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Italia > Economia

La crisi di Stellantis e la vendita di Repubblica

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Mentre il dibattito pubblico è incentrato su altro, la vendita di testate storiche come Repubblica e La Stampa sancisce il disimpegno progressivo di Exor (famiglia Agnelli Elkann) dal sistema Paese a favore di scelte legate alla finanziarizzazione dell’economia. Intervista all’economista Alessandro Volpi

Il presidente di Stellantis ed Exor, John Elkann, ANSA

Nel pieno dell’attenzione pubblica incentrata sui risultati elettorali post referendum costituzionale, è giunta la comunicazione ufficiale della cessione ai greci del K Group, proprietaria di Antenna Group, da parte della società Exor (eredi Agnelli) del gruppo editoriale Gedi che comprende il quotidiano la Repubblica, La Stampa, i brand radiofonici Radio Deejay, Radio Capital, m2o, insieme a HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria pubblicitaria Manzoni.

Pochi giorni prima si è svolta a Cassino, nel sud della regione Lazio, una manifestazione promossa dai sindacati che hanno espresso la loro forte apprensione per il futuro in Italia della società Stellantis: dall’inizio dell’anno la fabbrica un tempo della Fiat è stata in funzione per soli 10 giorni lavorativi.

Corteo in difesa dello stabilimento Stellantis Cassino Plant 20 marzo 2026. ANSA / ANTONIO NARDELLI

Questi dati di fatto ci inducono a cercare di leggere i movimenti profondi della nostra economia che spesso non sono così noti e che solo un’informazione libera può far emergere. Abbiamo perciò chiesto il parere dell’economista Alessandro Volpi, professore presso l’Università statale di Pisa, editorialista del periodico Altreconomia e autore di saggi molto approfonditi sul mondo dei grandi gruppi finanziari.

Cosa ci dice la cessione di due testate importanti come La Repubblica e La Stampa da parte del fondo Exor?
 Il passaggio definitivo del Gruppo Gedi a nuovi assetti proprietari non è un semplice avvicendamento editoriale, ma il segnale inequivocabile del disimpegno sistemico della famiglia Agnelli-Elkann dal Paese.

La narrazione ufficiale di una Stellantis solida, garante della transizione ecologica, è stata bruscamente smentita dalle ammissioni del nuovo Ceo, Antonio Filosa, subentrato nel maggio 2025 alla gestione di Carlos Tavares.

Cosa ha detto il nuovo amministratore delegato di Stellantis?
Filosa ha scoperchiato un baratro finanziario precedentemente occultato o, quantomeno, non adeguatamente comunicato ai mercati. I numeri delineano un dissesto strutturale di circa 40 miliardi di euro. Parliamo di 19 miliardi di euro relativi alle perdite operative dirette, imputabili al crollo verticale dei volumi di vendita, oltre a 22-23 miliardi di euro definiti tecnicamente come “extracosti non previsti”, una cifra che per qualsiasi analista denota una totale erosione delle capacità previsionali e di ricerca e sviluppo del gruppo.

Il piano di reindustrializzazione “tardivo” proposto da Filosa non punta a un ritorno della manifattura italiana, ma a un modello di puro assemblaggio. Gli accordi con i cinesi di Leapmotor riducono l’Italia a un’officina logistica per marchi esteri, compromettendo  la sovranità tecnologica nazionale.

A.D. di Stellantis Antonio Filosa e John Elkann ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Quindi non ci sono solo problemi di vendita, ma di organizzazione interna?
Proprio così. Filosa ha ammesso l’errore strategico dei licenziamenti di massa che hanno colpito migliaia di ingegneri, privando l’azienda della sua intelligenza produttiva.

Sotto il profilo analitico, sorge una questione di trasparenza per una società quotata: com’è stato possibile che gli organi di controllo e le autorità di vigilanza non abbiano rilevato tempestivamente l’assenza di accantonamenti patrimoniali a copertura di rischi di tale entità? Il dato più stridente di questa crisi è il contrasto tra l’abisso dei conti e la ricchezza distribuita.

Di cosa parliamo?
Durante la gestione Tavares, Stellantis ha erogato tra i 13 e i 14 miliardi di euro in dividendi, beneficiando Exor, la famiglia Elkann e i grandi fondi d’investimento americani.

Si è trattato di un’operazione di “cosmesi contabile” finalizzata a mantenere artificialmente elevato il valore del titolo azionario. Invece di reinvestire i profitti per mettere in sicurezza l’apparato industriale o per fronteggiare gli “extracosti” emergenti, la dirigenza ha preferito drenare liquidità verso i soci.

