Negli ultimi anni, la scienza del clima ha prodotto evidenze sempre più solide non solo sul riscaldamento globale, ma anche su chi ne soffre maggiormente e sul perché ciò rifletta scelte politiche e disuguaglianze strutturali.
Il riscaldamento in sé è un fenomeno fisico misurabile: il decennio 2011–2020 è stato il più caldo mai registrato nella storia moderna, con una temperatura media della superficie terrestre di circa 1,1 °C superiore ai livelli pre-industriali. Tuttavia, l’impatto di questi cambiamenti è profondamente diseguale. Mentre alcuni Paesi affrontano le sfide dell’adattamento disponendo di risorse e infrastrutture adeguate, altri vedono distrutte vite, mezzi di sussistenza e culture, con una capacità di risposta molto più limitata.
La crisi climatica è diventata una crisi sociale, politica ed etica. Essa rivela, con una chiarezza scomoda, le disuguaglianze strutturali che attraversano il mondo ed espone i limiti di un modello di sviluppo che ha separato la crescita economica dalla responsabilità sociale e dalla cura della vita.
Come ricorda Papa Francesco nella Laudato si’, “non esistono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, ma un’unica e complessa crisi socio-ambientale” (LS, 139). Ignorare questa interdipendenza significa compromettere qualsiasi tentativo serio di affrontare l’emergenza climatica.
Le popolazioni più vulnerabili: l’ingiustizia entro i confini
All’interno degli stessi Paesi, le disuguaglianze socio-economiche determinano il grado di vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Con l’aumento della frequenza degli eventi estremi, tra cui ondate di calore, siccità severe e inondazioni intense, sono le comunità marginalizzate a pagare il prezzo più alto. Studi condotti negli Stati Uniti mostrano, ad esempio, che quartieri caratterizzati da alti livelli di povertà e da una maggiore concentrazione di popolazione nera registrano temperature urbane fino a 7 °C più elevate durante le ondate di calore rispetto alle aree più ricche e prevalentemente bianche, a causa della carenza di spazi verdi e di infrastrutture adeguate per il raffrescamento. Questa realtà illustra il fenomeno noto come razzismo ambientale: la distribuzione diseguale dei rischi ambientali e delle capacità di mitigazione in base a razza, reddito e potere politico.
In Brasile, anche le popolazioni delle periferie urbane e le comunità tradizionali, come i popoli indigeni, i quilombolas e le comunità fluviali, figurano tra le più colpite. La combinazione di accesso limitato ai servizi essenziali, abitazioni precarie e dipendenza dalle risorse naturali colloca queste comunità in una condizione di rischio permanente di fronte a siccità prolungate o inondazioni improvvise. Questa vulnerabilità non è casuale, ma il risultato di processi storici di esclusione e di politiche pubbliche che hanno trascurato il principio di equità.
Queste popolazioni non sono “naturalmente vulnerabili”. Sono state rese vulnerabili da decisioni politiche, da omissioni storiche e da un modello di occupazione del territorio che privilegia alcuni e sacrifica altri. Come avverte la Laudato si’, “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme” (LS, 48).
Razzismo ambientale: un problema globale dalle radici profonde
Il razzismo ambientale si manifesta quando decisioni politiche ed economiche determinano una maggiore esposizione dei gruppi marginalizzati ai rischi ecologici. Che si tratti della localizzazione di impianti inquinanti vicino a comunità povere o della mancanza di investimenti in infrastrutture resilienti in queste aree, la logica è sempre la stessa: chi ha meno voce politica, subisce di più. A Durban, in Sudafrica, le comunità delle township affrontano una contaminazione cronica dovuta alla cattiva gestione dei rifiuti industriali; in Louisiana (USA), le popolazioni afrodiscendenti vivono all’ombra di raffinerie e depositi chimici che aggravano le malattie respiratorie e riducono l’aspettativa di vita. In tutti questi contesti, il denominatore comune è l’esclusione sistematica dai processi decisionali e l’incapacità politica di rifiutare scelte che impongono rischi sproporzionati alla salute e all’ambiente.
