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In profondità > Speranza

La pace che sboccia all’improvviso

di Elena Pace

- Fonte: Città Nuova

Una pace improvvisa come una fioritura inattesa nei campi feriti dalla guerra. La storia, dalle trincee del 1914 a Mandela e al Muro di Berlino, mostra che anche gesti semplici e coraggiosi possono aprire nuove strade

Fiore bianco che cresce in terra arida. Foto proveniente da Freepik.

«Non la pace di un cessate il fuoco… Che venga come i fiori selvatici, all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno: pace selvatica». Questi versi del poeta israeliano Yehuda Amichai, citati da papa Leone XIV nel suo primo messaggio Urbi et orbi, non sono solo una poesia ma una preghiera che ci fa riflettere e sperare. Nel dicembre 2025, durante il suo primo messaggio di Natale alla città e al mondo, papa Leone XIV, citando Amichai, ha parlato del bisogno di una “pace selvatica”, qualcosa che sorga improvvisamente, in modo spontaneo e necessario. A molti di noi è capitato di vedere in primavera sbocciare spontaneamente crochi e primule, o in estate genziane e stelle alpine in montagna.

Così la “pace selvatica” può sorgere dal basso, per iniziativa popolare o gesti non pianificati e, come i fiori selvatici sbocciano in terreni poveri, trascurati e marginali così la pace può fiorire in contesti di conflitto, sofferenza o oppressione a causa di una disperata stanchezza della guerra, di un desiderio di normalità, di iniziative coraggiose ma anche come frutto di quel bene silenzioso di tanti che si sacrificano ogni giorno per gli altri, offrono le loro sofferenze, pregano. La storia ci conferma che nel passato, anche recente, abbiamo assistito ad una “fioritura improvvisa” della pace.

È la notte di Natale del 1914: nel fango gelato delle trincee della Prima guerra mondiale, senza ordini dei comandi superiori, soldati tedeschi, britannici e francesi depongono le armi, escono dalle trincee, si scambiano auguri, il cibo e cantano insieme. Fu una pace momentanea, una tregua nata dalla comune umanità dei soldati, che fiorì e appassì nel giro di poche ore, ma che è rimasta come testimonianza perpetua dell’assurdità della guerra e della consapevolezza che siamo tutti fratelli.

Nel novembre del 1989 molti di noi hanno assistito al crollo del Muro di Berlino. Per decenni, era stato il simbolo della divisione del mondo e luogo di sterminio di chi voleva attraversarlo alla ricerca della libertà. La sua caduta non è stata il risultato di un piano militare o di un trattato ma piuttosto un moto popolare dilagante e improvviso.

Nel 1990 la liberazione di Nelson Mandela segna un punto di svolta improvviso, dopo decenni di brutale segregazione razziale. La sua scelta coraggiosa di perseguire il dialogo invece della vendetta, dà l’avvio ai successivi negoziati che portano, con una rapidità che sorprende il mondo, alla fine dell’Apartheid in Sudafrica. Ancora oggi nelle Filippine ogni anno si celebra la “rivolta pacifica” avvenuta a Manila nel 1986. Questo evento, che è stato caratterizzato dalla preghiera del Rosario e dalla resistenza pacifica, è un momento cruciale nella storia filippina, perché ha segnato il passaggio da una dittatura militare a un governo democratico, tramite enormi dimostrazioni di popolo non violente.

È chiaro che la “pace selvatica” spontanea, per durare, ha spesso bisogno di essere coltivata e istituzionalizzata dalla “pace dei trattati”, ma è bello constatare che anche la coscienza del fallimento di ogni guerra, la perseveranza di chi continua a difendere i valori e a fare il bene nonostante il dilagare del male, abbia un peso non irrilevante, una forza vitale che emerge quando le condizioni lo permettono.

Mi aiuta, in questi giorni, ricordare quello che ho sperimentato tante volte nel laboratorio di chimica, quando volevo accelerare la formazione del solido a partire da una soluzione satura di quella sostanza. Strofinavo con una bacchetta di vetro la provetta riempita con quella soluzione oppure vi aggiungevo una pallina di vetro. Così, con mia grande soddisfazione, vedevo comparire il solido che, come diciamo noi chimici, “precipitava”. È una tecnica che crea un punto di partenza per l’aggregazione del soluto, attraverso i graffi che si creano nella superficie interna della provetta o l’aumento di superficie disponibile determinato dalla pallina.

A volte, quindi, basta un piccolo punto di aggregazione per creare un effetto a cascata. Dobbiamo essere coscienti che oggi la terra, che è satura di sofferenza e del sacrificio silenzioso di tanti, forse aspetta solo un altro piccolo gesto di pace per poter “precipitare” all’improvviso. Magari il mio, il tuo, il gesto di oggi potrebbe essere quello che scatena la pace nel mondo.

Come ricorda papa Francesco nella Laudato si’, «l’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici» (LS 231).

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