La parabola di Paolo

Lezioni via Internet per uno studente di Arezzo. Una grave malattia non gli impedisce di restare sano nell’anima. Ora la sua storia è raccontata anche in un video
Paolo al computer

Paolo Triggiano è uno splendido diciottenne di Arezzo. Non solo per l’opinione, certamente di parte, della sua carissima ragazza Federica. Dall’età di sei anni ha giocato a calcio nella società del Santa Firmina. Si può dire che tutta la vita l’abbia impiegata a parare, in tutti i sensi. A luglio del 2011 si ammala di leucemia acuta, e da allora è cominciata un’altra partita, ben più impegnativa. Si gioca a tutto campo tra ospedale, scuola, famiglia, comunità di amici vicini e lontani, e persino nella società civile. Il fischio d’inizio è il 14 agosto. Non è una partita estiva di precampionato, ma la data del primo ricovero in ospedale. A cui ne seguono molti altri, con cure continue ed effetti collaterali.
 
La gara, però, procede bene. Dopo un mese la malattia è già in remissione. Speriamo sia presto in retrocessione in serie Z e che scompaia del tutto. Nel frattempo il gioco si fa duro. Il primo settembre scende in campo il preside Anselmo Grotti con i professori, appena rientrati dalle ferie. In ospedale il preside incontra Paolo e gli promette «che faranno di tutto per farlo continuare a studiare perché possa superare l’esame di maturità». La sua non è solo la rassicurazione di un dirigente scolastico illuminato. Per una malattia simile lui c’è passato. Sa esattamente di cosa si tratta, sa valutare l’impatto psicologico e il rischio di isolamento relazionale che prospetta. Lui stesso ha preparato il concorso per diventare preside, poi superato, da un letto d’ospedale. «In ospedale a Paolo – dice Anselmo Grotti – ho raccontato la mia storia per incoraggiarlo. Si possono affrontare nella vita tante situazioni difficili, ma non da soli. C’è una forza che viene dal supporto delle persone vicine. Non solo la famiglia, ma anche la scuola».

In più il preside di Paolo è un comunicatore, esperto di Internet e di Rete; sa che i mezzi di comunicazione possono unire: «Durante la mia malattia il contatto via Internet è stato di grande aiuto – racconta –, mi ha permesso di restare in contatto con i miei amici che mi hanno sostenuto». Tre anni fa, quando era preside di un istituto tecnico commerciale, per uno studente che aveva sviluppato una grave allergia che gli impediva i contatti con l’esterno, si è adoperato per mettere in moto un servizio di teledidattica, ma l’esperimento non ha funzionato tanto bene.

Ora, però, nel liceo di Paolo c’è una lim, una lavagna interattiva multimediale, con tanto di telecamera e microfoni. Il problema sono le parabole. Per poter comunicare con un ponte web con un segnale efficace, le parabole devono avere un contatto visivo, devono cioè “vedersi” l’una con l’altra. Ma da casa di Paolo il liceo non si “vede” nemmeno dai tetti. Non senza difficoltà una parabola viene piazzata sulla casa di Paolo, una sulla torre medievale dove ha sede il comune di Arezzo, una sull’istituto tecnico commerciale e, infine, una sul suo liceo scientifico Francesco Redi. Sono tutte offerte gratuitamente da associazioni e aziende che credono nella causa.

Tutte le parabole sono ora in comunicazione e si possono avviare le trasmissioni, cioè le lezioni via Skype. Paolo non perde una sola ora di scuola. Suona la campanella e Paolo è presente, ma da casa sua. Da lì interagisce con i compagni, scherza, viene interrogato, fa i compiti in classe senza copiare, segue le spiegazioni. Ogni giorno, da mattina a pranzo. «La tecnologia – dice Maddalena, mamma di Paolo – diventa il collante della comunità. Il vero senso dei media è aumentare la comunione».
 
Finito il primo ciclo di cure, il 14 novembre Paolo torna a scuola. «Vi sono tornato, pensa che paradosso – racconta Paolo –, come se fosse stato il “primo giorno”, ed ero l’uomo più felice del mondo. Ora apprezzo tante piccole cose quotidiane che davo per scontate: la classe, una passeggiata in motorino. Soprattutto vedo quante persone mi amano e quanto amore c’è attorno a me». Nelle continue cure Paolo matura anche le sue scelte: dopo la maturità vuole iscriversi alla facoltà di Medicina. Lo convincono i medici e gli infermieri di Arezzo e di Firenze che lo curano, il modo in cui lo trattano, come seguono i protocolli, anteponendo a essi sempre la loro umanità. Lo confermano strutture come l’ospedale Meyer di Firenze, che gli impediscono di vivere dentro una bolla di cristallo, ma gli permettono di starsene nel buon rifugio di casa sua.

La sua classe, poi, la 5a R, gli fa un grande regalo, simile alla parata strepitosa di un calcio di rigore. La gita dell’ultimo anno di liceo ha un codice ferreo, anche se non scritto. Si fa all’estero e con la bella stagione. Per permettere a Paolo di partecipare prima di iniziare il secondo ciclo di chemioterapia, che gli impedisce di nuovo di frequentare la scuola e di uscire, la gita si fa, ma a Pisa e a gennaio: tutto calcolato con precisione matematica da professori e compagni! In fondo, ai tempi dei Comuni, Pisa era all’estero! «I ragazzi – commenta il preside – hanno tante potenzialità, anche se con i loro difetti, perché sanno fare cose belle». E «la qualità dei rapporti – spiega Paolo – con i compagni di classe è migliorata, il legame con i professori si è rinforzato. C’è un mutuo soccorso con gli appunti quando non posso collegarmi via Skype perché passo la giornata in ospedale». Un hard disk, infatti, chiamato simpaticamente “il cestino della nonna”, gli viene portato a casa perché contiene le lezioni tenute in classe a cui non ha potuto partecipare.

L’altro elemento che gioca a favore di Paolo, oltre alle sue doti e capacità personali, è il supporto straordinario della famiglia: tutti con lui, i fratelli più grandi Giacomo e Marta, oltre papà e mamma, che lo aiutano ad affrontare la malattia con una strategia positiva, come un’opportunità che non dà spazio alla disperazione. «In fondo questa esperienza – afferma papà Luigi – ci fa intuire come il concetto di salute, che l’Organizzazione mondiale della sanità definisce “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente assenza di malattia o infermità” non appaia più adatto alla complessità delle situazioni che, come uomini, viviamo. Nella realtà la salute non può essere “un completo benessere”, concetto dal quale ci sentiremmo quasi tutti esclusi e che ci spinge a rincorrere meteore consumistiche. La salute è la capacità di potere e sapere utilizzare al meglio tutte le risorse “dentro e fuori di noi”, quelle di chi ci ama, della solidarietà istituzionale e della comunità».

«In fondo – concludono Maddalena e Luigi Triggiano – Paolo è malato nel fisico, ma sul piano relazionale resta sano. La malattia c’è e non c’è allo stesso tempo, perché non ha il potere di impedire a Paolo di amare e di essere amato, non porta i danni dell’introversione, della solitudine, della depressione. La malattia è, pur nelle difficoltà, una scuola di reciprocità in cui tutte le risorse, Paolo, la scuola, la famiglia, la comunità, si sono rinforzate a vicenda, allontanando, comunque sia, la paura». E ora la vera finale di campionato: la maturità. Forza Paolo! Hai molti tifosi attorno, molti di più di quando giocavi in porta. La sfida della vita, stai certo, l’hai già vinta.

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