Questo schema, tuttavia, non è frutto del caso né di singole falle di governance. Si tratta di un fenomeno storicamente costruito, radicato in processi coloniali, segregazionisti e sviluppisti che hanno normalizzato l’idea secondo cui determinati territori e soprattutto determinate vite, siano sacrificabili in nome della crescita economica. In America Latina, popolazioni indigene, comunità tradizionali, fluviali e, in particolare, abitanti delle periferie urbane occupano spesso aree considerate “zone a rischio”, non per scelta, ma per l’esclusione storica dall’accesso a terre sicure, a un’abitazione dignitosa e ai servizi pubblici. La crisi climatica non fa che amplificare queste disuguaglianze preesistenti: inondazioni, ondate di calore, scarsità idrica e contaminazione ambientale colpiscono con maggiore intensità chi già vive in condizioni precarie. Il razzismo ambientale deve quindi essere compreso non solo come un’ingiustizia ambientale, ma come una profonda violazione etica, che mette in luce il fallimento di modelli di sviluppo incapaci di conciliare progresso economico, giustizia sociale e dignità umana.
Il Sud Globale che paga il conto climatico
Se all’interno dei Paesi esistono profonde disuguaglianze, sul piano internazionale l’ingiustizia climatica è ancora più evidente. I Paesi che hanno contribuito maggiormente alle emissioni storiche di gas serra, come gli Stati Uniti e le nazioni dell’Unione Europea, hanno beneficiato dell’industrializzazione e della prosperità economica. Al contrario, molte nazioni del Sud Globale, che hanno contribuito in misura molto minore al riscaldamento globale, affrontano oggi gli effetti più severi di un clima in rapido cambiamento.
I rapporti del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC, 2025) indicano che le regioni tropicali sono particolarmente vulnerabili a siccità e precipitazioni estreme, con impatti diretti sull’agricoltura, sulle infrastrutture e sulla salute pubblica. L’Africa subsahariana, ad esempio, registra un calo della produttività agricola che mette milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare. Nel Sud-est asiatico, isole a bassa quota affrontano l’innalzamento del livello del mare, perdendo terre coltivabili e interi insediamenti. È un paradosso morale che le società che hanno bruciato meno combustibili fossili dispongano oggi di minori mezzi per adattarsi.
Politica climatica: tra discorso e azione
La risposta politica ai cambiamenti climatici spesso non riesce a riconoscere pienamente queste disuguaglianze. Le politiche di mitigazione e adattamento tendono a privilegiare obiettivi nazionali astratti, come le riduzioni percentuali delle emissioni, senza considerare chi ne sostiene i costi o chi ne trae beneficio. Mentre le economie ricche sviluppano sistemi di crediti di carbonio, mercati di compensazione e investimenti in tecnologie ad alto costo, i Paesi con minori risorse faticano a finanziare misure basilari di adattamento, come la protezione costiera, i sistemi di allerta precoce e le infrastrutture resilienti.
Le Conferenze delle Nazioni Unite sul clima (COP) sono diventate spesso un palcoscenico politico in cui vengono annunciati impegni di riduzione delle emissioni, raramente accompagnati da finanziamenti concreti per l’adattamento nei Paesi più vulnerabili. Il fondo climatico promesso decenni fa (e nuovamente richiamato alla COP30) rimane ancora insufficiente e ostacolato da complessità burocratiche che ne ritardano l’efficacia. Ciò rafforza la percezione che la giustizia climatica resti, troppo spesso, retorica più che realtà.
Etica e diritto all’esistenza: oltre i numeri
I numeri sono allarmanti, ma è la dimensione etica che dovrebbe realmente muovere l’opinione pubblica e i decisori politici. Non si tratta solo di megatendenze climatiche, bensì di vite umane, ecosistemi interi e culture secolari minacciate da una crisi che non hanno scelto di provocare. La giustizia climatica esige che i Paesi e le corporazioni che hanno maggiormente inquinato assumano responsabilità proporzionate, non solo in termini di emissioni, ma anche di finanziamento dell’adattamento e di redistribuzione delle risorse per rafforzare la resilienza.
Esiste inoltre una connessione diretta con i diritti umani: il diritto all’acqua, all’alimentazione, alla salute e a un ambiente sicuro. Quando tali diritti vengono violati da fattori climatici aggravati dalle emissioni antropogeniche, qual è l’obbligo etico dei più ricchi e potenti?
I cambiamenti climatici non saranno risolti soltanto attraverso la tecnologia o i discorsi sulle percentuali di riduzione. È essenziale che i media e l’opinione pubblica comprendano la profondità della disuguaglianza climatica, all’interno e tra i Paesi. Testi che collegano dati scientifici a narrazioni umane, che mostrano come il Sud Globale stia pagando il prezzo dell’inquinamento del Nord e che evidenziano il razzismo e la vulnerabilità socio-economica come aspetti centrali della crisi, non hanno solo un impatto editoriale, ma rappresentano un’urgenza morale.
