alza e ci fa notare di non essere stata chiamata. Strano che non sia nella lista. Bastano poche verifiche per capire che la ragazza non si era mai iscritta alla laurea specialistica ma per anni aveva “vissuto come se”: con la famiglia, con gli amici con cui sosteneva gli esami fittizi che poi non registrava, con i professori.

Per anni mi sono domandata che cosa avesse generato quella tragica commedia. L’attesa dei familiari? La sua difficoltà ad accettare un fallimento iniziale? La volontà di farsi accettare dai pari? Molti studenti reggono il gioco della finzione fino al giorno fatidico della Laurea, quando mentire diventa impossibile e allora tutto viene allo scoperto; alcuni non reggono la vergogna e l’umiliazione e rinunciano persino alla loro stessa vita, arrivando al gesto estremo del suicidio (spesso meticolosamente preparato da tempo) pur di non fare i conti con il momento della verità.

Mentre durante il percorso di scolarizzazione e per tutto il liceo i ragazzi possono avere un certo tipo di controllo sociale, da scuola e famiglia, all’università diventano monadi solitarie, nessuno si accorge se scompaiono, viene meno il controllo dei pari e in quel limbo alcuni disperatamente si perdono.

Ecco perché bisogna alzare la soglia di attenzione, agendo su più fronti. Il primo riguarda la pressione da parte di media sui giovani, una pressione folle e indebita, che li mette sempre di fronte a modelli di successo, con percorsi lineari e senza macchia. Siamo dentro un sistema che li sfida e poi li lascia soli, con le loro fragilità. Serve una contro-narrazione, che consideri preziosa la caduta e il fallimento nella storia di ciascuno.

Il secondo riguarda le famiglie che attribuiscono al conseguimento del titolo universitario un valore eccessivo e che, involontariamente, generano inutile ansia e stress nei figli. E, infine, ci siamo noi accademici che non abbiamo capito che siamo anche educatori e che possiamo guardare negli occhi, intercettare angosce, cogliere spaesamenti, lanciare esche, favorire confidenze, raccogliere lacrime. Ognuno di noi può essere l’inciampo che li libera dall’ansia di perfezione.

Offriamo ai nostri lettori anche l’audio di questo articolo di Elena Granata.

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