È di venerdì 26 dicembre un annuncio che coglie tutti impreparati: si tratta di una dichiarazione di reciproco riconoscimento firmata da un lato dal premier Netanyahu e dal ministro degli esteri israeliano Sa’ar, e dall’altro dal presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, in carica da un anno, che ha espresso anche l’intenzione di aderire agli Accordi di Abramo (accordi promossi da Trump nel 2020 di Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein; ai quali si erano poi aggiunti Marocco, Sudan e Kazakistan).
Prima reazione: Somaliland? La domanda l’ha posta anche il presidente statunitense Trump, in questi termini: «Qualcuno sa davvero cosa sia il Somaliland?». Domanda che da un punto di vista dell’etichetta diplomatica non depone positivamente nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca: ma questa non è una novità.
Seconda reazione: ma non si diceva che i già precari equilibri del Corno d’Africa erano stati messi in crisi dall’alleanza stretta dal governo somalo (quello di Mogadiscio) con Turchia, Egitto ed Eritrea per contrastare le mire espansionistiche dell’Etiopia sul territorio della Somalia, di cui il Somaliland farebbe parte? Senza parlare poi dell’attacco, proprio negli stessi giorni e proprio lì di fronte (meno di 300 km in linea d’aria), a Mukalla, nello Yemen, dell’aviazione saudita che avrebbe colpito veicoli militari e armi inviati dagli Emirati Arabi Uniti per i secessionisti yemeniti del Stc (Consiglio di Transizione del Sud), contrari alla politica diplomatica dei sauditi nei confronti degli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran contro Israele (con i relativi blocchi navali e missili degli ultimi due anni).
Le reazioni internazionali alla dichiarazione congiunta di Israele e Somaliland sono di corale e in alcuni casi piccata condanna: così la Somalia di Mogadiscio ma anche Gibuti, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Kenya, Tanzania, Uganda, ecc. Ma anche il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, l’Unione Africana, l’Iran e la Cina. Perfino l’Unione europea ha preso le difese di Mogadiscio. Non poteva mancare l’indignata condanna del gruppo jihadista al-Shabaab (al-Qaeda), che pervade da anni tutti gli interstizi della fragile federazione nazional-tribale che oggi costituisce la Somalia. Di fronte a tanta indignazione internazionale, Trump ha detto che ci deve pensare.
Par cercare di capirci qualcosa è necessario intanto raccontare almeno a grandi linee la vicenda del Somaliland, e poi immaginare il perché di questa improvvisa passione per il Corno d’Africa da parte del governo israeliano.
Il Somaliland rivendica l’intera area (ma non la controlla del tutto) di quella che fu la Somalia britannica, incastrata fra la Gibuti francese e quella che dal 1936 al 1941 il duce italico definiva ampollosamente Africa Orientale Italiana (Eritrea, Etiopia e Somalia). Il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden, luogo caldo della regione. Dopo l’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta il 26 giugno 1960, la Somalia britannica divenne per 5 giorni lo Stato del Somaliland, che il 1° luglio 1960 confluì insieme all’ex Somalia italiana nella Repubblica Somala. Fino al colpo di Stato del 1969, quando entrò in scena Siad Barre, l’ex carabiniere coloniale diventato ben presto uno dei più feroci dittatori africani, copiosamente sostenuto negli anni ‘80 dall’Italia della Prima Repubblica.
Alla cacciata di Barre, nel 1991, il Somaliland si autoproclamò indipendente, diventando, fino a dicembre scorso, un territorio non riconosciuto da nessuno Stato a livello internazionale, mentre il resto della Somalia sprofondava nelle sanguinose e infinite guerre che, dopo 30 anni, hanno faticosamente portato alla fragile federazione nazional-tribale che è oggi la Repubblica federale di Somalia: lo Stato che continua a ritenere il Somaliland come parte del proprio territorio.
Netanyahu e Abdullahi si inseriscono qui con i loro progetti, che invocano una sorta di diritto dei popoli denigrando senza ritegno il diritto internazionale. Per Abdullahi, il riconoscimento israeliano potrebbe costituire una sorta di garanzia per il clan familiare Isaaq al quale appartiene. E per il governo israeliano? 1) Il Somaliland si trova in posizione strategica sulla rotta navale più trafficata del mondo (quella di Suez), ma forse ancora prima dista in linea d’aria solo 150 km dallo Yemen degli Houthi, sostenuti dall’Iran in funzione anti-israeliana; 2) Con la vicinanza, Israele rafforza il suo sostegno, in accordo con gli Emirati Arabi Uniti, alla secessione dello Yemen meridionale, contro l’Arabia Saudita; 3) Prosegue da vicino l’appoggio israeliano alle Rsf del Sudan (dove continua la mattanza) e all’Etiopia nel suo intento di ottenere uno sbocco al mare proprio in Somaliland, e contrasta l’influenza della Turchia nel Corno d’Africa. 4) E infine last but not least, l’iniziativa sembra confermare le voci che corrono da tempo sull’individuazione nel territorio del Somaliland del luogo per il “reinsediamento volontario” di una parte cospicua della popolazione palestinese sia di Gaza che della Cisgiordania.