La Fanciulla del West

Musica di G. Puccini. Roma, Teatro dell’Opera. Tre atti di un triangolo amoroso – il baritono cattivo, il soprano e il tenore innamorati – che, una volta tanto, finisce bene. I protagonisti Minnie e Johnson lasciano la California dei cercatori d’oro e dei banditi verso un futuro lieto, in un pianissimo radioso che lascia rasserenato il pubblico. Dopo averlo preso con scene di saloon, schermaglie d’amore un poco rozze, caccia al bandito Johnson con tentata impiccagione, l’opera- film (tanto il ricordo del cinema western è presente nel libretto e nella regia snella di Giancarlo Del Monaco) si conclude in un clima disteso. L’ambientazione, si diceva, è il West come lo si immaginava ai primi del Novecento. Una terra dove ogni risma di gente, lasciati patria e parenti, andava a cercar fortuna: una folla istintiva e rude, ma anche generosa, in cui Minnie, ragazza coraggiosa e sentimentale, appare come una stella di speranza. Puccini, con questa figura, si sforza di oltrepassare Mimì, Butterfly o Tosca: creature fragili, succubi dell’amore, talora lacrimose. Minnie, decisa, ma con tocchi di femminilità post-romantica ha forza d’animo: s’innamora del bandito Johnson, ne gioca la vita a carte, bara, e lo fa suo. Femminista ante litteram, donna fatale – ma pulita e sincera – del nuovo mondo. L’opera corre veloce attorno a lei, nel contorno di personaggi secondari – ognuno caratterizzato scenicamente e vocalmente come un tipo: l’ingenuo, il trepido, il rozzo e il perfido sceriffo Jack Rance. Cattivo più per gelosia di Minnie che per altro, come lo erano i baritoni verdiani, che – come succede – la nascondevano sotto parole appassionate o gesti di finta benevolenza. Ma la fanciulla risponde con destrezza, decisa a salvare l’uomo del suo primo bacio d’amore. Che inguaribile romantico Puccini! Eppure quanta verità nei sentimenti che – siamo a teatro – arrivano diretti al pubblico, e fanno centro. Il merito maggiore ce l’ha la musica. Strumentata con la raffinatezza di un autore aggiornato sui colleghi europei, senza arie orecchiabili – tranne la celebre Ch’ella mi creda – ma concepita come un discorso fluente fra orchestra e canto, non è popolarissima. Colpisce, affrescando un mondo con un tono che sa già di epopea, ma all’italiana: sempre solare, in fondo, e ricca di spunti melodici, nascosti tra le sonorità americane dell’orchestra; soprattutto, piena di amore per la vita. Occorre dire che per un’opera del genere ci vogliono interpreti di razza. A Roma Daniela Dessì, voce rugiadosa, ha dato anima e corpo a Minnie, ora velando il suono ora esplodendo, cantante-attrice credibile nelle mosse e nei sentimenti, sempre equilibrata; Fabio Armiliato era un Johnson forte e vibrante, dalla voce virile e generosa. Ottimi i comprimari. Meno riuscito lo sceriffo di Silvano Carroli, poco fine, in una produzione in cui, accanto al coro puntualissimo, emergeva la direzione curata, attenta alle preziosità sonore, di Gianluigi Gelmetti. L’allestimento arioso di Del Monaco ha concorso a creare l’aria favolistica del vecchio West dove si uccide e si muore, ma anche, per fortuna, ci si innamora. – 1958, dir. F. Capuana, con R. Tebaldi, M. Del Monaco. Orchestra dell’Accademia S. Cecilia (Decca). – 1977, dir. Z. Metha, con Neblett, Milnes, Domingo. Londra, Covent Garden (Deutsche Grammophon). – 2005, dir. Luisotti, con Gruber, Gazale, Fraccaro. Teatro Carlo Felice, Genova (Lyric Production).

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