Il mondo è sempre più esposto al pericolo di un uso incontrollato dell’arma nucleare dopo che Stati Uniti e Russia non hanno rinnovato il Trattato New Start scaduto il 5 febbraio 2026. Mosca e Washington detengono quasi il 90% dell’arsenale globale. L’accordo non vincola più le parti che si erano impegnate a limitare il numero delle testate e soprattutto ad accettare un complesso sistema di ispezioni, scambio di dati e comunicazioni reciproche.
Il “vuoto diplomatico”, come lo definisce l’ambasciatore Carlo Trezza, è estremamente pericoloso. In un’intervista ad Avvenire Lynn Rusten, direttrice della ricerca al Center for European Policy Analysis, ha ricordato che «fino alla pandemia, americani e russi si controllavano a vicenda 18 volte l’anno e si scambiavano oltre mille notifiche annuali sui movimenti di missili e bombardieri. Tutto questo ha ridotto per decenni il rischio di malintesi». Rusten denuncia una «compiacenza » dei leader e dell’opinione pubblica verso questo scenario di grande instabilità: «Ci stiamo abituando a convivere con questi rischi come se il tempo fosse dalla nostra parte. Non lo è. Per 80 anni la pace nucleare ha retto anche grazie a una certa dose di fortuna. Prima o poi quella fortuna finirà».
Da parte sua Maurizio Simoncelli, vicepresidente e fondatore di Iriad, avverte un altro fattore preoccupante nello scenario attuale in cui sempre più strateghi militari e decisori politici teorizzano l’impiego di bombe nucleari di ridotte dimensioni, per usi limitati in teatri di guerra di piccole dimensioni. Questa “miniaturizzazione” del rischio sta portando a una pericolosa erosione del tabù nucleare. Se le testate sono percepite come strumenti per “usi locali”, il loro impiego diventa psicologicamente più pensabile. Questa riduzione della soglia nucleare rende paradossalmente più probabile un conflitto atomico, poiché l’arma viene declassata da strumento di deterrenza estrema a opzione tattica sul campo. In tale contesto, l’Europa resta il primo teatro per un potenziale scontro tra le superpotenze.
Nonostante l’artificio dell’uso limitato dell’arma nucleare non si possono ignorare i rischi dell’innesco di una reazione dagli effetti incontrollabili.
«Oggi la Guerra Fredda non esiste più, ma – aveva detto Obama nel 2009 a Praga – esistono invece migliaia di questi ordigni. Per uno strano scherzo del destino, la minaccia di una guerra nucleare globale si è sensibilmente ridotta, ma il rischio di un attacco nucleare è aumentato. Un numero maggiore di nazioni è in possesso di queste armi. Le sperimentazioni continuano. Il mercato nero vende e compra segreti nucleari e i materiali per l’atomica abbondano. La tecnologia necessaria a costruire un atomica si è diffusa. I terroristi sono decisi a comprarne, costruirne o rubarne una. Cerchiamo di capirci: questa è una questione che interessa tutti, ovunque».
Ad oggi, il “club atomico” conta 9 nazioni con i seguenti arsenali tra ordigni e testate nucleari a fine 20250: Russia: 5.459, Stati Uniti: 5.177, Cina: 600, Francia: 370, Regno Unito: 225, India: 180, Pakistan: 170, Israele: 90, Corea del Nord: 50.
Ma la situazione è in rapido cambiamento. Sempre più Paesi sono intenzionati a dotarsi dell’arma nucleare come reazione all’incertezza crescente delle relazioni internazionali. Secondo il Sipri di Stoccolma la Repubblica Popolare potrebbe raggiungere, con il ritmo di crescita attuale, le 1500 testate entro il 2035.
La minaccia di una supremazia del gigante asiatico anche sul piano militare è al centro della National Security Strategy (NSS) resa nota dagli Usa lo scorso novembre improntata su una politica estera basata sulla superiorità militare e sulla deterrenza (“pace attraverso la forza”), in contrasto con l’approccio “pace attraverso il diritto”.
Una trasformazione che passa attraverso anche le parole: Donald Trump ha deciso di rinominare il Dipartimento della Difesa USA (Pentagono) in Dipartimento della Guerra (War Department), ripristinando il nome originale utilizzato fino al 1947. Ma si può osservare che già durante la presidenza Obama, che nel 2016 è stato il primo presidente Usa in carica a visitare Hiroshima dichiarando la necessità di un mondo senza armi nucleari, è stato varato un programma di modernizzazione stimato in mille miliardi di dollari nell’arco di 30 anni.
Trump non ha colto la richiesta di Mosca di prorogare il trattato New Start di un nuovo anno per arrivare ad un nuovo accordo, anche se Mosca e Washington sono impegnati in una trattativa diretta negli Emirati Arabi Uniti per arrivare ad un cessate il fuoco in Ucraina che stenta ad arrivare mentre la popolazione continua a soffrire in una guerra che resta il maggior pericolo di escalation nucleare.
«La situazione attuale – ha detto papa Leone XIV alla vigilia della scadenza dell’accordo – esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti».
Si afferma che “il papa deve fare il papa” con il suo magistero morale che resta inascoltato, mentre il realismo politico impone ad esempio in Italia di rimanere fedeli alla dottrina nucleare della Nato. Non ne sono convinte le tante realtà della società civile, compresi associazioni e movimenti cattolici, che chiedono da tempo al nostro Paese di prendere in esame l’adesione al trattato Onu di abolizione delle armi nucleari del 2017.
La logica del riarmo che si autoalimenta in forza di una psicosi bellica ha portato il mondo a pochi secondi dalla mezzanotte nucleare dell’orologio dell’Apocalisse, la rappresentazione usata dagli scienziati atomici dal 1947 per indicare l’avvicinamento del punto di non ritorno della storia del genere umano.
In quello stesso anno 2017, a Roma, la Santa Sede riuscì a far incontrare esperti e rappresentanti di numerosi Paesi, compresi russi, americani e cinesi, in un simposio intitolato “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo Integrale”.
L’urgenza di una forte azione politica in grado di rimediare alla ragion bellica è stata al centro della marcia della pace della Cei del 31 dicembre 2025 a Catania e dell’incontro promosso il 31 gennaio 2026 dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” dell’Azione Cattolica Italiana. Qui il link alla relazione sul “realismo del disarmo nucleare” proposta nel dibattito.
Davanti agli scenari più inquietanti di guerra è significativa la presenza di segnali in controtendenza da parte del mondo del lavoro. Il 6 febbraio 2026, in circa 20 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, è stato indetto lo sciopero di alcune sigle dei portuali che rifiutano di caricare materiale bellico destinato in zone di conflitto. L’iniziativa vede come capofila i lavoratori di Genova che papa Francesco indicò come esempio da seguire proprio durante il suo viaggio da Hiroshima nel 2019. L’unico caso finora di utilizzo dell’arma atomica sul Giappone nel 1945 rimanda, infatti, alla necessità di non essere parte di un ingranaggio di morte.