La cessione di pezzi importanti (da Magneti Marelli ad Iveco) dell’ex gruppo Fiat è stata evidente a tutti. Come è potuta accadere a suo parere?
È purtroppo un effetto inevitabile della finanziarizzazione dell’economia. Per alimentare la politica dei dividendi e sostenere i flussi di cassa, il gruppo ha proceduto a una sistematica liquidazione di asset storici, trasformando il valore industriale in liquidità immediata. La divisione difesa di Iveco è stata ceduta a Leonardo, mentre il comparto industriale è passato sotto il controllo del colosso indiano Tata.

La vicenda di Magneti Marelli e Comau, poi, rappresenta il caso più emblematico di perdita di eccellenza tecnologica; asset strategici sacrificati sull’altare dello smobilizzo per nutrire la finanza di breve periodo. La vendita de La RepubblicaLa Stampa e delle testate locali è l’ultimo atto. Una volta venuta meno la necessità di esercitare una captatio benevolentiae verso lo Stato italiano per ottenere sussidi, l’asset mediatico è diventato un costo superfluo.

Non si immaginava questo scenario all’epoca di Marchionne presentato come il salvatore della Fiat, poi Fca e ora Stellantis….
Invece proprio con Marchionne è avvenuto il passaggio dal settore manifatturiero a quello della finanza. Sotto la guida di John Elkann, assistito inizialmente dal manager italo canadese, Exor ha completato la sua metamorfosi. La holding ha abbandonato la vocazione manifatturiera per diventare un gestore di patrimoni globali, puntando su settori ad alta finanziarizzazione: sanità privata, assicurazioni e immobiliare.

L’attenzione si è spostata verso il risparmio gestito attraverso strumenti come il fondo “Lingotto”. Questa trasformazione è accompagnata da una struttura societaria sempre più opaca, che fa perno sulla cassaforte di famiglia “Dicembre” (una società semplice) e su sedi fiscali estere. Parliamo di catene di controllo difficilmente verificabili, che segnano il definitivo distacco dalle responsabilità sociali e territoriali proprie del capitalismo industriale del Novecento.

Oltre alla necessità di fare cassa, nel caso della cessione di media così importanti, addirittura La Stampa strappata durante il fascismo al liberale Alfredo Frassati, non si tratta della perdita di importanza dei giornali in crisi cronica e sempre meno diffusi?
Per Exor, l’Italia è oggi un mercato marginale e impoverito, non più in grado di garantire sussidi o politiche di rottamazione rilevanti. È un fatto che preoccupa. Di conseguenza, il controllo dell’opinione pubblica nazionale non è più un investimento prioritario. È invece significativa la scelta di mantenere il controllo della testata britannica The Economist molto influente a livello internazionale.

Eugenio Scalfari e l’editore Carlo Caracciolo a Roma, Italia, 2 febbraio 1977. ANSA/OLDPIX

Perché, invece, gli editori di destra come Angelucci continuano ad  acquisire sempre più testate? Come va letta in questo senso la stessa cessione di Repubblica a un imprenditore greco che sappiamo allineato su visioni politiche di stampo trumpiano?
È un segnale di un riposizionamento generale geopolitico verso un’area conservatrice internazionale. Con l’uscita di Scalfari e la perdita progressiva delle vendite, Repubblica ha esaurito la missione di un “giornale-partito” di quel neoliberalismo trasformato in progressismo che ha finito per scalzare le testate storiche di sinistra.

Oggi figure come Angelucci e Caltagirone rafforzano la propria presenza mediatica per tutelare interessi specifici in settori dove lo Stato è ancora il principale erogatore di risorse, come la sanità privata e l’edilizia, o per gestire mediaticamente il grande “Risiko” nel settore bancario, come è emerso nel caso relativo a Monte dei Paschi e Mediobanca o nella recente operazione annunciata da Poste italiane di acquisire il controllo della società telefonica Tim: apparentemente un recupero di sovranità da parte dell’Italia, mentre l’analisi della componente azionaria dice altro, con la prevalenza di grandi fondi di investimento esteri. I giornali possono servire a smussare e relativizzare critiche su operazioni complesse e a influenzare le decisioni politiche dirette.

Ma se, come sappiamo, lo stato italiano ha scelto di non entrare nel capitale di Stellantis, che impatto ha avuto la presenza del capitale pubblico francese nella gestione della società? E quanto ha inciso la pressione nello spostare la produzione negli Usa?
Grazie alla presenza dello Stato francese nel capitale di Stellantis, Parigi è riuscita a proteggere i livelli occupazionali e a dirottare le nuove produzioni sul proprio suolo o su territori a lei storicamente legati come il Marocco, dimostrando che la politica può ancora incidere quando agisce come azionista consapevole. Quanto al Nord America, John Elkann è stato strategicamente il primo leader industriale straniero a incontrare Donald Trump dopo il suo insediamento, garantendo investimenti massicci negli USA attraverso i marchi Jeep e Chrysler, mentre in Italia si celebra il tramonto dell’auto, con tutte le conseguenze ancora da scoprire.

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