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Italia > Se ne discute

La lezione del referendum e il voto che può cambiare le cose

di Sara Fornaro

- Fonte: Città Nuova

Sara Fornaro

La vittoria del No al referendum è stata segnata dalla grande partecipazione dei giovani, che si sono sentiti traditi dalla premier. Dopo la sconfitta del Sì, nella maggioranza è iniziata la resa dei conti.

Festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale, Roma 23 marzo 2026. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Non è vero che votare non serve e chi si è recato alle urne all’ultimo referendum costituzionale lo ha capito bene. Tra quanti hanno votato, 6 elettori su 10 hanno detto NO (53,7%) alla riforma della giustizia, quasi 14 milioni e mezzo di persone. Sotto di due milioni quanti hanno scelto il Sì, che si è fermato a poco meno di 12 milioni e mezzo (46,26%). Hanno deciso l’esito del referendum soprattutto i giovani, gli anziani e le donne, come sottolineato da Rosy Bindi, del comitato Società civile per il NO al referendum.

Festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale, Roma 23 marzo 2026. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La rivalsa dei giovani “traditi” da Meloni

«Io voto Giorgia perché, finalmente, posso votare senza dover tornare a casa e risparmio pure i soldi del biglietto», diceva uno studente in uno spot di Fratelli d’Italia per le Europee del 2024. E invece, per il referendum della giustizia i fuori sede non hanno potuto votare nei luoghi di studio o di lavoro. Il risultato è stato che oltre 20 mila persone, tra studenti e giovani lavoratori, hanno fatto domanda come rappresentanti di lista per i partiti di opposizione. Non solo. Tale era la loro rabbia, che hanno rilanciato sui social migliaia di meme e video con l’hashtag #iovotono, diventati virali proprio alla vigilia del referendum. Nel corso delle elezioni, in molti hanno inoltre segnalato irregolarità (come le spillette con scritto “voto sì” nei seggi) e difficoltà nel votare come rappresentanti di lista. Nella fascia tra i 18 e i 34 anni, il NO ha raggiunto il 61,1%. Tra i 35 3 i 54 anni, invece, il no ha vinto col 53,3%.

Festeggiamenti a Napoli per la vittoria del No al referendum sulla giustizia. 23 marzo 2026. ANSA/ CIRO FUSCO

Ma lo sgarbo agli studenti fuori sede non è stato l’unico. Ai giovani di Atreju (la manifestazione nazionale della gioventù nazionale di FdI) Meloni diceva: «Pensate con la vostra testa, non abbiate paura ad andare controcorrente». Nel messaggio di insediamento come premier, aveva inoltre detto ai ragazzi: «So che manifesterete contro di me, l’impegno giovanile è palestra di vita, proverò simpatia per voi perché quella è anche la mia storia. Siate liberi!».

Manganellate della polizia a Pisa sugli studenti, foto Ansa

E tuttavia, abbiamo visto in qualche caso studenti delle superiori manganellati mentre sfilavano pacifici, giovani e famiglie con bambini insultati per aver manifestato per i bambini innocenti di Gaza uccisi dai missili israeliani e continuiamo ad assistere a tentativi di restringere la libertà di manifestazione e di espressione. Non ultimo, il disegno di legge 1004 sull’antisemitismo, per il quale criticare le politiche dello Stato di Israele potrebbe portare a subire quest’accusa terribile.

Alla fine, la libertà i giovani se la sono presa e non solo loro. Rispetto alle passate tornate elettorali, per il referendum c’è stato un grande ritorno alle urne pure degli anziani perché, soprattutto in tempi di crisi, la Costituzione e i diritti civili vanno tutelati. Lo ha capito anche il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, vice segretario nazionale di Forza Italia, che ha invitato la maggioranza ad affrontare con più coraggio temi come i diritti civili, per non essere visti dai giovani come reazionari e per «dimostrare che una coalizione che vuole governare anche dopo il 2027 sa evolversi e misurarsi senza tabù con le sfide del nostro tempo».

Festa per la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia in piazzale Loreto a Milano, 23 marzo 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

La resa dei conti nella maggioranza

All’indomani della vittoria del NO al referendum, nella maggioranza è iniziata la resa dei conti. Dal partito della premier si è diffusa la voce che “chi sbaglia paga” ed ecco che si sono (forzatamente) dimesse alcune figure chiave della maggioranza. A partire da Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia): se la legge non ammette ignoranza, non può invocare questa scusa l’avvocato di Giorgia Meloni e sottosegretario alla Giustizia, che aveva fondato una società (Le 5 forchette) con colleghi di partito e la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, già noto alle forze dell’ordine e al centro di un’indagine in cui si ipotizzano i reati di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni per il clan camorristico dei Senese. Si sono dimessi anche altri soci della società, sempre di Fratelli d’Italia: Elena Chiorino, vicepresidente della giunta regionale del Piemonte e assessora al Lavoro e all’Istruzione, e l’assessore comunale di Biella Cristiano Franceschini.

