Il presidente della Repubblica, Mariano De Santis, in scadenza dal mandato, passeggia solo tra le vaste sale del Quirinale, o nella terrazza che offre un panorama splendido su Roma fumando una sigaretta, scambiando qualche confidenza con un corazziere e pensando alla moglie, morta, il suo grande amore. Ricorda i luoghi dove si sono conosciuti, il paesaggio sfumato della Padania e soffre, perché anni prima lei lo aveva tradito. Con chi? Vive nel dubbio, saprà mai chi è stato?
È una storia d’amore vedovile, di rimpianti: “Io amo ricordare” dice di sé l’uomo anziano, giurista consumato, che vive insieme alla figlia Dorotea (ironia sorrentiniana, memore di una corrente della DC…), nubile per rimanere vicino al padre, consigliarlo, sapere di più dal personaggio istituzionale riservato, poco affettuoso, insonne. Lei è una giurista, più aperta, più decisa, non ama, a differenza del padre, rinviare le decisioni.
E c’è da decidere: firmare o no la grazia per due detenuti omicidi, firmare la legge in favore dell’eutanasia? Dubbi atroci per un cattolico che è in confidenza con il papa (africano, con barba, treccia e moto, divertissement sorrentiniano) che ovviamente lo invita a non firmare.
La vita del presidente (una miscela fra Scalfaro, Napolitano e Mattarella) è scandita da queste due vie, due dilemmi: le grazie da firmare e il ricordo dell’amore perduto che non riesce ad accettare.
Sorrentino racconta l’uomo che vive tra ricevimenti (uno di una spiritosa irriverenza), incontri, prime alla Scala, applausi e poi le cene intime con l’amico fedele che vorrebbe succedergli e l’amica atea dalla parola libera. Lui, dorme poco – “mi addormento quando prego “,dice alla figlia -, ma desidera finire il mandato, tornare a casa, essere più libero, meno ingessato.
Eppure, quest’uomo ha un cuore, anche se chiuso: andrà a trovare i due detenuti, per decidere meglio a chi concedere la grazia, ripenserà alla legge da firmare soffrendo nel dubbio sulla scelta.
Il film scorre con un ritmo piano, intimo, preferisce luci tiepide, grigie o semibuie, nessuna invadenza, anche nei dialoghi sobri, una bellissima fotografia della pianura (Modena) o degli ambienti (Torino) e dei cieli: poetica e sincera, più di altre volte.
Toni Servillo è qui al suo meglio: parla con il volto, la camminata, lo sguardo, l’espressione chiusa o nostalgica in quel dramma interiore che lo avvolge. Anna Ferzetti è Dorotea: intelligente, ostinata, aperta, mai remissiva, scavata e tagliente, ma pure silenziosamente tenera, costringe il padre a non rimandare le scelte al successore.
Due caratteri, il padre uomo di fede e di principi, dubbioso, e lei più sicura e decisa. Come e cosa deciderà il presidente? Film che svela anche il suo lato “politico” ‒ il regista è favorevole alla eutanasia – lascia allo spettatore la facoltà di prendere anche lui una decisione in merito. Tuttavia, un aspetto molto importante del lavoro, quasi un motivo ricorrente, sembra essere la storia d’amore mai conclusa fra l’uomo anziano e la moglie scomparsa, struggente, delicata e talvolta rabbiosa, ma autentica. Fra sprazzi di umorismo, un film introspettivo e sottilmente drammatico.