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In profondità > Santa Sede

La diplomazia vaticana come arte evangelica dell’incontro

di Roberto Catalano

- Fonte: Città Nuova

La diplomazia della Santa Sede è caratterizzata dal Vangelo, dal quale nasce. Papa Leone XIV specifica: «non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici»

Papa Leone XIV incontra il corpo diplomatico. Foto ANSA/US VATICAN MEDIA

Papa Leone XIV continua con la sua caratteristica discrezione a tessere la trama di un pontificato improntato alla pace da raggiungere attraverso il dialogo come cifra caratterizzante di tutti i rapporti, in particolare di quelli a livello internazionale. Un’occasione senza dubbio significativa, a questo proposito, gli è stata offerta anche dal 325° anniversario di fondazione della Pontifica Accademia Ecclesiastica, l’istituzione che forma la diplomazia vaticana, ritenuta nel mondo intero un organo di eccellenza in questo settore, eppure normalmente trattata come elemento sottotraccia, che fa poco rumore nel panorama della Santa Sede.

Come recita il sito dedicato, la Pontificia Accademia Ecclesiastica, già Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici, fu fondata da Clemente XI, nel 1701, con lo scopo specifico di preparare, con un corso di studi ad hoc, giovani ecclesiastici al servizio diplomatico della Santa Sede. Il merito va attribuito a due persone oggi sconosciute – l’abate Pietro Garagni e il beato Sebastiano Valfrè, dell’Oratorio di san Filippo Neri, a Torino – mentre papa Clemente XI assicurò appoggio e approvazione. Due anni dopo, fu lo stesso pontefice a decidere di assumere l’organo all’interno della Curia Romana con la denominazione di Accademia dei Nobili Ecclesiastici e stabilendone la sede a Palazzo Gottofredi, in Piazza Venezia a Roma. Dal 1706, l’Accademia si trasferì presso l’antico Palazzo Severoli, in Piazza della Minerva, dove si trova tuttora.

La storia di questo organo, oggi essenziale alla vita della Santa Sede, non è stata sempre facile. In varie occasioni, infatti, si è dovuto ricorrere alla chiusura per cause contingenti. A meno di 40 anni dalla sua fondazione, dopo la morte di Clemente XI e del cardinale Renato Imperiali, che ne era il protettore, ne venne sospesa l’attività, a causa del fatto che la Congregazione dei Vincenziani (padri della missione), ai quali era stata affidata la direzione dell’istituto, lasciarono l’incarico. Fu il conclave del 1775 a porre la questione della necessità della riapertura che si realizzò grazie al neo-eletto papa Pio VI, che provvide anche a tracciarne gli Statuti e a nominarne il presidente.

Un secondo momento problematico avvenne in coincidenza dei moti rivoluzionari del 1798, che, infatti, determinarono la chiusura dell’Accademia, che, tuttavia, venne riaperta dopo 4 anni, nel 1803 per decisione di papa Pio VII, che ne riattivò i corsi, mentre, 25 anni più tardi, Leone XII ne riformò lo Statuto, per adeguarlo alle nuove situazioni, lasciando intatta la finalità originaria.

Altra interruzione fu quella della metà del XIX secolo, a causa delle agitazioni popolari del 1848 e 1849. Nel 1850 l’Accademia poté finalmente riprendere la propria attività e Pio IX procurò di redigere dei nuovi Statuti per chiarire che l’Istituzione era chiamata a formare giovani ecclesiastici per il servizio diplomatico della Santa Sede, o per il servizio amministrativo nella Curia Romana o nell’amministrazione dello Stato Pontificio. Dettagli importanti: fu stabilito l’obbligo di ottenere la laurea in teologia e in diritto prima di iscriversi al corso triennale di diplomazia e di lingue estere.

Altri momenti chiave hanno segnato il cammino dell’Accademia dal pontificato di Leone XIII fino a quello di Benedetto XV, grazie al ruolo avuto da figure di rilievo come il card. Rafael Merry del Val, futuro Segretario di Stato di san Pio X, e il cardinale Giacomo Della Chiesa, che dell’Accademia prima fu alunno e poi professore di stile diplomatico. Pio XII, professore per 5 anni di diplomazia ecclesiastica presso l’Accademia, le diede l’attuale nome di Pontificia Accademia Ecclesiastica e dispose che fosse redatto un nuovo Statuto, emanato nel 1945. Tutti i papi recenti – da Paolo VI a Francesco, passando da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita dell’Accademia.

Ma veniamo all’intervento di papa Prevost del 17 gennaio scorso. Il papa americano ha sottolineato da subito come «il servizio diplomatico non sia una professione, ma una vocazione pastorale», specificando che si tratta di «un’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze». Quella della Santa Sede deve essere una diplomazia caratterizzata dal Vangelo, dal quale nasce. Infatti, specifica Leone XIV, «non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici».

Altro elemento che il papa americano ha ritenuto bene sottolineare ai futuri diplomatici della Santa Sede è la necessità dell’ascolto, qualità fondamentale per un vero diplomatico, che oggi pare essere caratteristica aliena a chi opera in questo settore. «Ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita». Nel contesto attuale dove è evidente che ragione e diritti sono requisiti da chi urla più forte e fa uso di potere e forza, si tratta di parole che stridono. Allo stesso modo, non si può non riconoscere che il papa ha voluto ricordare aspetti che dovrebbero essere l’abc dell’uomo o della donna impegnati in diplomazia: «I diplomatici del papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare, e ponti di speranza quando il bene vacilla».

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