Da sinistra Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusi Bartolozzi. ANSA

Ha dovuto lasciare l’incarico anche la capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi (Forza Italia), che in campagna elettorale aveva auspicato di togliere di mezzo «la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Coinvolta nel caso del rimpatrio con volo di Stato italiano del criminale libico Usāma al-Maṣrī Nağīm, era considerata una intoccabile, giudicata «sempre fedele» da Nordio. Fuori, seppur con estrema resistenza dell’interessata, anche la ministra del Turismo Daniela Santanché: non c’entrava con il referendum, ma la sua posizione era in bilico da anni, in quanto indagata per falso in bilancio, truffa all’INPS e bancarotta. È stata la premier Giorgia Meloni ad invitarla pubblicamente a rinunciare all’incarico, evidenziando la difficoltà di farla dimettere per vie private.

Daniela Santanché, ANSA/FABIO FRUSTACI

Il fallimento del referendum – rimesso alla volontà popolare soltanto perché la maggioranza non era riuscita ad approvare la riforma con la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione – sta portando alla resa dei conti anche in Forza Italia. Su spinta di Marina Berlusconi, figlia di Silvio, fondatore del partito, il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, è stato costretto a lasciare il posto a Stefania Craxi. Forse in bilico anche il ruolo di Antonio Tajani, già invitato in passato da Piersilvio Berlusconi a fare spazio ai giovani.

Ritorna il reato di abuso d’ufficio?

Quanti sostenevano il NO, ritenevano che la riforma della giustizia fosse un ulteriore passo verso lo smantellamento della magistratura (dopo la riforma delle intercettazioni e della Corte dei Conti, l’eliminazione dell’abuso d’ufficio…). Insieme ai partiti di opposizione, molti hanno dunque gioito per una recente direttiva del Parlamento europeo che costringe il governo a fare un parziale dietrofront. Sono, infatti, state approvate delle norme anticorruzione per armonizzare le normative dei Paesi dell’UE, che in pratica costringeranno l’Italia a reintrodurre alcune fattispecie di reati legati all’abuso d’ufficio.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante un evento organizzato per il sì al referendum a Milano. ANSA/FILIPPO ATTILI – US PALAZZO CHIGI

Governo in difficoltà e campo largo da definire

Tornando al referendum, non è vero, dunque, che il voto non produce effetti. E anche coloro che hanno votato sì lo hanno capito. Quella che è stata una sonora sconfitta, poteva essere una completa disfatta, che avrebbe potuto portare alla caduta del governo o a elezioni anticipate. Non che alla sinistra convenga andare al voto, per la verità. Il momento, a livello internazionale, è davvero difficile. Con un alleato inaffidabile come Trump, un conflitto alle porte in cui vorrebbero trascinare anche l’Italia, come la guerra israeloamericana contro l’Iran, e una crisi economica dalle conseguenze imprevedibili, governare sarebbe difficile per chiunque. Soprattutto per un campo largo ancora senza programma e senza un leader riconosciuto e autorevole, che oltretutto non può  attribuirsi tutti i voti ottenuti dal NO al referendum.

Da sinistra, Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein durante i festeggiamenti a piazza Barberini per la vittoria del NO al referendum costituzionale sulla giustizia, Roma, 23 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Chi motiva la vittoria del NO soprattutto come una bocciatura del governo o come un effetto della paura della guerra, infatti, non rende merito all’impegno, di ambo le parti, per spiegare (più o meno correttamente) i cambiamenti che avrebbe comportato la riforma della giustizia. Una riforma che voleva intaccare – senza nessun confronto – la nostra Costituzione, ancora amatissima dalla popolazione. Hanno vinto i magistrati, che si sono impegnati a spiegare in maniera comprensibile le loro ragioni e che sono evidentemente risultati credibili, soprattutto nelle zone più difficili del Paese. E ha vinto pure la Chiesa, che per voce del presidente della CEI Matteo Zuppi aveva invitato tutti i cittadini a votare. Ha vinto soprattutto la voglia di legalità del Paese e la speranza è che la partecipazione registrata al referendum riporti gli italiani al voto, anche per le politiche.

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